Gesù è il Messia ( I )

Gesù è il Messia, parte A

GESÙ è il Messia

Gli zoppi camminano

I sordi odono

I ciechi vedono

Traduzione: Cathy Brenti

Edizione originale:

Jesus es el Mesias, Publications Kerygma, 1989, Messico

IMPRIMI POTEST

RAYMOND SAVARD m.s.c.

Superiore provinciale

Imprimatur:

Nicolas de Jesus Lôpez Rodriguez

Arcivescovo di Santo Domingo, R.D.

15 marzo 1989

Opera dello stesso autore:

Gesù ha fatto di me un testimone,

Illustrazione di copertina: miniature francesi del XIII secolo del Maestro Ermengol di Béziers intitolate il Breviario d'amore, che raffigurano tre miracoli di Cristo, conservate presso la Biblioteca Reale dell'Escorial. Foto dell'Agence Giraudon.

INDICE

PRESENTAZIONE

INTRODUZIONE

I - SEI TU IL MESSIA

1 - I ciechi riacquistano la vista

2 - Gli zoppi camminano

3 - I sordi odono

4 - I lebbrosi sono purificati

5 - La Buona Novella è annunciata ai poveri

Conclusione.

II - LA GUARIGIONE INTERIORE

III. GESÙ È VIVO

IV - INTERVISTA ALL'AUTORE

V - LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

1 - Nuova nel suo fervore

2 - Nuova nel suo metodo

3 - Nuova nella sua espressione

4 - Nuovi modi di evangelizzare

5 - La Nuova Evangelizzazione è integrale.

6 - La Nuova Evangelizzazione, opera dello Spirito

7 - Nuovi evangelizzatori

8 - Nuova strategia

Conclusione

Presentazione

C'è nel 1985 che cominciammo a preparare queste pagine. Non cessavamo di selezionare e di classificare con molta attenzione le migliori testimonianze e le lettere che ricevevamo.

Un giorno fui invitato a predicare una serie di ritiri in Venezuela.

Partendo da casa mia, avevo preso con molta precauzione la mia borsa contenente una trentina di belle testimonianze molto interessanti di guarigioni di questi ultimi anni, con l'intenzione di consegnarla al mio compagno di predicazione, con il quale avrei scritto nello stesso tempo il mio nuovo libro. Predicammo dapprima un ritiro per sacerdoti a Los Teques, poi uno per i responsabili del Rinnovamento Carismatico. L'ultimo giorno, l'arcivescovo di Barquisimeto ci condusse in automobile a Caracas, in uno stadio dove si trovavano riunite più di diecimila persone venute ad ascoltare la Parola del Signore. Predicammo in un'atmosfera di grande fervore e di raccoglimento. La fede di questa gente era tale che le guarigioni cominciarono a operarsi ancor prima che iniziassimo la preghiera di guarigione.

Alla fine eravamo stanchi ma anche molto contenti, in questa regione dove è ancora molto viva la figura del liberatore Simón Bolívar che aveva dichiarato: “Non prenderò riposo finché il mio popolo non sia liberato”. Uscendo dallo stadio per andare a riposare, ci rendemmo conto che dei ladri avevano aperto l'automobile e avevano portato via tutte le nostre cose: la mia borsa con tutto quello che conteneva, il mio portafoglio con il passaporto e i biglietti aerei. Tutto era sparito.

Senza dubbio, ciò che ci fu più duro fu aver perso la cartella contenente le testimonianze tanto preziose. Dissi allora al Signore: “Signore, se vuoi che scriviamo questo nuovo libro, compirai ancora più guarigioni. Si possono perdere simili testimonianze, ma te non ti si può perdere”. Le pagine che seguono sono una risposta del Signore a questa preghiera, ma sono soprattutto una testimonianza di ciò che Dio compie nel mondo che tanto ama. Non lo si è perso; al contrario, sembra che si siano moltiplicati i segni, i prodigi e i miracoli che accompagnano la proclamazione della vittoria di Cristo Gesù sul peccato e sulla morte. Il Signore Gesù non prende riposo finché il suo popolo non è completamente libero: libero dal peccato e dalla morte, libero dall'oppressione e dalla cattività.

Padre Émilien Tardif

Emiliano Tardif M.S.C.

Santo Domingo, Repubblica Dominicana,

Nella festa dell'Annunciazione, il 25 marzo 1989.

Introduzione

Gesù è il Messia e non dobbiamo attenderne un altro. In lui si compiono i segni profetici che identificano il Messia, salvatore di questo mondo. Non vi è altro nome dato agli uomini perché siano salvati. Non vi è altro mediatore tra Dio e gli uomini che Gesù Cristo, il Signore, che ha ogni potere in cielo e sulla terra ed è stato inviato alla sua Chiesa per annunciare la Buona Novella della salvezza e instaurare il Regno di Dio. Queste pagine ci immergono nel Vangelo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre, mostrando come Gesù risorto non cessi di dare prove che Egli è vivo e che dona la vita a coloro che credono nel suo nome.

Infine, devo confessare che a ogni pagina abbiamo cercato di centrarci su Gesù e soltanto su Gesù, e su nessun altro. Avevamo tanti elementi e a volte tante manifestazioni di riconoscenza che dobbiamo sottolineare come un principio ciò che, qua e là, ripeteremo a ogni pagina: il padre Emiliano non è che il piccolo asino della Domenica delle Palme che porta Gesù ovunque. Il ministero del padre Emiliano Tardif è come il dito di Giovanni Battista che ci indica con chiarezza: “Gesù è l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Teniamo quindi gli occhi fissi su Gesù, e soltanto su Gesù.

Non guardiamo il padre Emiliano, ma piuttosto colui che egli guarda: Gesù, il Messia, che non cessa di manifestare oggi i segni che lo identificano come il Messia annunciato per salvare questo mondo. Il mondo di oggi non ha bisogno di un nuovo Vangelo, ma piuttosto di una nuova evangelizzazione con la potenza dello Spirito Santo, accompagnata da guarigioni e da miracoli, che mostrano la vittoria di Cristo Gesù sul peccato, sulla malattia e sulla morte.

José H. Prado Flores Guadalajara, Jal., il 25 marzo 1989.

SEI TU IL MESSIA?

(Lc 7, 18-23; Mt 11, 2-6)

Ogni giorno aumentava il desiderio di liberazione del popolo d'Israele. I figli di Giacobbe sognavano il giorno in cui sarebbe apparso il discendente di Davide che avrebbe condotto il popolo nella giustizia e nella libertà. La dominazione imperialista di Roma faceva salire grida verso il cielo perché apparisse il nuovo Mosè che avrebbe liberato il popolo dagli artigli delle aquile romane, i cui stendardi sventolavano sulla Torre Antonia. Il popolo, carico dei rami verdi della speranza, era pronto ad accogliere colui che viene nel nome del Signore. Fu allora che una voce potente ruppe il silenzio dell'arido deserto della Giudea.

Giovanni Battista divenne la stella più brillante della scena religiosa d'Israele. Dalla capitale scendevano verso il Giordano soldati, scribi e autorità religiose che venivano ad ascoltare Giovanni e a farsi battezzare da lui. Il suo volto acquistò così rapidamente importanza che fece sorgere una volta di più l'inquietante questione: “Non sarebbe forse il Messia per caso?”

Giovanni confessò la verità che ne tolse l'illusione a molti: “Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, del quale non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo” (Gv 1, 26-27). Per accrescere ancora la delusione, la sua voce fu rapidamente ridotta al silenzio da Erode in un carcere del palazzo reale. Una volta di più le speranze d'Israele si vedevano annientate e non restava altro che attendere e attendere ancora la venuta del Signore. Giovanni era la voce... ma chi sarebbe stata la Parola? - Giovanni era l'amico dello sposo... ma quando sarebbe apparso lo sposo perché si potesse celebrare la nozze con il vino nuovo dell'allegrezza? - Giovanni era il testimone della luce... ma quando si sarebbe levato il giorno nuovo che non conosce tramonto?

Ben presto, dalla fertile Galilea e precisamente da un piccolo villaggio, Nazaret, apparve un uomo chiamato Gesù che tutti seguivano e ascoltavano. Faceva tutto bene. Non predicava come gli scribi né come i farisei; era dolce e umile di cuore e parlava di un Regno di giustizia e di pace. L'attesa cresceva nei suoi riguardi. Alcuni pensavano che fosse Elia o Geremia o un altro profeta. Altri pensavano che Dio avesse visitato il suo popolo. Giovanni, cugino di Gesù, sapeva certe cose che gli altri ignoravano. Il Battista si rendeva conto che il suo parente era il modello annunciato dalle profezie messianiche: Figlio di Davide: secondo la profezia di Natan, un figlio di Davide si sarebbe seduto per l'eternità sul trono d'Israele (2 S 7, 13-14). Giovanni sapeva che gli antenati di Gesù appartenevano alla Casa reale di Davide...

- Nato da una vergine: il segno dato da Isaia ad Acaz era che da una giovane sarebbe nato colui che sarebbe stato l'Emmanuele, Dio con noi (cf. Is 7, 14). Questa vergine era sua cugina Maria. Nato a Betlemme: Michea aveva assicurato che il Messia sarebbe nato a Betlemme (cf. Mi 5, 1-3). Mentre tutti supponevano che Gesù fosse di Nazaret e che per questo lo chiamassero “il Nazareno”, Giovanni sapeva che Egli era nato a Betlemme e che così si compiva la profezia. - Si chiamava “il figlio dell'uomo”, facendo eco alla profezia di Daniele (cf. Dn 7, 13-14).

- Il suo nome, Gesù, rifletteva l'ideale messianico descritto da Geremia (cf. Ger 23, 6). Unto dallo Spirito: Giovanni era stato il testimone più vicino quando, nelle acque del Giordano, lo Spirito di Dio si era posato su Gesù e lo aveva colmato della sua potenza, come aveva intuito il profeta Isaia (Is 11, 1-2). In Gesù si compivano ciascuna delle profezie, ma mancava qualcosa che Giovanni non poteva constatare dalla sua prigione: i segni che il profeta Isaia (Is 35, 5-6) aveva descritto come rivelatori dei tempi messianici. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi, si apriranno le orecchie dei sordi; allora lo zoppo balzerà come un cervo, e la lingua del muto griderà la sua gioia.

Perché si vedesse più chiaro, Giovanni inviò allora due dei suoi discepoli perché potessero rendersi conto da sé. Il Battista voleva avere la risposta alla questione fondamentale della storia, ma soprattutto voleva che i suoi discepoli constatassero la verità. Di fatto, ecco quale fu l'insegnamento più importante del Precursore: “Non credete perché ve lo dico io. Andate e rendetevi conto da voi stessi”. La questione era doppia: “Sei tu colui che deve venire...?”. Se lo sei, mostralo. Non prendiamoci in giro. Non si tratta di parole.

Molti sono venuti dicendo di essere coloro che si attendevano, e se ne sono uccisi alcuni; altri hanno fallito nel loro intento liberatore. Quale segno ci porti per provare che sei proprio il Messia? “...o dobbiamo attenderne un altro?” Saremo sempre dei pellegrini che non arriveranno mai alla Terra Promessa? Continueremo a implorare senza sosta che i cieli ci inviino il Salvatore di questo mondo? Queste domande riassumono il pensiero e il sentimento d'Israele: abbiamo già percorso il cammino della storia. Ci hanno già stancato con falsi messianismi.

Dobbiamo continuare ad attendere senza speranza? Ce ne saranno ancora molti a volersi attribuire il titolo di “Unti” per venire a instaurare il Regno di giustizia, di gioia e di pace? Dobbiamo continuare con la nostra lampada a olio, finché non appaia il sole di giustizia con la guarigione nei suoi raggi? Ne abbiamo abbastanza ormai. Tanti hanno usurpato questo titolo glorioso e dubitiamo di chiunque pretenda di essere il Messia. Non saremo più così ingenui, finché non avremo visto dapprima compiersi gli oracoli dei profeti e rivelarsi i segni dell'autenticità.

Mostraci quindi i tratti che identificano il Messia, perché non ci resti più alcun dubbio e possiamo rimetterci senza condizioni a te. Se tu sei il Messia, allora ti seguiremo e ti consegneremo tutta la nostra vita. Gesù li ascoltò, non rispose loro a parole, ma con i fatti: guarendo i malati, liberando gli indemoniati, purificando i lebbrosi, facendo alzare i paralitici e risuscitando i morti.

Era finalmente il compimento dell'era messianica descritta da Isaia: Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha dato l'unzione, mi ha inviato a portare la Buona Novella ai poveri, a fasciare i cuori feriti, ad annunciare ai prigionieri la liberazione e ai detenuti la scarcerazione, a proclamare un anno di grazia da parte del Signore. (Is 61, 1-2). Questo testo è quello che Gesù aveva scelto per mostrare il suo programma d'azione, e lo aveva proclamato nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4, 18-19).

Così sembrava voler dire: “Se posso compiere questa parola della Scrittura, è che sono il Messia...”. Non era soltanto per quell'epoca, ma proprio per ogni uomo di ogni epoca. Se Gesù oggi risponde a questo modello, ciò significa che Egli è il Messia annunciato dai profeti, colui che le nazioni attendevano e il Salvatore del mondo. Quanto a me, poiché sono suo discepolo, voglio rendere testimonianza che Gesù è il Messia, perché in lui si compiono oggi i segni che lo mostrano come tale.

Ovunque nel mondo, Gesù continua a manifestare che Egli è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Colmo della potenza dello Spirito Santo, rende visibili i segni per i quali il Messia deve essere riconosciuto. Gesù fu il Messia per il Popolo d'Israele di 2000 anni fa; ma per noi, che crediamo in lui, siamo l'Israele di Dio. È per questo che Egli continua oggi a portare le prove del suo messianismo. Questi segni sono destinati a tutti gli uomini di tutti i tempi.

Ancora oggi Gesù ci dà le prove che non soltanto Egli era il Messia, ma che Egli “è” il Messia, perché le profezie messianiche continuano a compiersi nel nostro tempo. Non posso cessare di parlare di ciò che ho visto e udito. Mi sento spinto a compiere il mandato affidato da Gesù ai discepoli di Giovanni Battista: “Andate e riferite ciò che avete visto e udito:

I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, la Buona Novella è annunciata ai poveri”. (Lc 7, 22).

1 - I ciechi riacquistano la vista

La guarigione messianica per eccellenza è aprire gli occhi dei ciechi. Gesù è la luce del mondo, e comunica questa luce ai ciechi: è il segno che la sua luce ci fa uscire dall'oscurità dell'errore e della menzogna. Quando guarisce un cieco di nascita, ci ricorda che egli ci ha fatti passare dalle tenebre alla sua ammirabile luce (1 Pt 2, 9). Ogni volta che un cieco riacquista la vista, ciò mostra che Gesù è la luce che viene “per illuminare coloro che dimorano nelle tenebre e nell'ombra della morte, per guidare i nostri passi sul cammino della pace” (Lc 1, 79). Questa testimonianza ci mostra che Gesù è luce per l'uomo di oggi.

Concludevamo una giornata di evangelizzazione a Mbandaka nello Zaire. Durante l'Eucaristia di chiusura, alla quale partecipavano circa quindicimila persone, una bambina di otto anni, cieca di nascita, si mise a gridare: “Vedo, vedo”. Tutti la circondarono. Allora ella domandò: “Chi è la mia mamma?” Due braccia spalancate, due occhi pieni di lacrime e un sorriso materno le diedero la risposta.

Allora, tra le braccia di sua madre, la piccola esclamò ad alta voce: “Oh, mamma, quanto sei bella...” Fu la prima guarigione di un cieco di nascita a cui ho assistito; ma la cosa più importante è che tutti abbiamo compreso che Gesù è la luce del mondo, capace di illuminare la vita di tutti coloro che capiscono di avere bisogno di salvezza. Quando un cieco di nascita riacquista la vista, ci troviamo di fronte al segno evidente che Gesù può far uscire l'uomo dalla tenebra più oscura e che può trasformare anche un elemento congenito, essendo il peccato il peggiore e il più grave di tutti.

La testimonianza che segue, di Panama, mostra come il segno di riacquistare la vista possa ripetersi, ma il suo significato è sempre lo stesso: Gesù è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Un sabato, durante la Messa di guarigione, il padre Emiliano annunciò che il Signore aveva guarito una donna molto ammalata agli occhi. Senza esitazione mi dissi: “Non può essere io”. La domenica, il padre annunciò che avrebbe pregato per i malati e chiese che ciascuno mettesse le mani là dove voleva essere guarito.

Mi misi le mani sugli occhi e sentii che il Signore aveva guarito diverse donne affette da cataratta. Esclamai: “Signore, se sono io, grazie!”. Rientrando a David, la città vicina, chiesi che mi facessero mettere la cassetta dei canti e tirai fuori il mio quaderno dei canti. Quale non fu la mia sorpresa quando, aprendolo, scoprii che potevo leggere chiaramente. Esclamai: “Il Signore mi guarisce, vedo le parole”.

Mi misi a piangere di gioia guardando i rami di salice, un albero carico di frutti, una piantagione di banani, l'erba... e aggiunsi poi: “Grazie, Signore, di permettermi di contemplare ciò che hai fatto nella natura”. Vedevo anche la strada illuminata dai fari delle automobili. Avevo progettato di andare a Panama a trovare il dottor Ruben Orilla perché mi mettesse delle lenti per migliorarmi la vista, ciò che mi sarebbe stato di grande aiuto per occuparmi di mia figlia che stava per avere il suo primo bambino. Senza alcun dubbio, i nostri progetti non sono i progetti del Signore.

Egli aveva fissato un tempo per la mia guarigione e sapeva che attendevo fiduciosa. Rendo grazie al Signore per il suo amore e la sua misericordia. Egli continua a compiere tante meraviglie in mezzo al suo popolo. Do la mia testimonianza perché tutti sappiano che Gesù è vivo e che compie gli stessi prodigi di duemila anni fa.

A Guadalajara, Maria M. Pérez, cronista del periodico “El Occidental”, riferisce i fatti seguenti il 26 marzo 1987: nel pomeriggio di martedì 24 marzo, nella città di Espiritu Santo, il padre Tardif annunciò numerose guarigioni di malattie della pelle, della colonna vertebrale, delle spalle, degli occhi, dell'udito, del cancro, del cuore, dell'artrite, dell'asma, dei reni e molte altre. Senza dubbio, quella che ha maggiormente commosso le persone presenti è stata quella di un bambino di 11 anni, Alejandro Anguiano Contreras, che era arrivato alla riunione quasi cieco.

Nonostante la sua giovane età, Alejandro contava già quattro operazioni al suo attivo ospedaliero e i medici avevano detto a sua madre, la signora Maria Contreras, che “suo figlio non poteva essere curato e che la cosa migliore era che gli trovasse una scuola per ciechi”. Quel pomeriggio, durante la preghiera, Alejandro aprì gli occhi e riacquistò la vista. Sia lui sia la sua mamma piangevano per l'emozione, perché il piccolo poteva di nuovo apprezzare i colori, i fiori e le persone che lo circondavano.

La testimonianza che segue, di una persona guarita davanti a quarantamila persone alla Convenzione del Rinnovamento, a Rimini, in Italia, nel 1988, è molto bella perché è raccontata da un bambino di appena dodici anni: Mi chiamo Luca Pib e sono di Canegrate (Milano); ho dodici anni e sono in seconda media. Da circa un anno faccio parte del gruppo del Rinnovamento nello Spirito Santo. Quest'anno sono venuto al Raduno Nazionale con mia zia Luciana e alcuni membri del gruppo. Ciò che mi è accaduto ha superato di gran lunga la mia attesa.

Sono nato con una lesione del nervo ottico e non potevo distinguere i colori. Fui operato in una clinica di Varese nel 1984. Poiché non potevo camminare da solo, dovevo essere sempre accompagnato per andare a scuola, in chiesa e ovunque. Qualche giorno fa ho detto ai miei amici: “Vado al Raduno di Rimini, e là, o il Signore mi guarirà, oppure mi porterà in Paradiso.

Ho pregato in modo tutto particolare ieri (23 aprile) per la mia guarigione.” Durante il servizio di guarigione del padre Emiliano Tardif, ho sentito come se qualcuno mi prendesse per le mani e mi resi conto che mi cadevano dagli occhi come delle squame, il che mi fece pensare alla conversione di Saulo. Lo dissi a mia zia, che era lì vicino. Mi aveva preso la mano e, poiché la sentiva gelida, credette che mi sentissi di nuovo male. Io le ripetevo: “Mi sento bene, vorrei togliermi gli occhiali scuri, perché vedo”. Cercai un fazzoletto bianco per manifestare la mia guarigione.

Proprio in quel momento al microfono si annunciava che un bambino era stato guarito nella vista. Ero molto commosso nel sentire in quella guarigione l'amore di Gesù. Mi alzai dal banco e uscii dagli spalti. I miei occhiali sono da ieri nella borsa di mia zia, nell'armadio dell'albergo. Grazie Gesù!

Il profeta Isaia aveva identificato i tempi messianici affermando: Allora si apriranno gli occhi dei ciechi. Se Gesù apre oggi gli occhi dei ciechi, ciò significa che siamo nel “allora” al quale il profeta si riferisce. Siamo nei tempi messianici! Se Gesù apre oggi gli occhi dei ciechi, ciò significa che siamo nel “allora” al quale il profeta si riferisce. Siamo nei tempi messianici!

2 - Gli zoppi camminano

Sebbene sia il più contestato tra tutti i segni, quello del paralitico che si alza è un modo privilegiato di dimostrare che Gesù è il Messia Salvatore. Lo dichiarò egli stesso quando disse a un paralitico: “Perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di rimettere i peccati sulla terra, te lo ordino, disse al paralitico, alzati, prendi il tuo lettuccio e vattene a casa tua” (Mc 2, 10-11). Oggi Gesù è generoso nei suoi segni. La testimonianza che segue è magnifica.

Giovanna ci racconta tutto il processo della sua guarigione, che ebbe il suo compimento il 6 luglio 1986, a Laureana Cilento in Italia. È molto importante osservare il ruolo evangelizzatore di una comunità che la conduce ai piedi di Gesù. Mi chiamo Giovanna Monzo, ho diciannove anni e vorrei raccontare le meraviglie che Gesù ha compiuto nella mia vita. Mi ha fatto rinascere dopo quattordici anni a vegetare in una vita che non aveva alcun senso. Fin dal giorno della mia nascita, sono stata colpita da una rara malattia delle ossa, che pochi medici conoscevano; rari erano tra loro quelli che sapevano curarla (osteoporosi).

È una malattia ereditaria che indebolisce le ossa, corrompendole a poco a poco per una decalcificazione cronica. Avevo quaranta giorni quando, a causa dei miei pianti continui, i miei genitori si resero conto che avevo una frattura del femore destro. Mi portarono all'ospedale, ma i medici, ignorando che cosa accadesse, non fecero che aggravare il male. Dopo sette operazioni e quattro anni di ospedalizzazione, si disse ai miei genitori che quando sarei giunta all'adolescenza, o sarei morta, o sarei rimasta paralizzata.

Ma i miei genitori, nonostante la loro povertà, non si dettero per vinti e mi portarono all'Istituto Ortopedico Rizzoli, a Bologna, dove cominciò una serie di interventi chirurgici: in totale ne subii diciotto, l'ultima risalente a cinque anni prima. All'età di quattordici anni, il mio cuore era pieno di amarezza. Gli unici volti che conoscevo erano quelli dei miei genitori e di molti medici d'Italia. Ero stanca e disperata. Volevo distruggere me stessa, e gli altri altrettanto. Perché ero condannata a passare il resto della mia vita su quella sedia a rotelle?

Mi faceva infuriare sentire i vicini della mia età giocare nel cortile, mentre io ero condannata a restare a letto o talvolta su una poltrona, a causa di una nuova frattura. Questa situazione mi fece scegliere l'unica soluzione che fosse alla mia portata: il suicidio. Non potevo più sopportare quella vita così stupida e vuota. Volevo che mi mostrassero Dio, ma non potevo tuttavia conciliare l'esistenza di un Dio buono e onnipotente con la mia sofferenza. Per me, Dio era un'invenzione, e se a volte mi si parlava di Lui, rispondevo che, se esisteva, era un Dio crudele.

Durante l'estate 1985, tentai in diversi modi di porre fine a ciò che gli altri osavano ancora chiamare vita. Un mattino di luglio trovai un modo infallibile di realizzare il mio piano: aggrapparmi al balcone della terrazza e gettarmi nel vuoto; mai avrei avuto la possibilità di salvarmi. Così mi avvicinai a poco a poco al balcone e, mentre non mi restava che un ultimo piccolo sforzo per lanciarmi nel vuoto, il Signore intervenne in modo del tutto inaspettato. In quel preciso momento, mia nonna mi chiamò perché delle persone chiedevano di farmi conoscenza.

Ero furiosa, rendendomi conto che non ero nemmeno libera di morire... Quell'estate, il padre Miguel Vassallo aveva aperto la “Casa di Preghiera San Michele” e aveva invitato diversi giovani a una settimana di preghiera e di evangelizzazione. Si erano divisi in gruppi e si erano messi a percorrere le strade e i quartieri, portando la Parola di Gesù. Due di loro, Rossellina e Sabina, erano arrivate nel momento preciso in cui stavo per suicidarmi... Arrivai nella sala da pranzo sulla mia sedia a rotelle. Come al solito, mostrai tutta la mia angoscia e la mia rabbia.

Esse non reagirono né mi imposero il loro punto di vista, ma mi compresero. Invece di mostrarmi che ero malata, mi offrirono un grande sorriso e mi parlarono con una dolcezza e una tenerezza che non avevo mai incontrato prima. Quell'amore disarmò la mia aggressività, così non potei lottare con quelle che non erano venute per attaccarmi.

Poi mi dissero che volevano presentarmi un amico. Mi aspettavo di vederlo entrare, ma mi dissero che si chiamava Gesù e cominciarono a parlarmi di lui. Chiesi loro perché quel Gesù mi avesse fatto soffrire in quel modo. Quando mi dissero che mi amava, risposi loro che se era così che voleva dimostrarmelo, non volevo il suo amore.

Esse si sforzarono con grande bontà e dolcezza di rispondere alle mie domande e rientrarono nel dramma misterioso della sofferenza nel mondo, alla luce di una croce vuota, testimone del dolore e segno della vittoria sulla sofferenza. Senti; una profonda calore nel mio corpo, senza poterne spiegare la causa. Era come una dolce carezza dell'amore che mi era sempre mancato. Da un lato, volevo che fossero già partite, per poter tornare al mio balcone e saltare, ma dall'altro desideravo che continuassero a darmi di quel balsamo che mi addolciva la vita.

Accettai la loro amicizia, ma a una sola condizione: che non mi parlassero più di quel Gesù che mi faceva condividere la sua croce... Esse accettarono e partirono promettendo di tornare un altro giorno. Nel frattempo, mi domandavo stupita di tanto in tanto: che cosa è successo? Esse tornarono quello stesso pomeriggio con altre venti persone, tutte con lo stesso sorriso e la stessa dolcezza. Mi avevano preparato una grande festa e mi consacrarono tutto il loro tempo senza chiedere nulla in cambio. Quel giorno, per la prima volta in diciotto anni, sorrisi.

Dopo che avemmo parlato, Rosa Maria propose che pregassimo tutti insieme. Ciò mi dispiacque molto, perché rompeva il nostro patto, ma accettai soltanto in ringraziamento di tutto quello che avevano fatto per me, non per convinzione. Durante la preghiera, Rosa Maria chiese a Gesù di dirci se voleva guarirmi. Aprì la Bibbia e tirò fuori il passo del paralitico che non poteva scendere da solo alla piscina quando l'angelo agitava l'acqua, ma Gesù venne a lui e lo guarì (cf. Gv 5, 1-18). Alla fine della lettura tutti piangevano e mi abbracciavano, assicurandomi che Gesù mi avrebbe guarito.

Non capivo assolutamente nulla. Pensai che tutto questo fosse una beffa premeditata o anche che si prendessero gioco di me. Resistevo, non volendo sperare nella mia guarigione, per paura di essere ingannata. Ma comunque, perché facevano tutto questo se non avevo nulla da offrire loro in cambio? A settembre, dovetti affrontare un nuovo intervento chirurgico molto complicato, simile all'ultimo nel corso del quale avevo rischiato la vita.

Ma poiché non avevo nulla da perdere, avevo deciso di tentare questa operazione: si trattava di trapiantare dieci centimetri di osso al femore che anni prima mi avevano tolto. Tentarono di farlo crescere mediante una cura di “Calcitar”, ma era un farmaco così forte che dovetti abbandonarlo, per evitare un collasso. Quando rividi il medico, avemmo la prova che Gesù aveva cominciato ad agire nella mia vita. L'osso era cresciuto e la ferita si era cicatrizzata perfettamente.

Rientrai a casa, ma ero continuamente inseguita da questa domanda: Gesù sta davvero prendendosi cura di me?

L'estate successiva, Rossellina venne con Rosa Maria, accompagnata da due giovani: Pino e Simon, due nuovi angeli che, con tutti gli altri, mi aiutarono a conoscere Gesù. Pino si rivelò il miglior fratello maggiore che avessi mai avuto: prese la mia storia molto a cuore, capì che mi occorrevano fatti più che parole, mi mostrò come amare e non dipendere né da lui né dagli altri esseri umani, ma soltanto da Dio. Formò poi un gruppo di preghiera nel quale ebbi l'occasione di conoscere l'immenso amore di Dio. È là che imparai ad ascoltare la voce di Gesù nel silenzio e a parlare con Dio come con un amico intimo. In quel momento, la mia guarigione fisica non mi interessava. Il miracolo per me era già avvenuto: Gesù mi aveva ridato il gusto della vita. Amavo ed ero amata.

Un giorno, il padre Miguel Vassallo ci parlò con molto entusiasmo della prossima visita del padre Emiliano Tardif, che pregava per i malati in tutto il mondo, e che molto presto avrebbe valicato le montagne del Cilento per parlarci delle meraviglie di Dio. Eravamo tutti molto felici, pregando e preparando il ritiro. Mentre ciascuno mi assicurava che si avvicinava “il grande giorno del Signore per la mia vita”, io, dalla mia sedia a rotelle, offrivo la mia sofferenza per il successo di questo ritiro. Senza esitazione, Alessandra mi assicurava che quella sedia a rotelle sarebbe presto rimasta vuota...

Finalmente arrivò il giorno atteso. Tutto era festa, gioia, speranza. Venne gente da tutta l'Italia, e anche da altri paesi d'Europa. Il sabato si proclamava che Gesù guarisce interiormente e fisicamente. Il giorno dopo, molti rendevano testimonianza della loro guarigione, in mezzo alle lodi della folla. Uno dei giovani del gruppo, vedendo tante guarigioni, reclamò al Signore: “Gesù, tu guarisci gente che viene dalla Svizzera. Hai guarito quella donna sorda di Milano. Hai diffuso le tue benedizioni da tutte le parti, ma qui dove ti abbiamo preparato la festa, non guarisci nessuno? Non puoi continuare così...

Che cosa dirà la gente del posto?” La domenica gli insegnamenti riguardarono Gesù che ha ogni potere in cielo e sulla terra. Durante la preghiera per i malati, sentii il padre annunciare che il Signore stava guarendo una persona che aveva problemi a camminare, e che sentiva un forte calore alle gambe perché lo Spirito di Dio la fortificava. In effetti, sentii il forte calore che saliva a poco a poco nelle mie gambe e pensai che fosse dovuto all'emozione e alla gioia di partecipare al Raduno.

Il padre aggiunse allora: “In questo momento, il Signore compie una guarigione molto grande...” Il mio cuore palpitava rapidamente. Dopo un istante che mi parve un'eternità, aggiunse: “Gesù guarisce un paralitico”. Alessandra, che era seduta accanto a me, mi gridò: “Sei tu, Giovanna, sei tu!” Sentivo lo sguardo di tutti coloro che mi amavano. Alessandra piangeva, ma non riuscivo a fare il passo nella fede. “Senti un profondo calore nel tuo corpo”, precisò il padre Emiliano. È proprio ciò che stavo sentendo. Ma non era forse a causa del clima o dell'emozione?

“Nel nome di Gesù, alzati”, ordinò il sacerdote. Non pensai a me stessa, ma a Gesù, al quale nulla è impossibile. Mi alzai da sola e, per la prima volta della mia vita, andai ad avvicinarmi all'altare. I miei amici piangevano, altri ridevano, tutti si abbracciavano, altri mi coprivano di baci. Sembrava un manicomio. Mi sentivo molto leggera, come se il mio corpo non pesasse nulla. Senza l'aiuto di nessuno, salii i gradini dove si trovava l'altare e glorificai Gesù per ciò che aveva fatto in me. Alessandra piangeva, altri non potevano crederci.

Un compagno rimase muto per cinque ore, sconvolto per avermi visto camminare. La sedia a rotelle è vuota. Non ho più bisogno di stampelle. Conduco d'ora in poi una vita normale. Lavoro nell'ufficio di Padre Miguel. Ogni giorno salgo e scendo i gradini. Dio è stato buono con me. La mia aggressività è ormai solo un ricordo del passato. C'è una sola cosa che mi irrita: l'incredulità di coloro che non conoscono il vuoto della mia vita passata. Ho messo la mia salute al servizio degli altri, ho scoperto che la mia vita è utile e che altri ne hanno bisogno.

Questa testimonianza così bella è carica di diversi insegnamenti: Giovanna è stata evangelizzata con amore da una comunità che si è impegnata verso di lei. Prima di essere guarita, è stata liberata dalle sue amarezze, e infine ha messo la sua salute al servizio degli altri. Quando il Signore guarisce il corpo, la sua azione si estende a tutta la persona. Myriam Lejeune, di Lione, in Francia, mostra come la guarigione fisica sia accompagnata dalla riabilitazione completa della persona. Gesù non è venuto a guarire la paralisi, ma i paralitici; cioè la persona completa.

Prima di dare la mia testimonianza, vorrei ringraziare Gesù per averci rivelato il vero volto di Dio, quel volto che è tutto amore. Voglio benedirlo per il suo sguardo posato su ciascuno di noi ora e in ogni istante. Ho sentito personalmente questo sguardo durante la campagna di evangelizzazione di Ginevra nel 1981. Sono la terza di dieci figli. Sono stata educata nella fede cristiana dall'amore dei miei genitori. Facevamo preghiere quotidiane e visite regolari in chiesa.

Ero molto felice come studentessa di medicina, quando durante una notte di guardia nel reparto di chirurgia, sollevando un paziente, mi fratturai un disco intervertebrale, provocando così una grave ernia discale, con una sindrome rachidea acuta che richiedeva un urgente intervento chirurgico. La diagnosi fu pronunciata dal primario del reparto di neurochirurgia, ma non so per quale ragione ritardò l'intervento di quarantotto ore, il che mi causò un male irreversibile. Il minimo movimento mi faceva soffrire.

Sulla cicatrice dell'ernia discale si installò una spondilite anchilosante, confermata clinicamente, radiologicamente e biologicamente. Fu per me la prospettiva di una paralisi progressiva ed evolutiva. Le sofferenze erano tali che tutto il mio essere interiore gridava, reclamando aiuto. Passai attraverso terribili stati d'animo: mi ribellai contro il Signore, perché lo ritenevo colpevole della mia infermità; contro la mia famiglia, contro me stessa e soprattutto contro la medicina. Non speravo nulla. Odiavo il mio corpo, che non serviva a nulla, se non come fonte di sofferenza continua.

Il mio itinerario di salvezza cominciò a Strasburgo, con una comunità del Rinnovamento chiamata “il Pozzo di Giacobbe”, e grazie all'aiuto dei miei fratelli accettai di perdonare la medicina. Dopo aver fatto questo passo, mi riconcigliai con la medicina e terminai i miei studi. Vissi allora una tappa in cui mi sentii realmente ascoltata dal Signore quando mi inginocchiavo davanti a lui. Incontrai poi a Lione dei fratelli del “Chemin Neuf” che mi insegnarono a lasciarmi amare dal Signore. E soprattutto imparai che cosa è il perdono. Le mie sofferenze avevano creato una caricatura di un Dio giustiziere, terribile e che castiga.

Gli chiesi perdono e abbandonai la mia ribellione contro di Lui e contro la mia famiglia, ma mi occorse camminare ancora un bel po' prima di poter perdonare me stessa. Tutte queste tappe di perdono e di riconciliazione furono determinanti nella mia vita. Il perdono rivitalizza in modo efficace. Mentre i dolori persistevano e si aggravavano, mi ero abituata a soffrire.

In quel periodo i dolori erano così forti che passavo le notti a camminare; era l'unico modo di calmare le crisi. Avevo consultato tutti i neurochirurghi conosciuti in Francia, senza risultato. Durante un ritiro della comunità del “Chemin Neuf”, una suora mi disse: “Hai chiesto al Signore la guarigione della tua schiena?” La domanda mi stupì. Supponevo di vivere un cammino di guarigione interiore e le risposi molto sicura: “Per me no, ma per i miei fratelli sì”. Questa domanda mi condusse alla campagna di Evangelizzazione di Ginevra, con Emiliano Tardif.

Vi fui accompagnata dai miei genitori, sdraiata in automobile perché i dolori erano così forti che non potevo restare seduta. A un certo momento, mi misi a piangere, gridando a Dio di farmi misericordia. Quel dolore fu una grazia, perché mi feci povera davanti a lui, sentendomi obbligata a chiedergli soccorso. Mi prostrai davanti al Signore, con le mani vuote e aperte, ed egli mi rivelò il vero volto del suo amore misericordioso.

Durante la preghiera, il padre Tardif disse: “Una persona che soffre molto della colonna vertebrale ed è invalida, sente un calore che sale dalla colonna fino alla testa”. Sentii il padre e mi misi a pregare per il fratello che cominciava a ricevere questa grazia. Poi pensai, meravigliata: “Ma, Myriam, è proprio questo che senti”. Effettivamente, un'onda di calore mi attraversava la colonna e mi copriva la testa. Era meraviglioso! Sapevo che il Signore mi stava toccando e rimasi con quella grazia interiore.

Ci fu ancora di più da parte di Dio: accanto a me una giovane che non conoscevo mi prese la mano e mi disse: “Stasera il Signore ti ha toccata, ne sono sicura”. Era la conferma che il Signore mi stava guarendo.

Rientrammo a casa, ma questa volta ero seduta in automobile. Avevo l'assoluta convinzione interiore che il Signore volesse restituirmi la salute per compiere la mia missione. La guarigione fu progressiva, sei-otto mesi. A poco a poco i dolori scomparvero; passai dapprima due notti senza soffrire, poi una settimana, e verso la fine, il dolore veniva solo in modo sporadico, permettendomi di dormire notti intere. Era la risposta a quell'appello che gli avevo rivolto: “Signore, se hai bisogno di me come medico e se lo vuoi, rendimi un corpo sano”. Il Signore mi aveva guarita!

Così, avendomi già guarita nel corpo, il Signore mi fece seguire un cammino interiore. Quando si percepisce lo sguardo del Signore, quando si accetta il suo amore nella nostra vita, viene la guarigione del corpo, dell'anima e dello spirito, perché a nostra volta possiamo essere Parola del Signore, la sua gioia e la sua luce.

Dopo aver avuto a lungo un grande disgusto della medicina, ora sono felice di essere medico. Volevo essere una dottoressa cristiana; dopo questa guarigione del mio corpo e della mia anima, sono una cristiana dottoressa. Là sta la differenza. Nella mia professione, ho la grazia di tastare la misericordia del Signore, di trasmettere il suo sguardo d'amore e la sua vita che ricevo ogni giorno, e amo citare questa frase: “Il medico assiste, Gesù cura e accorda la vita”. Gesù mi ha completamente guarita, perché mi ha perdonato tutto quel periodo di peccato e di tenebre che avevo vissuto. Mi ha dato la luce interiore, mi ha fortificata perché potessi riflettere la luce della vita. Mi ha restituito la mia identità di figlia di Dio, latente dal mio battesimo. Sia benedetto il Signore per il suo progetto di vita su ciascuno di noi!

Se Gesù è stato capace di guarire il paralitico per dimostrare che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati, attualmente, guarendo dei paralitici, ci chiede di insegnare la stessa cosa: che Egli è il Messia che doveva venire. La paralisi è il riflesso della morte nella quale rimaniamo a causa del peccato. È per questo che Gesù ha molte volte fatto alzare dei paralitici e ha reso integri degli uomini che avevano un membro paralizzato. È in questo modo che manifesta la sua potenza di perdonare il peccato.

Una guarigione porta frutto non soltanto per il malato, ma anche per la sua comunità tutta intera, come conferma la testimonianza che segue, raccontata dal fratello di colui che fu guarito: José Ramon Rosario Sanchez nacque a San Victor, comune di Moca, il 2 gennaio 1949. Fin dalla nascita, ha avuto gravi problemi di salute. Ha sempre avuto bisogno di una sorveglianza clinica permanente. I primi problemi individuati dai medici furono di carattere diabetico.

I medici sostennero a lungo che il bambino aveva un'insufficienza di insulina, obbligandolo a sottoporsi a un regime rigoroso, che non tardò a lasciare strascichi di anemia per quell'organismo delicato. Il problema fu tale che si dovette ospedalizzarlo all'ospedale Angelita nella capitale. Gli sforzi medici furono infruttuosi. Gli effetti dell'anemia ogni giorno consumavano il corpo del bambino. Con il tempo, fu necessario rivedere il quadro clinico, ma il suo diabete presentava segni inusuali. I medici si misero a studiare più seriamente il caso.

Nel frattempo, José soffriva nel suo corpo le angosce del dolore. Alla fine, si concluse così: José soffriva di un'anemia aplastica. I suoi globuli rossi avevano una struttura anormale. Le crisi si succedevano, causandogli dolori indescrivibili. I medici non potevano che somministrargli dei palliativi, perché ci si trovava di fronte a un male finora incurabile. A 22 anni, José fu ospedalizzato all'ospedale Salvador B. Gautier, a Santo Domingo (Repubblica Dominicana). Là, per un anno e tre mesi, si sforzò di recuperare il cammino, perso a causa dello sviluppo della malattia.

Il dottor Gonzales Cano, specialista in anemia aplastica, affermò che era impossibile che José potesse un giorno rimettersi a camminare, perché il midollo spinale era molto compromesso. Camminare gli avrebbe provocato irrimediabilmente una emorragia cerebrale, dichiarò lo specialista ai genitori del paziente. Il dottore consigliò loro di riportarlo a casa, per cercare di organizzargli quella vita di invalido. José aveva già vissuto recluso quattro anni a letto, senza poter camminare. Per noi la famiglia, tutto ci parve perduto, e ci trovammo in un mondo di angosce inesprimibili.

Ma c'era sempre stata tra noi una ricerca delle soluzioni ai nostri grandi problemi, attraverso invocazioni all'Essere Supremo. Tutti insieme supplicammo per la sua guarigione, sebbene essa ci sembrasse ogni giorno più lontana. Così trascorsero altri tre anni, ma il 17 giugno 1975 fu un giorno memorabile per la nostra famiglia. Il mattino di quel giorno arrivò all'improvviso un gruppo di fedeli cristiani, membri del fiorente Movimento Carismatico, accompagnati dal padre Emiliano Tardif, sacerdote canadese.

Il sacerdote, una volta in casa e dopo aver parlato con José, pregò per lui, invocando il Signore perché gli concedesse la guarigione. Pochi istanti più tardi, ordinò a mio fratello di alzarsi dal seggio sul quale era seduto da più di quattro anni. José si mostrò stupito. Come era possibile che camminasse, dal momento che lo specialista gli aveva detto che non avrebbe più potuto farlo? Egli fece ciò che gli ordinava il padre e fece qualche passo. Il sudore gli copriva il corpo. Lo stupore si diffuse nella mente di tutti: José camminava.

La famiglia esitava a crederci e la nostra casa si riempì di gente. Tutti erano stupiti; molti piangevano di gioia, altri applaudivano e avevano gli occhi spalancati per lo stupore. Per quanto mi riguarda, confesso che mi sentii stordito nel vedere mio fratello camminare. Mi sembrava un sogno. Solo al terzo giorno accettai la realtà: mio fratello era guarito e non aveva più quei dolori che per anni lo avevano confinato all'immobilità.

José rientrò nella vita quotidiana in modo normale; viaggia in numerose città del paese come il più sano di tutti gli uomini. Mio fratello si è dedicato a dare testimonianza della sua guarigione in diversi luoghi, e le persone constatano attraverso la sua testimonianza la potenza di Dio sulla malattia di un uomo condannato dalla scienza medica... La fede degli abitanti di Moca non ha cessato di crescere da quando hanno appreso questo miracolo. Nessuno dubita più che sia Dio ad avere ogni potere in questo mondo. Ciò che è accaduto a José resta nelle memorie.

Oggi, otto anni dopo questo evento miracoloso, mi si conosce come “il fratello di José, quello del miracolo”, più che come avvocato, professione che esercito da diversi anni. Pedro Rosario Sanchez

Nei tempi evangelici, un uomo fu trasportato dai suoi amici su una barella per andare incontro a Gesù: è ciò che è accaduto a Fernande Gobert a Cordes il giorno della sua guarigione. Le circostanze sono simili, e Gesù è lo stesso. Ero professoressa e conducevo una vita ritmata dagli alunni e dagli studi. Avevo udito l'appello del Signore a vivere unicamente per Lui e dovevo entrare in un convento benedettino. Ma nel luglio 1975, a causa di una sciatica iperalgica, causata da un'ernia discale, fui ospedalizzata e operata.

Dopo la mia convalescenza, entrai al Monastero, ma a causa dei dolori continui e di numerose operazioni, dovetti lasciarlo. Presi un lavoro molto semplice. Nonostante il dolore costante e la difficoltà che ne risultava per spostarmi, mi ritenevo felice di poter ancora muovermi. Non sapevo che mi attendevano insieme il peggio e il più meraviglioso.

Nuove operazioni mi inchiodarono a letto con intensi dolori permanenti. Non potevo più sedermi, e camminavo solo pochi passi con l'aiuto di un bastone. Dal punto di vista medico, non c'era nulla da fare: ero condannata alla posizione sdraiata e alla sofferenza. Avrei passato il resto della mia vita prostrata in un letto di dolore. Sopportai sei interventi chirurgici senza che ciò diminuisse la sofferenza; anzi, al contrario. E addirittura, alla fine mi si iniettava la morfina due volte al giorno perché potessi sopportare i dolori intensi.

In mezzo a quest'agonia i fratelli del gruppo di preghiera venivano a offrirmi la loro compagnia, il loro coraggio, la loro amicizia e la loro preghiera. Il 16 settembre 1982, una suora del gruppo di preghiera mi propose la pazza idea di arrivare fino a Cordes perché, mi disse, “il padre Tardif verrà a celebrarvi l'Eucaristia”. Grazie a Dio, non pensai alle sofferenze né ai dolori che ciò mi sarebbe costato. Accettai e partimmo in ambulanza. Durante la mia preghiera, il Signore mi diede la lettura della guarigione di Ezechia, ma non vi accordai grande importanza. La celebrazione cominciò.

L'omelia del padre Tardif era centrata sulla presenza reale di Gesù nell'Eucaristia; presenza effettiva e vivificante. Ci diede diverse testimonianze di guarigioni avvenute dopo che il malato ebbe ricevuto l'Eucaristia o durante la processione del Santissimo Sacramento. Quando venne il momento della comunione, due fratelli mi portarono sulla mia barella dal fondo della chiesa fino all'altare. Pensavo a quei quattro amici che avevano trasportato il paralitico nella casa dove si trovava Gesù.

Il padre Tardif si inginocchiò per darmi l'Eucaristia. Domandò poi a Gesù presente nell'ostia di guarirmi. Infine, mi pose il ciborio sulla testa e disse: “Signore, un giorno una donna toccò la tua veste e fu guarita. Sappiamo che tu sei presente nella Santa Ostia. Tocca la tua figlia e guariscila come hai guarito la donna emoroissa”. Quando ebbe terminato, mi disse che mi occorreva fare un atto di fede, alzarmi e cominciare a camminare. Fu per me il “alzati e cammina” del Vangelo che Gesù mi rivolgeva. Gli presi le mani e mi alzai dalla barella. Con il suo aiuto, mi misi a camminare. Poi mi lasciò e feci cinque passi da sola. Non potei farne di più. Il padre aggiunse: “Il Signore ti ha guarita. Domani, cammina dieci passi, anche se è doloroso. A poco a poco sperimenterai la tua guarigione...”

Il tempo è passato, senza che sentissi parlare di Fernande Gobert. Ma due anni dopo, ricevetti una cartolina da Lourdes, contenente questo messaggio: 5 settembre 1984, Caro padre Tardif, il 16 settembre 1982 a Cordes, nella comunità del Leone di Giuda, in vostra presenza, il Signore mi ha fatto alzare dalla barella per la potenza della sua presenza nell'Eucaristia. Vengo oggi a condividere con voi ciò che ho vissuto: in rendimento di grazie, con un gruppo di amici siamo venuti in bicicletta fino a Lourdes: 287,5 chilometri! Dio è grande. Alleluia! Fernande Gobert

Da allora, Fernande si è sposata ed è ritornata ai suoi corsi di matematica. Non è religiosa, ma si è consacrata a cantare le lodi del Signore. Coloro che la vedono non possono riconoscere la donna indebolita dal dolore, seduta sulla sua sedia a rotelle, ma tutti riconoscono che la potenza di Dio è meravigliosa. Isaia intravede i tempi messianici descrivendo che lo zoppo balzerà come un cervo. È precisamente ciò che è accaduto nell'Isola Mauritius nel settembre 1985.

Durante la preghiera per i malati, il Signore fece alzare e camminare un uomo di sessant'anni che poteva appena camminare con un bastone. Ma una volta guarito e dopo aver dato la sua testimonianza davanti alle diecimila persone riunite là, si mise a correre; un altro lasciò anch'egli il suo bastone e ce n'era anche uno di più che camminava. Era quasi esagerato vedere tanti zoppi camminare in tutte le corsie, gli uni con le stampelle in aria, altri senza il loro bastone. Il nostro Dio è generoso. Alle nozze di Cana mancava un po' di vino ed Egli cambiò seicento litri d'acqua in ottimo vino.

Ne fece tanto che si sarebbe potuto celebrare un'altra nozze.

3 - I sordi odono

Quando il Signore apre le orecchie di un sordo, ciò significa che Gesù ravviva la comunicazione che era stata annientata dal peccato. In Gesù sono vinti tutti gli ostacoli che impediscono la comunicazione. Aprire le orecchie di un sordo è un segno della liberazione che il Signore opera dall'isolamento, dall'individualismo e dall'impossibilità di comunicare. Gesù viene a ristabilire le relazioni tagliate, permettendoci così una comunicazione profonda. Ci rende sensibili per ascoltare la Parola di Dio e allo stesso tempo ci rende capaci di udire le grida dei nostri fratelli.

Nel mese di maggio 1986 predicavo nello Zaire. Il secondo giorno, dopo la preghiera di guarigione, una giovane, con il volto spaventato, emetteva grida in mezzo a una folla di ventiseimila persone riunite nello stadio di Mbandaka. Era una sordomuta di nascita che era stata sorpresa dai canti e dalle lodi e gridava tappandosi le orecchie. Il giorno dopo, in una grande pace e con un grande sorriso, davanti alla folla, diede la sua testimonianza di guarigione pronunciando le parole che aveva imparato quella mattina: “Grazie, Dio, Gesù, amen, alleluia”.

Le chiesi la sua età, ma non sapeva ancora rispondere. Senza esitazione, sua sorella che era accanto a lei rispose: “Quattordici anni”. E colei che prima era sordomuta ripeté: “Quattordici anni”. Fu una testimonianza molto bella che sconvolse tutta la folla, che vedeva la potenza di guarigione di Gesù. Una volta di più, abbiamo visto che le profezie sono state scritte per noi; letteralmente, ciò che aveva profetizzato Isaia si era compiuto: Allora la lingua del muto griderà la sua gioia (Is 35, 6)

In questa stessa linea, la guarigione più stupefacente è quella di Celia Covarrubias. Così incredibile, che la prima volta che la condivisi con i miei compagni, rimasero tutti in silenzio e nessuno fece alcun commento. Dopo, uno di loro si avvicinò a me e mi disse molto seriamente: “Non dovresti raccontare questa storia, perché non soltanto nessuno ti crederà, ma inoltre dai la cattiva impressione di parlare di cose illogiche e tutti rideranno di te...” Tuttavia, un anno dopo la sua guarigione, Celia, con i referti medici in mano, diede la seguente testimonianza in un'arena, nella città di Messico, davanti a quindicimila persone: Vent'anni fa ho cominciato a soffrire di un colesteatoma all'orecchio sinistro. La malattia si aggravò fino all'infezione.

Nel 1976, mi fu fatta una trapanazione, svuotandomi l'orecchio interno: persi così totalmente l'udito da quel lato. A causa del progredire dell'infezione, mi fu fatta un'altra trapanazione, nel corso della quale mi raschiarono in più anche le ossa interne. Finora non mi importava di sentire, dato che non avevo organi uditivi. L'unico interesse che ciò poteva avere era di eliminare l'infezione che guadagnava terreno. Nel gennaio 1986, cominciai un Seminario di Vita nello Spirito del Rinnovamento. L'accompagnatore mi disse che Dio aveva permesso tutte le tristezze della mia vita per glorificare il suo nome.

Gli risposi che avrei preferito glorificarlo con le lodi. La mia vita era stata molto difficile, con problemi di ogni sorta. Nel febbraio di quello stesso anno, sono andata al Raduno Carismatico di Querétaro (Messico) per chiedere la guarigione del mio cuore, che era così ferito dalle sofferenze e dalle incomprensioni. Quando il padre Tardif fece la preghiera di guarigione, intercedetti per la salvezza dei miei figli, dei miei fratelli, dei miei amici. A stento mi ricordai che volevo pregare per la mia guarigione, perché ero rassegnata a non sentire più.

Sapevo che Dio fa le cose impossibili, ma non chiesi nulla perché ero abituata a sentire da un solo orecchio. Gli dissi semplicemente: “Signore, sono qui. Tu sai che cosa mi manca e che cosa ho in più. Mi rimetto nelle tue mani”, senza chiedere nulla di concreto. Poi, il padre disse al microfono che una donna di trentotto anni era stata guarita all'orecchio sinistro. In quel momento sentii un grande calore e udii un rumore fortissimo. Mi tappai l'orecchio destro.

Con mia grande sorpresa, sentivo dall'orecchio sinistro come se vicino a me avessi un altoparlante grande come un armadio. Chiesi alla mia vicina se avessero aumentato il volume, ma mi disse di no. Il Signore mi aveva guarita? Non potevo crederci, dato che in nessun momento avevo chiesto la guarigione. Quel che è certo, è che contro ogni possibilità medica, sentivo dall'orecchio sinistro. Il padre Tardif è rientrato in Canada e io a Irapuato, a casa mia, accompagnata da Gesù.

Il Signore mi ha circondato di persone che mi hanno insegnato molte cose e che vivono molto vicino a lui; mi ha condotto sul suo cammino e ora sono un'altra, totalmente rinnovata. Tutta la notte la passai a piangere e a rendere grazie a Dio e a lodarlo. Godevo di tutti i rumori. Tutto mi sembrava così puro. Ma la cosa più importante era la gioia che mi inondava, e certamente non era soltanto il fatto di essere stata guarita, ma di essere in pace con Dio e con me stessa. Da quel momento in poi, tutta la mia vita cambiò. Il Signore mi trasformò in modo meraviglioso.

Prima mi sentivo sola e depressa. Sapevo che Dio esisteva, ma ritenevo che fosse lontano dai miei problemi. La mia vita era piena di pene. A volte, mi sembrava di non poter continuare così. Sapevo di essere il tempio dello Spirito Santo, ma poiché non lo sperimentavo, non riuscivo a crederci.

Chi conosce realmente il Signore deve seguirlo. Non si può resistere. Non potevo più fare marcia indietro. Quando una persona ha tutti i suoi organi e Dio la guarisce nella preghiera, siamo di fronte a un miracolo. Ma se la persona non ha alcun organo uditivo e si mette a sentire, non si tratta allora più soltanto di un miracolo, ma di un appello. Dio dà una nuova direzione alla sua vita. È così che lo compresi. Quando Dio chiama, non si può resistere obiettando: “Non posso, non so”. Prima vivevo molto oppressa da problemi finanziari.

Pensavo che il giorno in cui non avessi tessuto, non avrei avuto nulla da mangiare. Ora passo fino a quindici giorni senza tessere, perché molta gente viene a casa a chiedermi di pregare per loro, e non ho mai più avuto quella preoccupazione finanziaria. Quando la gente sente ciò che Dio ha fatto nella mia vita, ci sono cuori induriti che si convertono al Signore. Alcuni piangono e altri sono profondamente toccati da Lui. Ho avuto persino la visita di sacerdoti e di religiose che soffrono molto per la loro mancanza di fede.

Dico loro che non è colpa loro; che il loro problema è che non hanno sperimentato l'amore di Gesù e che è per questo che non lo conoscono. Prima, mi domandavo che cosa spingesse gli evangelizzatori a parlare davanti ai microfoni, e come osassero predicare davanti a tanta gente. Ora che ho vissuto questa esperienza dell'amore e della potenza di Dio, lo comprendo perfettamente: non si può tacere ciò che si è vissuto.

Una volta un sacerdote mi attaccò, perché pensava che non fossi mai stata malata all'orecchio e che mentissi. Ma gli risposi: “Padre, a Dio nulla è impossibile”. Due anni sono passati dalla mia guarigione. I medici mi hanno rifatto dei test di udito e non si spiegano come io possa sentire. Ora il mio problema non è sentire, ma sapere come proclamare al mondo intero che abbiamo un Dio che è Padre, e che poiché ci ha dato il suo Figlio unico, come non ci darà tutto il resto...?

In questa guarigione, Dio ci insegna che i suoi piani sono ben più vasti dei nostri. Non è soltanto l'orecchio sinistro di Célia che Egli ha aperto, ma è tutta la sua vita che è cambiata e ora è la testimonianza che esistono una vita nuova e una missione per coloro che credono nella potenza infinita di Gesù. Se fate il “52” (462) 63 319, è probabile che sarà Célia a rispondere e a mettere l'apparecchio all'orecchio sinistro.

Nel corso del mese di ottobre '88, predicavo in Costa d'Avorio. Avevamo un servizio di guarigione con quattromila persone e una delle parole di conoscenza che ricevetti fu che due sordi stavano guarendo nell'assemblea. Chiesi ai due sordi che erano stati guariti di manifestarsi e di dare la loro testimonianza. Un uomo di trent'anni si alzò molto emozionato e disse che era da molto tempo che non sentiva più, ma che il suo orecchio stava finendo di liberarsi e che ora poteva sentire. Poi, chiesi chi fosse l'altro. Insistei, ma nessuno rispose.

Allora dissi: “Continuiamo a pregare”. Il giorno dopo, avemmo la riunione del clero della diocesi. Un sacerdote alzò la mano e disse: “Padre, ieri sera avete fatto qualcosa di antievangelico: quando Gesù guariva un malato, gli vietava di parlare del miracolo, mentre voi ieri sera avete chiesto a coloro che erano stati guariti di proclamarlo a tutti”. Gli risposi: “Ma, padre, era il ‘segreto messianico’. All'inizio della sua vita pubblica, Gesù non voleva svelare in modo brusco la sua identità messianica, ed è per questo che diceva: ‘non dirlo a nessuno’.”

Ma il giorno della sua ascensione, ordinò che annunciassimo il Vangelo fino alle estremità della terra. È così che fu rivelato il “segreto messianico”. Ora non soltanto sappiamo, ma dobbiamo annunciare fino alle estremità della terra che Gesù è il Messia salvatore. La missione della Chiesa è precisamente questo. Altrimenti, quale ragione ha di esistere?” In quel momento, un sacerdote alzò la mano.

Pensavo che fosse per una nuova obiezione, ma spiegò: “Padre, ieri sera, quando avete annunciato la guarigione di due sordi, ce n'è solo uno che è venuto a dare la sua testimonianza, l'altro non si è manifestato, ma ero io. Mi sono reso conto che sentivo bene ma non ho osato alzarmi, pensando: aspetteremo per vedere se è proprio vero... Ma questa mattina, quando mi sono svegliato, ho sentito il canto degli uccelli per la prima volta da tre anni. Questo pomeriggio, ho potuto confessare per più di un'ora, sentendo perfettamente senza apparecchio acustico”.

Quando ebbe dato la sua testimonianza, tutti applaudirono. Allora chiesi al primo sacerdote: “Padre, non credete che glorifichi più Dio che proclamiamo le sue meraviglie?” E là si concluse la discussione.

Ogni guarigione è un'occasione per mostrare che Gesù è il Messia. Ogni testimonianza è un grido di evangelizzazione che proclama che Gesù è il Salvatore del mondo.

4 - I lebbrosi sono purificati

Gesù è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Ciò che ha fatto duemila anni fa, lo rifà oggi perché ha lo stesso potere oggi di ieri. Dopo aver predicato un ritiro per sacerdoti a Sagmeline, in Camerun, fui invitato a pregare in una lebbrosario del governo dove ci sono più di trecento malati. Arriviamo davanti a quella folla sofferente. Era molto impressionante trovarsi davanti a quel quadro di dolore: il verme della lebbra che rode la carne umana.

Alcuni con le membra amputate per poter continuare a vivere; altri, ciechi a causa della loro malattia, l'odore della carne putrefatta... Dopo aver parlato loro della potenza di guarigione, pregammo, chiedendo al Signore di guarire questi malati. Poco tempo dopo essere rientrato a casa, ricevetti una lettera da una religiosa infermiera nel lebbrosario che mi annunciava che il Signore aveva guarito dieci lebbrosi. Dieci lebbrosi che hanno potuto ritornare alla vita normale del loro villaggio e che danno la loro testimonianza!

Domandai al Signore: “Perché vi furono dieci guariti e non nove o undici?” Sentii il Signore rispondere nel mio cuore: “Perché sappiano che colui che guarisce oggi è lo stesso che ha guarito i dieci del Vangelo”. Credo che la lebbra del nostro tempo sia il cancro. Parola che è diventata sinonimo di condannato a morte. È per questo che vi racconterò come Gesù guarisce dalla lebbra del cancro. Davanti alla malattia e al male, siamo davanti a un mistero. Alcuni vi si scontrano e cadono, ma chi approfondisce il mistero alla luce della croce vuota, lo valorizza. È ciò che è accaduto a questa donna che si trovava sull'orlo della morte: Mi chiamo Hélène Gaspoz, sono di Evolène in Svizzera, ho 43 anni, sposata da 21 anni e ho tre figli.

Soffrivo di un cancro generalizzato, che cominciò dalle ossa nel 1975. Mi fu fatto un prelievo osseo e tre settimane dopo, il medico ci annunciava il risultato: tumore maligno. Cancro delle ossa. “Non voglio morire, risposi, ho tre figlie da allevare, una di esse ha una malattia grave, e mio marito ha appena avuto un incidente”. Il medico, pensieroso, mi rispose: “Finché la colonna non è colpita, si può fare qualcosa”. Ciò mi colpì in tutti i sensi di questo termine. Purtroppo, la malattia peggiorò e arrivò rapidamente alla colonna.

Si parlava di un'ernia discale, ma seppi da un altro medico che non si poteva operare a causa dell'usura delle ossa e che la malattia era fatale. Passai il mio tempo fra alti e bassi, finché un giorno un intenso dolore alla schiena fu seguito da una paralisi delle gambe. Ospedalizzata per tre giorni, fui esaminata con cura. Mi furono somministrati analgesici potenti e passai tre mesi interi a letto senza poter nemmeno muovere la testa.

Mio marito era meraviglioso, non cessava di sostenermi e di aiutarmi a pregare. Questa malattia ci unì maggiormente e ci rese più attenti ai bisogni l'uno dell'altro. Quando uno è nell'ombra della morte, ci si rende conto dell'importanza dell'amore, e non si può trascurare alcuna occasione. La mia guarigione cominciò il sabato 1° giugno, durante la riunione con il padre Tardif a Sion. Quando Dio gli ebbe mostrato il mio caso, non mi resi conto subito che si trattava di me. Non avevo ancora chiesto la mia guarigione; ero venuta a quell'incontro per pregare e affidare al Signore mio marito e le mie tre figlie, perché le sofferenze insostenibili che provavo mi facevano pensare che la mia vita volgesse al termine.

Sentii un calore intenso che mi invase il corpo; le mie figlie mi dissero che ero tutta rossa. Dopo la riunione, notai che non avevo male alla schiena e che non avevo bisogno di cercare il mio equilibrio per camminare. Degli amici che erano venuti con il loro figlio medico mi dissero: “Ma Hélène, sei bollente”. Risposi loro che era senza dubbio il calore del Signore... Arrivata a casa, feci notare a mio marito che potevo girare la testa, e nel corso della notte, potei girarmi nel letto senza difficoltà, cosa che non potevo fare da anni.

Era come in un sogno. Più volte, accesi la luce per esaminarmi, e compresi che lo Spirito Santo mi aveva guarita. Al risveglio, ero una donna nuova: tutti i miei dolori erano spariti e, contrariamente all'abitudine, non avevo la bocca piena di sangue. Mi alzai senza aiuto, sentendomi piccola e leggera come una piuma; corsi a svegliare tutta la famiglia gridando: “Il Signore mi ha guarita!”, piangendo e cantando al tempo stesso. Immaginate la mia gioia, perché ero malata da dieci anni. Le tre settimane che seguirono, le vissi in una gioia straordinaria.

Ora posso affermare che quei lunghi anni di prova hanno fatto crescere la fede e l'amore nel nostro focolare. Oggi viviamo in modo diverso, non soltanto grazie alla guarigione, ma anche alla malattia che minacciava la mia vita. Vorrei dire a tutti coloro che sono malati che se la loro famiglia, i loro amici o i loro medici li abbandonano, il Signore rimane accanto a loro.

Grazie Signore! Tu sei meraviglioso! Non si può più dubitare della tua risurrezione. Ogni giorno ci provi che sei vivo in mezzo a noi. Alleluia! La testimonianza seguente ci mostra come, quando il Signore compie una guarigione, la sua azione salvifica si fa molto in profondità e suscita una reazione nella persona, che la condurrà alla guarigione della più grave di tutte le malattie: il peccato.

Il 5 luglio 1981 predicavo un ritiro alla chiesa dei Riformati a Marsiglia. Fu condotto per la preghiera di guarigione un giovane belga di 34 anni, che soffriva di un cancro molto avanzato al piede destro, dove aveva due piaghe. Due medici di Marsiglia, dopo sette mesi di trattamento, avevano deciso di amputargli la gamba. Lui non voleva, e resisteva in tutte le maniere possibili. Quando F.G. seppe che c'era una celebrazione per i malati, non pensò alla sua vita di peccato e decise di assistervi.

Durante la preghiera per i malati, sentì al piede destro un calore molto intenso, come se lo si avvicinasse a un fuoco. Alla fine dell'Eucaristia, rientrò a casa sentendosi diverso. Qualcosa era accaduto quel pomeriggio, sebbene lui stesso non sapesse spiegare di che cosa si trattasse. Per la prima volta dopo sette mesi, si coricò senza prendere sonniferi, e dormì meravigliosamente. Il giorno dopo, era molto felice e stupito. Disse allora al padre gesuita con il quale alloggiava: “Com'è strano, non sento più dolore al piede!”

“Vediamo che cosa succede!” Insieme tolsero la benda che avvolgeva il piede destro e scoprirono con ammirazione che era perfettamente sano e che una pelle nuova ricopriva le piaghe; la guarigione era così perfetta che i tessuti erano rinnovati e non si vedeva nemmeno la differenza tra una pelle e l'altra. Saltando di gioia, il giovane partì in clinica per mostrare il piede ai medici che lo curavano. Essi gli chiesero con curiosità che cosa gli fosse accaduto; la guarigione era così perfetta e così rapida che non trovavano alcuna spiegazione.

Allora il giovane disse loro: “Il Signore mi ha guarito ieri durante l'Eucaristia”. Loro, atei, non sapevano chi fosse il Signore, e ancor meno che cosa fosse l'Eucaristia. Gli risposero: “Bisogna trovare una spiegazione a questo...” Quando F.G. mi telefonò per raccontarmi tutto e mi ripeté che i medici cercavano una spiegazione, gli risposi: “Di' loro che la spiegazione ce l'abbiamo noi: Gesù è realmente vivo e presente nell'Eucaristia.

Poiché Gesù è vivo, può fare questo e molto di più, perché è lo stesso che ha risuscitato Lazzaro e che ha guarito tanti zoppi e paralitici, tanti ciechi e sordi. Gesù è la salute dei malati!” Senza esitazione, la guarigione più importante non fu quella, ma quella del cancro del cuore che si chiama peccato. F.G. aveva condotto una vita peccaminosa. Il Signore gli diede la forza di rinunciare a tutto ciò per intraprendere una via nuova. Poco tempo dopo, entrò in seminario.

Poiché il Signore lo aveva guarito durante l'Eucaristia, egli voleva avvicinarsi il più possibile a quel mistero e poterlo un giorno celebrare. Degli anni dopo, tornai in Francia; lo ritrovai ordinato sacerdote, in un convento di vita contemplativa, che celebrava il mistero della fede, nel quale annunciamo la morte del Signore e proclamiamo la sua risurrezione. Gesù è vivo e opera nel pane consacrato e nel vino. Se avessimo più fede e lo lasciassimo agire con tutta la sua forza, non ci mancherebbero tanti argomenti per affermare la sua presenza reale nell'Eucaristia.

Basterebbe lasciarlo agire ed egli stesso si incaricherebbe di provare la sua presenza reale nell'Ostia consacrata, con segni e miracoli. Allora le nostre celebrazioni eucaristiche si trasformerebbero in celebrazioni prodigiose.

Infine, sebbene un po' diffusamente, don Pedro Martinez, del nord del Messico, ci racconta in modo bello, non soltanto la sua guarigione ma anche la sua trasformazione: Caro padre Emiliano, Scrivere ai miei amici è uno dei miei passatempi preferiti, ma oggi mi trovo in imbarazzo, non so come comincerò correttamente il racconto della testimonianza che mi è stata richiesta di fare. In passato, viaggiavo molto, e data la mia forza fisica, nessuno avrebbe potuto convincermi a consacrare più tempo alla mia famiglia.

Credevo (come molta gente) che i miei peccati fossero leggeri; se si partiva dal principio che non uccidere, non rubare ed essere “giusto” con i propri simili, significava essere a posto con Dio. In effetti, mi consideravo un buon cristiano. Tuttavia, non avevo comunicato dal mio matrimonio, che risaliva a trent'anni fa. Circa tre anni fa, a seguito di un incidente sul lavoro, cominciai ad avere difficoltà con la gamba destra, come pure con il braccio destro, che poteva a stento reggere il peso della mia borsa.

Per tutta la mia colonna vertebrale cominciarono terribili dolori intensi che non sopportavo, sebbene mi somministrassero calmanti molto forti. Venne il giorno in cui si dovette iniettarmi regolarmente dei rilassanti per impedire gli svenimenti che si ripetevano.

Visitammo un certo numero di centri medici in Messico e negli Stati Uniti. Gli uni dicevano che erano i reni; gli altri, il mio peso. Ma tutti si accordarono perché fossi operato a Houston. Fui ospedalizzato per due operazioni perché perdevo ogni sensibilità alle estremità inferiori ed erano comparsi dei crudeli dolori. Da allora, cominciai a dipendere dall'aiuto dei miei cari, particolarmente di mia moglie, che mi consacrava tutto il suo tempo. Sembravo così male fisicamente che non mi accettarono nemmeno su un volo di linea; ci occorse quindi noleggiare un aereo sanitario.

Il neurochirurgo che mi aveva operato le volte precedenti commentò che l'intervento sarebbe stato delicato e lo considerava pericoloso. È per questo che molto freddamente, la notte precedente l'operazione, mi disse: “Don Pedro, lei crede in Dio? Allora si affidi a lui, perché avremo bisogno di tutto il suo aiuto”. L'intervento non ebbe alcun successo. Ero peggio di prima, senza potermi muovere e insensibile dal petto ai piedi.

Da quel momento constatai un riavvicinamento molto notevole tra i miei cari e i miei amici, perché, aprendomi di nuovo la colonna vertebrale, si era scoperto che il cancro aveva colpito le ossa e la prostata: clinicamente era impossibile fare qualsiasi cosa per me. I medici mi davano una speranza di vita di tre mesi.

Trascorsero diverse settimane e cominciai a notare che perdevo peso in modo allarmante. Per calmare i dolori mi si manteneva incosciente per la maggior parte del tempo. È così che scelsi di chiedere a mia moglie che, appena terminate le radiazioni, rientrassimo a casa perché mi sentivo molto male. A questo secondo ritorno a casa, alcuni parenti e amici non vollero più venire a farmi visita, perché invece di rincuorarsi, uscivano di casa costernati nel vedere quell'individuo, forte e vigoroso che avevano conosciuto pochi mesi prima, passato da 105 chili a 55 chili, con in più una condanna a morte. Mia moglie non accettava l'idea che potessi partire così lasciandola sola, così cercò disperatamente tutti i mezzi a sua portata.

Incoraggiato dal fatto di aver superato il termine dei tre mesi di vita, fui condotto a Monterrey. Il gruppo di medici chini sul mio caso fu molto freddo con mia moglie, dicendole di non farsi illusioni, che il fatto di aver superato quel termine non era una base sufficiente per impedire che da un momento all'altro potessi trovarmi in cattivo stato. Per mesi assistemmo a sedute di radioterapia a Monterrey, e un giorno avemmo la visita di un gruppo di preghiera. Dopo la prima riunione, sentimmo la necessità della presenza di quel gruppo.

Nel corso della terza visita, fummo evangelizzati. Ci si parlò dell'amore di Dio come mai prima l'avevo sentito. Mi riconobbi peccatore e accettai Gesù nel mio cuore come mio Salvatore. Lo proclamai Signore di tutta la mia vita e ci fu imposta le mani per ricevere una nuova effusione dello Spirito Santo. Durante il mio battesimo nello Spirito Santo, ebbi come una visione: delle mani si tendevano verso di me dalle quali partiva una luce sfolgorante circondata di neve molto fitta, e prendevano le mie.

Sentii l'inquietante presenza di qualcosa di divino molto sconcertante, che ancora ora mi è impossibile descrivere, ma ciò mi causò una profonda emozione. Degli amici ci informarono che voi, padre Tardif, sareste stato presente a Guadalajara in novembre. Poiché eravamo molto desiderosi di assistere al raduno, chiedemmo loro di procurarci dei biglietti. Tutta la casa fu piena di gioia e di speranza. Era una gioia contagiosa per tutta la famiglia. Preparammo la partenza in aereo e arrivammo il 22. Per questo viaggio, come per ogni spostamento, ebbi bisogno di una sedia a rotelle.

Arrivando, fummo sorpresi di vedere migliaia di persone che circondavano lo stadio, attendendo e desiderando entrare. Era un vero pellegrinaggio di gente in attesa, che cantava, molti dei quali trasportati su barelle di ogni sorta; c'erano file di invalidi in sedia a rotelle, dei paralizzati portati in braccio, alcuni con stampelle o bastoni e altri, come fardelli umani, erano sostenuti alle spalle da esseri sorridenti, che sembravano non curarsi del peso; non si poteva che leggere nel loro sguardo il desiderio di udire la Parola di Dio.

Per i semplici di cuore, com'è facile sperare! Fummo attenti allo svolgimento di tutte le cerimonie, partecipandovi senza riprenderci dallo stupore di vedere sessantamila persone che bevevano avidamente alla sorgente della Parola di Dio. Quando fu il vostro turno, padre Tardif, di pregare per i malati, eravamo stupiti delle guarigioni che si potevano constatare: un uomo camminava alzando ben in alto le sue stampelle, una cieca vedeva, ecc. Così passò il tempo finché annunciaste che non restavano che cinque minuti di preghiera.

In quell'istante, mia moglie cominciò a pregare Dio in questo modo: “Signore, ti rendo grazie con tutto il cuore per averci permesso di assistere a quest'incontro. Il tempo fissato per la guarigione volgerà al termine e non ho sentito che ti sei interessato al caso di mio marito. Ma se in questa occasione non gli restituisci la salute, tu sai il perché. Ti chiedo soltanto, Signore, di continuare a sostenerlo nella fede e se oggi non è il suo giorno, non permettere che si scoraggi né che la sua fede vacilli”.

Stava terminando la sua preghiera, quando diceste che in quell'istante cinque persone ricevevano la guarigione, due donne e tre uomini. Quando fu il turno degli uomini, precisaste che uno di essi stava guarendo da un cancro delle ossa: che non avesse paura, avrebbe sentito un calore molto vivo in tutto il corpo e una profonda angoscia.

Mia moglie si voltò per guardarmi. Ero bagnato di sudore, sentendo un fuoco che mi invadeva tutto il corpo. In più, un'emozione-angoscia indescrivibile, che espressi attraverso un lungo gemito. Avevo la certezza che parlavate precisamente di me, e lo dissi a mia moglie. Nonostante la grande emozione di quegli istanti così intensi, riuscimmo a sentire che chiedevate che la persona non desse subito la sua testimonianza, ma attendesse quindici giorni. Con tutti coloro che ci ritrovarono nel retroscena, commossi e felici, lodavamo Dio, perché ero l'ultima persona che il nostro Signore aveva guarito quel giorno.

Durante l'Eucaristia, rendemmo grazie al Signore per tutte le meraviglie delle quali ci aveva permesso di essere testimoni. La domenica 25, ripartimmo per l'aeroporto. Mia moglie mi disse: “Ho appena visto il padre Emiliano Tardif”. Le risposi che non era possibile, che la distanza tra noi e il luogo dove officiavate e avevate fatto la preghiera di guarigione era troppo grande perché potesse riconoscervi. Si diresse verso il luogo dove eravate seduto e tornò tutta eccitata dicendomi: “È il padre Tardif, è il padre Tardif”, e mi chiese che ci avvicinassimo per salutarvi. Il suo entusiasmo era tale che non aspettavo nulla per me, quando si diresse verso il luogo dove parlavate con altre persone e disse: “Perdonatemi di interrompervi, ma vorrei sapere se siete proprio il padre Emiliano Tardif”.

Allora le domandaste se potevate aiutarla in alcunché. Ella, pronta, vi chiese se fosse possibile che le offriste un minuto del vostro tempo, perché desideravamo salutarvi e conoscervi personalmente; faceva più di un anno e mezzo che attendevamo questi istanti. Non aspettaste seduto che io venissi da voi, ma vi avvicinaste al luogo dove mi trovavo, appoggiato a un muro e sulle mie canne.

Ho quindi cominciato a raccontarvi in breve tutta la mia storia e infine vi ho detto che sentivo di essere la persona interessata dall'ultimo caso di cancro. Allora mi imponeste le mani e cominciaste a pregare in una lingua strana che non avevo mai sentito, ma che mi faceva provare una profonda comunione con Dio. Mia moglie piangeva per l'emozione. Mi raccomandaste di non avere paura, che sarei stato guarito e che entro quindici giorni dovevo dare la mia testimonianza. Poi mi chiedeste di leggere Gesù è vivo.

Rispondemmo allora che non era stato possibile trovarlo nello stadio né nelle librerie della città, ma che una coppia amica ce lo avrebbe inviato. In quel preciso istante, dal mezzo della folla che ci circondava, spuntò un uomo che teneva in mano il libro e disse: “Ecco, eccolo, te lo offro”. Lo prendeste e mi diceste: “Figlio mio, il Signore è con te”, e mi mostraste la pagina dove si trova la preghiera per i malati.

1. N.d.T.: Il titolo originale del primo libro di Emiliano Tardif è Gesù è vivo. È stato pubblicato in francese con il titolo N.d.T.: Il titolo originale del primo libro di Emiliano Tardif è Gesù è vivo. È stato pubblicato in francese con il titolo Gesù ha fatto di me un testimone.

Da quel momento, non ebbi più bisogno della mia sedia a rotelle. Salii sull'autobus che doveva portarci ai piedi della passerella dell'aereo e senza alcun aiuto (tranne quello delle mie canne) salii la scaletta. Dieci giorni dopo, caro padre Tardif, sollevavo il telefono, era il nostro medico neurologo della città di Reynosa, che desiderava approfittare del suo soggiorno a Monterrey per salutarmi. Era inoltre il momento per me di rivedere i diversi specialisti.

Il giorno dopo, ebbi una telefonata dello specialista in medicina nucleare, che mi informava che aveva appena ricevuto una nuova capsula di materiale radioattivo e che sarebbe stato bene che mi rivedesse. Ci mettemmo a contare i giorni. La data in cui dovevano rivedermi coincideva con i quindici giorni ai quali avevate accennato nello stadio... Il 7 dicembre 1984 mi furono fatti i primi studi di ricerca ossea in medicina nucleare, inviando nuovi campioni per le mie analisi cliniche in laboratorio.

Nel pomeriggio, il medico ci informò che voleva essere sicuro dei risultati delle lastre che aveva in mano e che le avrebbe inviate all'oncologo perché confermasse il risultato... Durante il nostro colloquio con questo medico nel pomeriggio, osservava attentamente i test, cercando da ogni parte i “punti caldi” delle mie ossa. Non trovava nulla; si doveva attendere che il laboratorio desse i risultati dei fosfati, che sono il parametro che indica il mio reale stato di sofferenza.

Quello stesso pomeriggio, avevamo anche un appuntamento con l'urologo, che dopo avermi esaminato attentamente esclamò: “Don Pedrito, lei non sta bene, sta benissimo! Bisogna che siamo vigili”.

Con ansia attendevamo il lunedì. Eravamo preparati e avevamo la certezza che tutto sarebbe andato bene. Lo specialista di medicina nucleare ci attendeva nel suo ufficio. Ci disse che aveva i risultati, ma che attendeva conferma del laboratorio perché non corrispondevano a ciò che era stato registrato nei test precedenti. Dieci minuti dopo, il telefono squillò. Era la risposta del laboratorio. Ascoltò con grande attenzione e riattaccò. Dopo alcuni istanti di silenzio, ci disse semplicemente: “La medicina è buona, ma non fino a questo punto. Lei è guarito.

Le radiazioni sono terminate. I miei migliori auguri, don Pedro”. Quando andammo a prender congedo dallo specialista in medicina nucleare, ci disse: “Non creda che perché oggi sta bene, sarà sempre così”. Sentendo che il mio Signore era con noi, gli risposi: “Quanto vuole scommettere che sì?” Ridendo replicò: “Bene, sarebbe una delle scommesse che perderei più volentieri, ma meglio fermarsi qui”. Padre Tardif..., fa circa tre anni, partivo per Houston per subirvi un delicato intervento chirurgico. Era in una giornata grigia e fredda.

Pochi minuti prima che partisse l'ambulanza, mi ero voltato per guardare un'ultima volta la mia casa, dicendo tra me: “Signore, non so se rivedrò queste terre, ma le amo, come amo tutti gli esseri umani che mi hanno tanto dato con il loro amore”. Oggi, a tre anni di distanza, voglio condividere con voi che Dio mi ha colmato di grazie innumerevoli. Mi ha limitato fisicamente quasi completamente, per insegnarmi e darmi l'umiltà necessaria; perché con essa imparassi, con modestia e semplicità, a ricevere la tenerezza, l'affetto e le delicatezze.

Nel corso di questi tre anni, il Signore ha fatto aumentare la mia fede e la certezza che attraverso di lui si può ricevere tutto. Ho imparato che la vita è soltanto una successione di cambiamenti, e che devo adattarmi alla mia nuova vita; in questo caso preciso, a vivere senza fretta. Cercare al massimo di lasciar cadere le preoccupazioni e le mortificazioni, dimenticare i rancori e gli atteggiamenti falsi. È un'altra tappa meravigliosamente bella. Benedico il Signore perché per tutto questo tempo ha sostituito quel grigio giorno del passato con il sole radioso del presente. Ho imparato a non confrontarmi con nessuno.

Non mi domando più, perché io? So che esiste un Dio che mi ama, che tutto il passato è stato per me un bene. Beata la malattia attraverso la quale Dio mi ha dato la salvezza!

5 - La Buona Novella è annunciata ai poveri

A forza di predicare per tutto il mondo, di percorrere le steppe e i deserti d'Africa, i lebbrosari e le prigioni, constato ovunque lo stesso fenomeno: sono i poveri, e quasi sempre i più poveri tra i poveri, che accolgono con semplicità il Vangelo. Sono loro i più aperti a ricevere, forse perché sono quelli che ne hanno più bisogno. Quando predico in certi luoghi d'Europa, è tutta un'altra cosa: mentalità cartesiana, analisi teologica, medica e psicologica.

Del resto, ho scoperto un'altra povertà: il disgusto e lo scarso interesse per la vita di coloro che sono colmi di beni materiali. A volte sono più poveri degli altri, perché manca loro la cosa più importante: l'amore. Vivono in prigioni dorate. Hanno automobili e aerei, ma non sanno dove andare. Sono provvisti di tutto e nulla li soddisfa. Il Vangelo annuncia buone notizie al povero, ma nello stesso tempo ci chiama a una vita più povera, senza compromessi né brame; liberi da ogni legame, per vivere in pienezza.

Conclusione

Gesù è il Messia che doveva venire. Compie le profezie messianiche e in lui si realizzano i segni che caratterizzano il Messia. Non dobbiamo attenderne un altro. Le promesse si sono compiute. Il tempo di accendere una lampada per scoprire il Messia è passato, perché Egli ora risplende ed è lui che ci illumina con la sua luce che non conosce tramonto. Non vi è altro Nome dato agli uomini per il quale possiamo essere salvati.

Gesù è l'unico salvatore che ancora oggi ci ripete: Perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati, “alzati e cammina”. Perché sappiate che io sono la luce del mondo, “si aprano i tuoi occhi”. Perché sappiate che io sono la risurrezione e la vita, “esci” dalla tomba del peccato. Perché sappiate che io sono la via, “cammina”. Gesù è il Messia annunciato dai profeti, atteso da Israele e del quale tutto il mondo ha bisogno. Oggi, Gesù è il Messia. Il profeta parla anche dei morti che ritornano alla vita.

Credo che la guarigione interiore sia una forma di risurrezione perché ci fa partecipare della vittoria di Gesù Cristo sulla morte. Il capitolo che segue è consacrato a questo punto.

II

LA GUARIGIONE

INTERIORE

Ciò che ho trovato di più bello nel Rinnovamento Carismatico è ciò che viene chiamato . Nello stesso modo in cui il nostro corpo è attaccato da diverse malattie, possiamo essere colpiti anche interiormente da traumi, complessi, paure, rancori e insicurezze di ogni genere. E ancor di più, molti casi fisici non sono che i sintomi esteriori di squilibri psicologici, e quando questi sono guariti, i primi scompaiono anch'essi. Se siamo stati feriti nei nostri sentimenti, possiamo trovarci indeboliti.

Se ricordiamo qualcuno che ci ha traditi, siamo in collera contro tutti. A volte siamo stati umiliati nel nostro amore, e da allora il nostro cuore si chiude a ogni manifestazione di affetto. Tuttavia, Gesù è venuto a curare i cuori spezzati e a offrirci un cuore nuovo. È meraviglioso scoprire come il Vangelo sia pieno di questo genere di guarigioni: Gesù ha guarito i suoi discepoli dall'attaccamento alle ricchezze e dalla brama (Mt 19, 16-26), dall'autoritarismo (Mt 19, 27-30), dalla paura della morte (Mc 4, 35-41; Lc 12, 4-8), dal turbamento (Gv 14, 1-6), dal legalismo (Mt 12, 1-8), dalla paura del fallimento (Mc 4, 30-32), dagli odii, dai risentimenti e dai rancori (Lc 6, 27-31), dall'orgoglio (Lc 18, 9-14) e dall'errore (Gv 7, 31-33).

Ha guarito il centurione dal suo complesso d'inferiorità (Mt 8, 8-13), la samaritana dal suo odio razziale (Gv 4); ha liberato Zaccheo dall'ingiustizia (Lc 19, 1-10); la donna adultera, dal suo senso di colpa (Gv 8, 1-11); la prostituta, dall'impurità (Lc 7, 36-50). E la cosa più importante, che è alla radice di tutti i mali: ha guarito il paralitico dal suo peccato (Mc 2, 1-12). Quante volte desideriamo avanzare, ma non possiamo! La nostra volontà è vinta e il nostro carattere non ha la forza di opporsi alle avversità.

Altre volte, crediamo che siano gli altri a dover cambiare e lo esigiamo, senza risultato. Al contrario, sembra che ciò non faccia che peggiorare il problema. In realtà, siamo tutti feriti ed è per questo che non abbiamo la forza di superare i nostri limiti.

Ho vissuto personalmente questa grazia di guarigione interiore: Per tutta la mia vita, avevo avuto un problema al minimo contatto con il sangue. Quando mi occorreva andare a impartire gli oli santi a un moribondo che sanguinava, era un grande sacrificio, perché cominciavo ad avere sudori freddi e, sebbene facessi grandi sforzi, non riuscivo a controllarmi. Un giorno guardavo un film di guerra dove c'erano molte scene cruente. Cominciai ad avere sudori freddi, abbassai gli occhi; non ne potevo più; credetti che stessi per svenire.

Mi sentivo così male che dovetti uscire a metà del film. Un giorno Monsignor Alfonso Uribe Jaramillo venne a predicare un ritiro. Durante la Messa, pregò per la guarigione delle ferite della memoria, richiamando le diverse tappe della vita. Mentre pregava per la guarigione delle ferite dell'infanzia, mi ricordai che quando avevo cinque anni, un giorno mi ero arrabbiato con mio fratello di sei anni. Avevo un temperino in mano e glielo avevo lanciato. Gli cadde sul braccio, ne colò molto sangue. Mi spaventai molto nel veder il suo braccio tinto di rosso.

Sebbene avessi dimenticato l'incidente, avevo sempre un problema quando vedevo del sangue.

Mentre Mons. Uribe Jaramillo pregava, mi venne in mente quell'avvenimento vissuto quando avevo cinque anni e chiesi al Signore di guarirmi da quel ricordo. Da allora, sono andato in numerosi ospedali per visitare malati colpiti da ferite di gravi incidenti e non ho più quella reazione di emofobia. Grazie a questa guarigione interiore, sono guarito. Il Signore ha guarito quella ferita della mia memoria, e a partire da questa guarigione dei ricordi, comprendo ora meglio l'importanza della guarigione interiore.

Se io mi sentivo male quando vedevo del sangue, per altri una ferita emotiva li rendeva malati davanti all'autorità, perché in un tal giorno, il padre, la madre o il maestro li avevano trattati con durezza. Molti bambini sono ribelli a causa delle loro ferite emotive. La loro rivolta sta là come per proteggerli da ogni autorità. Tuttavia, non ci occorre tanto conoscere la radice del problema quanto la soluzione a questo stesso problema, ed è una preghiera di guarigione interiore che ci libera.

Un bambino aveva tratti così fini che tutti dicevano assomigliava a una ragazza. Ciò gli causò un trauma grandissimo, di tale sorta che da un lato cercava di apparire più uomo degli altri, ma nello stesso tempo cominciò a rifiutare tutti i suoi compagni che lo criticavano o si prendevano gioco di lui. Crescendo, non volle saperne delle donne perché esse riflettevano ciò che non voleva essere. Quando giunse all'età adulta, il suo problema si aggravò e cadde nell'omosessualità. Un giorno che pregava per la sua guarigione interiore, il Signore lo liberò da questo problema, riempiendo il suo cuore dell'amore di cui aveva mancato. Grazie alla guarigione interiore e alla forza del Signore, poté uscire dall'omosessualità. Oggi conduce una vita del tutto normale.

La testimonianza seguente mostra come una ferita emotiva possa avere conseguenze fisiche, ma che una volta guarito l'interiore, i sintomi scompaiono, come mostra suor Madeleine-Danièle nella sua lettera: Signore, le tue cinque piaghe hanno guarito le mie ferite. Gesù è venuto a cercarmi in mezzo alla mia tiepidezza, e ancor più al mio peccato. Ero in uno stato deplorevole: dolori alla schiena, artrosi anchilosante alle ginocchia che mi impediva di inginocchiarmi durante l'orazione, emicrania due o tre volte alla settimana e un'ernia iatale. Avevo perso il gusto dell'orazione e della lettura spirituale. Spaziai molto le confessioni e anzi mancavo spesso l'Eucaristia. La mia unica preghiera era: “Nonostante tutto, tu sai che ti amo”.

In queste circostanze precise, Gesù mi rivelò il suo volto. Il 5 luglio 1981, un'amica mi chiamò per dirmi che sarebbe venuta a prendermi per assistere a una preghiera per i malati. Rimasi in fondo alla chiesa. Un sacerdote dall'accento canadese simpatico diede una meditazione così piena di fede sulle cinque piaghe di Gesù che me ne ricordo ancora. Cominciò poi a ringraziare il Signore per le guarigioni che operava. Disse: “C'è qui una religiosa che ha ricevuto una grande ferita al cuore, e dopo diversi anni, non si è ancora cicatrizzata. Gesù guarisce questa ferita ed ella ritrova una gioia che nessuno potrà rapirle”.

In quel preciso istante, provai una profonda felicità dentro di me. Nello stesso tempo, nella mia memoria ritornavano chiaramente le circostanze che mi avevano ferita. Alla fine, il sacerdote diede la benedizione dall'altare. Mi inginocchiai spontaneamente e, con mia grande sorpresa, potei alzarmi altrettanto. Pensai allora che forse ero io la suora guarita da una ferita emotiva, ma fui presa da un dubbio perché c'erano circa venti religiose in chiesa.

Padre Tardif, quando risaliste in automobile, mi avvicinai e vi dissi: “Padre, se nessuna religiosa si è identificata per questa guarigione, è che sono io”. Mi guardaste in silenzio e rispondeste: “Lo credo anch'io”. È a partire da quel momento che cominciò la guarigione. Un giorno mi dissi: “Se Gesù mi ha guarito le ginocchia, forse mi ha guarito anche i piedi...” Togliei allora le solette ortopediche che usavo da quattro anni e camminai senza alcun problema.

Ma la cosa più sorprendente fu quando qualcuno mi colpì precisamente sulla cicatrice della mia antica ferita. Rumina la vessazione. Ma mi ricordai la parabola dei due debitori: io, che dovevo a Gesù una così grande guarigione, non sarei stata capace di perdonare una piccola ferita? Perdonai e sentii una grande pace. Ritornai al fervore dell'orazione. L'emicrania sparì e sono una persona nuova al servizio del Signore. Vedendo tutto ciò che Dio ha fatto nella mia vita, constato che in verità tutto concorre al bene di coloro che amano Dio e riconosco con tutto il cuore: “Signore, quanto devo ringraziare quella persona che mi aveva ferita. Riempila del tuo amore”. Suor Madeleine-Danièle

La guarigione interiore produce due effetti: ci libera dalla causa che ci colpisce, e ci fortifica per perseverare nel bene. I traumi dell'infanzia si ripercuotono sulla nostra condotta presente. Un alcolizzato non può smettere di bere se la radice del suo problema non è guarita. Continuerà a bere; altrimenti, al suo posto apparirà un altro sintomo della stessa origine. Il Signore va in fondo alla nostra vita, fino nelle zone più nascoste e lontane della nostra infanzia, per ricostruire ciò che ci colpisce nel presente.

Nel corso di un congresso a Caracas, pregavamo per la guarigione interiore. Una religiosa canadese si avvicinò, missionaria in Honduras, che non poteva pregare perché viveva con una tristezza cronica. Cominciammo a pregare per lei. Molto presto, venne a una persona dell'équipe un'immagine mentale. Vide una bambina sola che piangeva in un bosco dove c'era molta neve. Chiedemmo alla religiosa se ciò le richiamasse qualcosa. Si mise a piangere e raccontò: “Quando ero piccola, vivevo in Canada. Un pomeriggio che nevicava, uscii sola nel bosco.

La neve coprì le mie orme sul sentiero e mi persi. Quando volli rientrare a casa, non sapevo da dove passare e mi sentii abbandonata. Piansi più di due ore, finché la mia famiglia mi ritrovò. Fu qualcosa di molto doloroso per me. È a partire da quel momento che cominciai ad avere molte paure.

Pregammo allora il Signore in questi termini: “Tu sai, Signore, ciò che la nostra sorella ha sofferto. Fa' che senta di essere nel palmo della tua mano e che i tuoi occhi non la lasceranno mai, perché tu hai vegliato su ciascuno dei passi che ha potuto fare. Per te non esiste né passato né futuro, tutto è presente davanti a te.

Deponiamo davanti a te ciò che le è accaduto nel bosco e ti chiediamo di guarire la ferita emotiva che ne ha ricevuto”. Rividi questa religiosa diversi anni dopo, quando andammo a predicare a Tegucigalpa, e mi disse che la sua vita era cambiata da quando aveva ricevuto quella guarigione interiore. Del resto, una persona sana è forte di fronte alle insidie, affronta i problemi senza paura, non teme le critiche e non si lascia toccare dal “che diranno”. Chi è stato guarito dal Signore possiede una fortezza interiore capace di resistere agli attacchi.

Con il salmista può esclamare: Se un esercito si accampa contro di me, il mio cuore è senza timore; se una guerra scoppia contro di me, ho là la mia fiducia (Sal 27, 3).

La testimonianza che segue ci mostra molto chiaramente come la persona guarita possa perseverare nella sua vita nuova. Ho vissuto nella mia famiglia in un'atmosfera di costumi e di norme cristiane. Ho fatto i miei studi in un eccellente collegio di religiose e ho sempre assolto i miei doveri di pietà. Potrei dire che avevo un'eccellente informazione cristiana, ma non necessariamente una formazione cristiana, perché non conoscevo questo Dio vivo e non avevo mai sperimentato la Vita Nuova portata da Gesù al nostro mondo.

All'età di 15 anni, quando mi avvicinai al Sacramento della Confessione, fui profondamente traumatizzata dal sacerdote. A causa di ciò non tornai mai più a confessarmi. Perché andare a confessarsi a qualcuno che era peggiore di me? Non andai nemmeno a riconciliarmi il giorno del mio matrimonio. Come ogni fidanzata, arrivavo con illusioni sul matrimonio, sperando di dare tutto e ricevere tutto dal mio sposo. Ebbi diversi figli, ma a poco a poco perdevo le mie illusioni. Vivevamo nell'egoismo e mi mancava l'unica cosa di cui avevo bisogno: l'amore.

Alcuni sogni si trasformarono in incubi e la gioia celeste che aspettavo dal matrimonio si convertì in inferno. Il peggiore degli inferi, non sono le grida, né i colpi, né nemmeno l'odio, ma la mancanza d'amore. Dopo sette anni di matrimonio, ero avida dell'amore che non ricevevo dal mio sposo. Ero ogni volta più lontana dal Signore, così non lo cercai.. Questa testimonianza è data sotto l'esclusiva responsabilità dell'editore originario, che la tiene direttamente dalla persona che la racconta., ma tentai di ricevere l'amore di una persona che cercava di aiutarmi.

Pensavo che così si sarebbe riempito il vuoto che ogni volta si faceva più profondo. È per questa ragione che sono caduta nell'infedeltà coniugale. Ciò che credevo essere la soluzione non fece che aggravare il mio problema coniugale, perché ogni volta mi allontanavo un po' di più dal mio sposo. Mi sentivo molto male nel mio comportamento, ma non potevo fare altro. Ricaddi una nuova volta e allora fu la catastrofe. Emotivamente, soffrii un trauma: mi detestavo e mi disprezzavo da sola. Arrivai al punto di non occuparmi più di me fisicamente.

La mia stessa persona non mi interessava più. D'altra parte aumentarono le aggressioni coniugali e arrivai a perdere ogni speranza nella vita stessa. Volevo morire perché non trovavo un senso a una vita così vuota dove l'amore non esisteva.

Tuttavia, mi giustificavo, riversando su mio marito la colpa del mio peccato: “Se mi amasse, non avrei fatto ciò che ho fatto”. Mi rallegravo persino a volte della mia infedeltà, ma alla fine mi sentivo ancora peggio. Vissi due anni nella paura, accusandomi e colpevolizzandomi. Avevo paura che gli altri lo sapessero e che mio marito se ne accorgesse. Ma a che serviva che non lo sapessero, dal momento che lo sapevo io? Ciò mi manteneva in un'angoscia terribile. Ogni giorno mi sentivo meno umana, meno donna.

Le rare volte che andavo a messa, comunicavo anche, senza tenere conto della parola di san Paolo che chi mangia indegnamente il corpo del Signore mangia la propria condanna (1 Co 11, 29). In ogni caso, mi sentivo già condannata, amara e peggiore di prima. È in queste circostanze che assistetti a un ritiro del Rinnovamento Carismatico, nel corso del quale ricevetti il battesimo nello Spirito Santo.

Pensavo che lo Spirito Santo non fosse per i peccatori, ma compresi che lo Spirito ci permette di avvicinarci, pentiti, per chiedere il perdono di Dio. Io sola mi condannavo per il mio peccato. Lo Spirito mi diede il pentimento e la certezza che Dio era disposto a perdonarmi. Nel corso di questo ritiro, il Signore mi fece il dono della preghiera in lingue. Ciò mi toccò ancora di più. Come mai, io così peccatrice, Dio mi amava tanto da arrivare a darmi questo segno della sua tenerezza? Non potevo comprendere tanto amore, ed era soltanto l'inizio. Qualcosa in me mi diceva che mi mancava ancora il meglio.

La domenica seguente, andai a messa ma, nonostante il mio tentativo, mi fu impossibile comunicare. Dio mi proteggeva impedendomi di commettere un nuovo sacrilegio. Presi allora la difficile risoluzione di tornare a confessarmi, difficile perché ricordavo la ferita della mia giovinezza. Ma se durante una confessione avevo perso la fede, per ritornarvi, mi occorreva passare dalla stessa porta. Il 22 luglio, che non sapevo essere la festa di Maria Maddalena, tornai a confessarmi dopo quindici anni.

Mi presentai timidamente al sacerdote, come quella donna che si era avvicinata a Gesù per lavargli i piedi. Era terribile ricordare ciò che mi angosciava tanto. Era come rivivere con la stessa intensità il mio dolore e il mio vuoto. Tuttavia, obbligandomi a farlo, il Signore mi tolse il grande peso che non potevo più sopportare. Sperimentai in tutta la sua grandezza l'amore e il perdono del mio Gesù. Il sacerdote non era Emiliano Tardif, ma Gesù Cristo stesso che mi accoglieva con tenerezza. Non mi respinse, non mi condannò.

Per me era come l'amore di Gesù alla peccatrice del Vangelo. Il Signore mi aveva perdonata! Non soltanto ricevetti il suo perdono, ma il Signore mi guarì da quel trauma della confessione come pure dalla mancanza d'amore e dall'infedeltà. Questa confessione mi riempì dell'amore di cui avevo tanto bisogno. Mi sentii umana, ristabilita, ricostruita. È proprio lì che rinasce l'amore per mio marito.

Mi inginocchiai e baciai i piedi del sacerdote, bagnandoli con le mie lacrime. Ero inondata da una pace totale che non si poteva descrivere. Quel pomeriggio vissi una nuova nascita, ma questa volta con speranza, gioia e forza. Un'ora dopo comunicai; non ero io che ricevevo Gesù, ma piuttosto Gesù che riceveva me, mi accettava, mi amava e colmava tutto il vuoto della mia vita. Grazie a questa confessione benedetta, ho ricevuto una forza nuova nella mia debolezza. Sono consapevole, più che mai, della mia fragilità; ma ora il mio cuore non è più vuoto, non devo più chiedere l'elemosina poiché ho trovato la Perla Preziosa.

Prima volevo morire perché non avevo trovato un senso alla mia vita. Ora voglio vivere per la gioia di vedere faccia a faccia il Signore che è stato così buono verso di me. Quel trauma che avevo è stato guarito e sono una donna rinnovata, totalmente nuova, come Maria Maddalena. Degli anni più tardi, ho ritrovato quella persona. Quando le chiesi come stesse, mi disse: “Molto bene, grazie a Dio. Non sempre è stato tutto facile, ma è molto più difficile vivere lontano dal Signore che sotto la sua Signoria. Tuttavia, anche se mi ritrovassi di nuovo sola o abbandonata, non cercherei più quell'amore ingannevole che distrugge la vita”. La guarigione interiore è nello stesso tempo come un'operazione che permette di estirpare un tumore e una vitamina che fortifica la nostra vita.

Il racconto del testo dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35) illustra perfettamente che cosa sia la guarigione interiore: Ed ecco che, quello stesso giorno, due di loro facevano strada verso un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi, e conversavano tra loro di tutto ciò che era accaduto. E avvenne, mentre conversavano e discutevano insieme, che Gesù in persona si avvicinò, e faceva strada con loro; ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Disse loro: “Quali sono quindi questi discorsi che vi scambiate camminando?” Ed essi si fermarono, col volto triste.

Prendendo la parola, uno di loro, chiamato Clèofa, gli disse: “Tu sei proprio l'unico abitante di Gerusalemme a ignorare ciò che vi è accaduto in questi giorni!” “Che cosa?” disse loro. Essi gli dissero: “Ciò che riguarda Gesù il Nazareno, che si è mostrato un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e davanti a tutto il popolo, come i nostri sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per essere condannato a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele, ma con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando queste cose sono accadute!”

Alcune donne che sono dei nostri ci hanno, è vero, stupefatti. Essendosi recate di buon mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono tornate a dirci che hanno avuto perfino la visione di angeli che lo dicono vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato le cose proprio come le donne avevano detto; ma lui, non l'hanno visto!” Allora disse loro: “O cuori senza intelligenza, lenti a credere a tutto ciò che hanno annunciato i Profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria!” E, cominciando da Mosè e percorrendo tutti i Profeti, interpretò loro in tutte le Scritture ciò che lo riguardava.

Quando furono vicini al villaggio dove si recavano, fece finta di andare più lontano. Ma essi lo pressarono dicendo: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno volge ormai al termine”. Entrò quindi per restare con loro. E avvenne, mentre era a tavola con loro, che prese il pane, disse la benedizione, poi lo spezzò e lo diede loro. I loro occhi si aprirono e lo riconobbero..., ma egli era sparito dalla loro vista.

E si dissero l'un l'altro: “Il nostro cuore non era forse tutto ardente dentro di noi, quando ci parlava lungo la strada, quando ci spiegava le Scritture?” A quell'ora stessa, partirono e fecero ritorno a Gerusalemme. Trovarono riuniti gli Undici e i loro compagni, che dicevano: “È proprio vero! Il Signore è risuscitato ed è apparso a Simone!” Ed essi raccontarono ciò che era accaduto lungo la strada, e come l'avevano riconosciuto alla frazione del pane.

I discepoli erano molto feriti nel cuore, perché Gesù era stato condannato a morte e così erano morte tutte le loro speranze e illusioni. La croce era stata per loro incomprensibile e rimanevano frustrati nei loro desideri di restaurazione. A causa di questo trauma, i loro occhi non potevano vedere chiaramente la realtà.

“Noi speravamo – come se ormai non sperassero più – che Gesù sarebbe stato il salvatore d'Israele...” Gesù cominciò a richiamare loro le Scritture, i Profeti e che tutto questo doveva accadere. La prima parte della loro guarigione fu dovuta alla Parola. La Parola di Dio purifica e guarisce: “Già voi siete puri, disse Gesù a coloro che lo ascoltavano – grazie alla parola che vi ho fatto udire” (Gv 15, 3). E di fatto, non è né erba né emolliente che rese loro la salute, ma la tua parola, Signore, lei che guarisce tutto! (Sap 16, 12).

Il Signore ci nutre attraverso la sua Parola guaritrice. La Parola di Dio, che dal fondo delle tenebre fece sorgere la luce, ci illumina e ci vivifica. I discepoli hanno percorso undici chilometri ricevendo la guarigione. Il loro trattamento durò per tutto il cammino, come per far loro comprendere che, camminando nella vita, abbiamo bisogno della Parola guaritrice del Signore, che è come una lampada. Gesù fece finta di andare più lontano. Allora gli dissero: “Resta con noi, perché si fa sera”. Gesù entrò nella loro casa e si mise a tavola con loro.

Prese allora il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. In quel momento, i loro occhi si aprirono. L'Eucaristia, Parola e Pane, aprì loro gli occhi perché potessero comprendere il mistero della sofferenza. Ciò che ci guarisce, non è la soppressione del dolore, ma la sua stessa comprensione. Quando ci poniamo di fronte a Colui che è morto su una croce, ma che ha vinto la morte, allora ritroviamo la speranza e le ferite sono guarite. Si partecipa alla risurrezione e così si recupera la vita nuova.

Gesù Eucharistia è sacramento di guarigione, o meglio ancora, la sua presenza salvifica guarisce fisicamente, ma in modo particolare i cuori. Quando riconobbero Gesù, il loro atteggiamento cambiò. Per loro, che rientravano a casa delusi e tristi, quando ricevettero la loro guarigione profonda, quell'amarezza svanì e i loro occhi si aprirono. Siamo già state innumerevoli volte testimoni dello stesso fenomeno: le ferite emotive causano sconvolgimenti fisici. I più frequenti sono: l'insonnia, le ulcere, le malattie nervose, la paralisi, i malesseri dell'apparato digerente e fino alla cecità. Tuttavia, appena la radice del problema è guarita, il sintomo fisico scompare.

I discepoli, ormai guariti, avevano una mentalità nuova, occhi nuovi, vedevano il mondo diversamente; non erano più disperati né oppressi, ma pieni di gioia perché avevano visto Gesù risorto. Si alzarono prontamente e fecero ritorno a Gerusalemme, per annunciare la Buona Novella agli Undici che si trovavano riuniti nel Cenacolo. Chi è stato guarito interiormente si rialza dalla sua prostrazione. Ciò non può essere altrimenti. Diventa testimone e annuncia la risurrezione di Cristo Gesù.

Chi è stato guarito non parla soltanto della sua guarigione, ma diventa testimone della risurrezione di Gesù. Mostra sulla sua stessa carne i frutti della risurrezione di Gesù. Ci sono tante persone ferite nella loro memoria a causa di avvenimenti del passato, che hanno bisogno di guarire perché questa lesione profonda produce timore o tristezza. Ho incontrato persone che portano nel cuore una grande amarezza che le rende antipatiche, ed esse stesse rifiutano ogni gesto d'affetto. Queste persone non hanno bisogno che le respingiamo, al contrario, hanno bisogno che preghiamo per la radice dei loro problemi. Non vogliono né soffrire, né far soffrire, ma sono ferite e a causa di ciò contaminano di dolore tutto ciò che le circonda.

Gesù guarisce le ferite del cuore quando glielo chiediamo. Come leggiamo nel libro di Malachia: Per voi che temete il mio Nome, il sole di giustizia brillerà, con la guarigione nei suoi raggi (Ml 3, 20). Gesù è il sole di giustizia e può guarire le ferite causate dalle ingiustizie della vita. Come per curare le lesioni della pelle si prendono bagni di sole, allo stesso modo, se siamo davanti a Gesù, Egli ci guarisce dalle ferite emotive della vita.

Man mano che la guarigione progredisce, il cuore è liberato dal sentimento di odio, di rancore o di amarezza, e questo luogo è occupato dall'amore che, in torrente, esce dal cuore di Gesù. Ci sforziamo di liberarci da questo rancore, ma da soli non possiamo riuscirci; abbiamo bisogno di una potenza superiore che ci guarisca. Questa potenza, ce l'ha Gesù, lui, il rinnovatore dei cuori feriti.

La testimonianza che segue mostra come la guarigione interiore non sia qualcosa di magico, ma esiga una cooperazione da parte del paziente. Bisogna pagare il prezzo della conversione, sia esso il perdono o qualcosa che impedisce alla vita di dispiegarsi in pienezza. Una coppia aveva gravi problemi. La moglie aveva abbandonato il focolare ed era andata a vivere con un altro uomo. Tuttavia, poco tempo dopo, si pentì del suo errore e volle rientrare a casa. Suo marito non voleva accoglierla, ma per insistenza del parroco, le aprì le porte della casa... ma non del suo cuore.

Gli era impossibile perdonare e rinnovare la fiducia a sua moglie. La comunicazione si perse e il suo cuore era così ferito che divenne impotente. Andò a vedere medici specialisti che gli diedero trattamenti a base di ormoni e di scosse elettriche, ma senza alcun risultato positivo. Nel corso di una preghiera di guarigione interiore, gli si disse che l'origine della sua impotenza era il fatto che non aveva potuto perdonare a sua moglie. Confessò di non potercela fare. Allora la prima cosa che facemmo fu chiedere al Signore che gli desse la forza di perdonare.

Infine, con un atto di volontà, lo fece. Fu un momento così forte che cadde svenuto per alcuni minuti. Si alzò e rientrò a casa con un nuovo volto. Il giorno dopo, commentò: “Stiamo vivendo una nuova luna di miele, anche migliore della prima...”

Quest'uomo non aveva bisogno di consigli né di trattamenti per la sua impotenza sessuale, ma occorreva guarire la radice del suo problema: perdonare a sua moglie. Appena lo ebbe fatto e si fu pregato per la sua guarigione interiore, il suo problema scomparve. Il Signore vuole darci un cuore dolce e umile come il suo, ma per questo abbiamo bisogno che Egli ci guarisca, come ha guarito i discepoli di Emmaus che erano tristi e scoraggiati. Al tempo di Gesù, quando c'era un lebbroso, lo si allontanava dalla comunità perché era pericoloso e avrebbe potuto contaminare gli altri.

Ma Gesù, che era la pienezza della vita, toccò il lebbroso e non fu contaminato, anzi al contrario, lo liberò dal suo dolore. È a ragione che il profeta dice: Sono le nostre sofferenze che egli portava e dei nostri dolori era carico, e nelle sue piaghe troviamo la guarigione (Is 53, 4-5).

Ecco ciò che dà Gesù: la vita, la salute, la gioia, la pace e la felicità, perché per lui non esiste impossibile. Se siete feriti, non dite “sono un caso disperato”. Non ci sono casi disperati; ci sono soltanto uomini e donne che disperano perché non conoscono Gesù. Ma dal giorno in cui vivrete un incontro personale con lui e scoprirete il suo amore guaritore, tutto cambierà. “Se credi, vedrai la gloria di Dio” (Gv 11, 40). E la vedrai nella tua stessa vita, perché Egli ti darà un cuore nuovo, occhi nuovi, una mentalità nuova.

Tu puoi essere un uomo – o una donna – amaro, pieno di odio, che critica tutto, che dice male di tutto, per il quale nulla va bene; ma nella misura in cui Gesù cambia il tuo cuore, ti converte in un uomo – o una donna – pieno dei sentimenti del suo stesso cuore. Allora puoi essere il testimone del Regno e della potenza di Dio. Molti condannano gli altri dicendo: “Quello è cattivo”. Ma in realtà, non ci sono cattivi: ci sono soltanto uomini e donne che lottano con problemi che li schiacciano. Gesù è venuto a spezzare le catene e a darci la libertà.

Ciò che ci sembrava perverso non era che qualcosa che Gesù doveva guarire.

Quando il ladrone della croce lo supplicò: “Ricordati di me quando sarai nel tuo regno”, Gesù non gli rispose: “Ebbene, sei stato molto cattivo, hai rubato a molta gente e hai ucciso. Ci penseremo”. Non gli disse nemmeno: “Ne parlerò domani al mio Padre, per vedere che cosa pensa del tuo caso”. A Gesù è stato dato ogni potere in cielo, sulla terra e negli inferi. È per questo che gli assicurò: “Oggi stesso, sarai con me in paradiso”. È così che lo Spirito Santo produce nelle nostre vite i frutti del suo amore.

Ci sono persone che cambiano completamente sentimenti e gli altri si domandano: Che cosa gli è accaduto, a quello lì, prima era triste, critico e amaro, e ora, ovunque vada non cammina, vola, contento e affermando che lo Spirito Santo gli dà i sentimenti del cuore di Gesù? Non possiamo giudicare gli altri. Essi sono stati feriti ed è per questa ragione che feriscono gli altri. Invece di condannarli, dobbiamo pregare per la guarigione del loro cuore. Avremo grandi sorprese.

Vedrai come il Signore si servirà di te per guarire il cuore ferito di tuo figlio, di tuo marito o di tua moglie.

Ecco due esempi di guarigione interiore.

La samaritana: guarigione dell'odio razziale. Questa donna fu guarita dall'odio ancestrale tra i samaritani e i giudei. Dopo la sua guarigione interiore, riconobbe Gesù come il Messia e andò a dirlo ai suoi amici di Samaria: “Ho incontrato Gesù”, e glielo condusse ed Egli entrò nella città dei samaritani.

Pietro: guarigione della ferita causata dai suoi rinnegamenti: Lc 22, 54-62.

Si vede bene la guarigione di Pietro nel Vangelo, Pietro che il Giovedì Santo ha rinnegato tre volte Gesù. Mentre il Maestro era interrogato dal Sommo Sacerdote, i servi e le guardie di costui avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si scaldavano intorno. Una serva domandò a Simone: “Non sei anche tu uno dei discepoli di quest'uomo?” Pietro rispose: “No, non lo sono”. Poco dopo gli altri si avvicinarono e insistettero: “Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?” Pietro rispose: “No, non lo sono”.

Circa un'ora più tardi, un'altra serva gli disse: “Non ti ho forse visto nel giardino con lui?” Pietro negò di nuovo, e nello stesso istante il gallo cantò per la seconda volta. Il Signore, voltandosi, fissò il suo sguardo su Pietro, che si ricordò delle parole di Gesù: “Prima che il gallo canti oggi, mi avrai rinnegato tre volte”. E, uscendo fuori, pianse amaramente. Pietro incontrò lo sguardo di Gesù che lo guardava con dolcezza. Era uno sguardo di comprensione e di perdono, non di rimprovero. È con questo sguardo d'amore che comincia la guarigione interiore di Pietro.

Ma dopo la sua risurrezione, quando Gesù appare ai discepoli sulla riva del mare di Tiberiade, accende egli stesso un fuoco per preparare il pesce per il pranzo. Prende poi Pietro in disparte dal gruppo e gli chiede tre volte: “Mi ami?” E la risposta di Pietro a ogni interrogazione è: “Signore, tu sai bene che ti amo”. La ferita causata dal triplice rinnegamento fu guarita dalla triplice professione d'amore. Nello stesso modo in cui ogni fuoco gli avrebbe ricordato senza sosta i suoi rinnegamenti, il fuoco acceso da Gesù sulla riva del lago gli ricorderà sempre il suo amore per Gesù.

III

GESÙ È VIVO

Cinque anni dopo la pubblicazione del libro Gesù è vivo, mi rendo conto che esso era nel piano di Dio, ancor prima che avessi pensato di scriverlo. Dopo un ritiro, dissi a Faith Smith: “Io prego per molta gente, ma pochi pregano per me. Vorresti farlo tu?” Accettò con grande piacere. Mi impose le mani e dopo aver pregato in lingue, si mise a ridere. Mi domandò allora: Hai già scritto un libro? No. Semplicemente qualche circolare per i miei amici e qualche articolo su certe riviste. Ho una visione nella quale vedo molta gente che ride e si rallegra, leggendo un libro che hai scritto...

Il tempo passò, e un giorno José Prado mi chiese il permesso di pubblicare alcuni dei miei insegnamenti registrati su cassette. Gli risposi: Ma perché non mi aiuteresti a scrivere un libro? Vorrei ringraziare Dio per questi dieci anni di ministero di evangelizzazione. Siamo venuti a La Romana, abbiamo visitato Nagua, siamo andati a Pimentel, abbiamo intervistato alcune persone e gli consegnai i documenti che avevo. Li abbiamo rielaborati insieme e sei mesi dopo usciva Gesù è vivo, nel 1984. Con mia grande sorpresa, fu immediatamente tradotto in diverse lingue.

La cosa più curiosa è che la gente che lo aveva letto mi diceva sempre la stessa cosa: “Padre, ho provato grande gioia a leggere il vostro libro. Ho pianto e mi ha dato molta speranza”. Altri mi hanno detto di aver pianto e parecchi di loro sono stati guariti. Ho ricevuto un magnifico commento nella seguente lettera del 27 novembre 1984: Caro padre Emiliano, Prima di tutto, voglio chiedervi perdono se mi rivolgo a voi con una certa familiarità, ma è vero che dopo aver letto Gesù è vivo, ho l'impressione che sia come se tutto il libro fosse stato una lunga lettera scritta soltanto per me, perché il messaggio è così chiaro e il sentimento dell'amore che avete per i vostri fratelli in Cristo è così percepibile, che il minimo che si possa provare è gratitudine e amore per colui che Gesù ha usato per trasmettere questo messaggio.

Ricevete la mia ammirazione, il mio rispetto e un saluto caloroso da colui che è vostro fratello in Cristo Gesù, Rafael Gutiérrez Gutiérrez.

Nel corso del Raduno Ecumenico di Kansas City, USA, dove si erano riunite quarantacinquemila persone, suor Briedge McKenna pregò per me ed ebbe una visione: “Vedo”, mi disse, “il globo terrestre e delle piccole luci che sorgono in diversi punti. Sarai condotto a predicare in molti paesi l'amore di Gesù che guarisce”. La cosa più sorprendente è che da allora, ho cominciato a essere invitato in molti paesi dell'America Latina e in altri di lingua francese. Dopo che fui testimone dell'amore di Gesù che guarisce, molte luci di fede si sono accese in molti cuori.

Oggi ho già percorso più di cinquanta paesi dove ho potuto essere testimone dell'amore misericordioso del nostro Dio. Tuttavia, per mezzo del libro, sono entrato in focolari che non conosco nemmeno. Sono così passato in Ungheria, dove non sono mai andato a predicare. Ho ricevuto la lettera seguente:

Budapest, febbraio '88

Verso la fine del 1987, ho letto con grande piacere la traduzione ungherese del vostro libro Gesù è vivo. Questo racconto semplice e gioioso delle meraviglie di Dio mi ha riempita di una grande speranza. Ma non è per questo che vi scrivo, ma per qualcosa di molto più importante. Ero malata alla mano destra. Avevo una tendinite che non mi permetteva né di scrivere, né di compiere i lavori quotidiani in casa. Un giorno dovetti persino smettere di lavorare perché gli oggetti mi cadevano dalle mani.

Fu allora che mi misi a leggere il vostro libro... arrivai al capitolo dove parlate dell'Eucaristia che avete celebrato per i lettori malati. Non lessi l'orazione, ma pregai quella preghiera così semplice. Mi sentii avvolta dalla forza del Signore e spinta ad alzare le braccia durante la preghiera. Molto presto un flusso di calore mi percorse il braccio e nell'istante stesso il dolore sparì. Non soltanto la mia mano destra è stata guarita, ma ora è più forte della sinistra. Eszther Molnar

La cosa più curiosa è che non sapevamo nemmeno che il libro fosse stato edito e distribuito dietro la Cortina di Ferro. C'è un tale desiderio di evangelizzare che non ci si chiede nemmeno l'autorizzazione di pubblicarlo. Come san Paolo, ripeto: Mi rallegrerò che il Vangelo sia annunciato (Fil 1, 18). La guarigione di Eszther Molnar è la mia ricompensa e so che la devo soltanto al Signore. Ci sono altre testimonianze altrettanto belle. La prima è stata data dalla persona stessa alla radio sotto questa forma: Mi chiamo Augusto César Victoriano Baldera. Sono cadetto della Forza Aerea Dominicana. Ho ventidue anni e abito con i miei genitori in via Club de Leones 188.

Oggi vengo a dare la testimonianza di qualcosa che ha toccato me personalmente e che mostra che Gesù è vivo. L'8 ottobre 1984, fui ricoverato all'ospedale Ramon de Lara della Forza Aerea Dominicana, soffrendo di forti dolori alla schiena, avendo perso ogni sensibilità nella gamba destra e una totale neutralizzazione del nervo sciatico della stessa gamba. Non potevo camminare senza appoggiarmi al muro, il che mi portò rapidamente ad avere bisogno di una sedia a rotelle. I medici diagnosticarono un'ernia discale tra la quarta e la quinta vertebra.

Dopo quindici giorni di ospedalizzazione, mi rimandarono a casa prescrivendomi un riposo di almeno sei mesi. Era molto difficile per me accettare la mia malattia. Io che volavo su aerei da combattimento e saltavo col paracadute, mi trovavo ormai incapace di camminare da solo... Il sogno della mia vita, essere cadetto della Forza Aerea del mio paese, stava per svanire. Quando rientrai a casa, la mia mamma si preoccupava, ma con la sua fede in Dio, mi passò un libro intitolato Gesù è vivo.

A mezzanotte di quello stesso giorno, presi il libro per leggerlo. Avevo a stento letto diciannove pagine quando sentii che dovevo pregare. Avendo paura che il mio fratellino e mio cugino mi sentissero – dormivano nella stessa stanza di me – cominciai a pregare a voce bassa. Senza sapere come, mi ritrovai tutto a un tratto a lodare a voce alta. Nel frattempo, nel letto accanto, mio fratello, senza che me ne accorgessi, stava anch'egli pregando per me. In quel momento, sperimentai una sensazione di pace e di tranquillità dentro di me come pure un piccolo solletico in tutto il corpo.

Chiamai mio fratello e gli dissi: “Eh, mi sta succedendo qualcosa. Sento un po' di scioltezza nel mio corpo”. Allora mi misi seduto, cominciai a piegarmi in due nel letto; quando mi resi conto che il Signore cominciava a realizzare un processo di guarigione sia corporale sia spirituale, chiamai mio fratello e gli dissi: “Preghiamo e rendiamo grazie a Dio”. Verso l'una del mattino, mio cugino si svegliò, chiedendo che cosa stesse succedendo. “Il Signore sta guarendo Rudy”, gli rispose mio fratello con sicurezza. Mio cugino non dubitò ed esplose in un: “Gloria a Dio!”

Alle tre del mattino, mamma si unì alla nostra azione di grazie. Il Signore mi guarì quella notte. I medici dicono che è incredibile, perché mi sarebbe occorsa una convalescenza di almeno sei mesi. Tuttavia, non mi occorsero più di due mesi per essere completamente in piedi. Sono stato reintegrato nella Forza Aerea. Dalla mia guarigione, sono saltato sei volte col paracadute e ho più di quindici ore di volo su aereo da combattimento al mio attivo per lo stesso periodo. Posso fare sport, corro, faccio tutto ciò che un uomo sano può fare, per la gloria di Dio. Sono un uomo nuovo, sia nel corpo sia nello spirito. Ma la cosa più formidabile non è che il Signore mi abbia riportato nell'esercito, ma che mi chiami a essere suo testimone tra i cadetti. Appartengo ora a un nuovo esercito, che proclama la verità: Gesù è vivo e dona la vita ai suoi.

Evangelizzare attraverso un libro è simile al lavoro del seminatore che getta la semenza della Parola da ogni parte, fiducioso che è il Signore a far crescere il seme.

La testimonianza che segue mostra fin dove tutto ciò può condurre. Santiago del Estero (Argentina) Novembre 1988: Amato fratello e Pastore nel Signore,

Che Dio vi benedica, padre Emiliano. Mi chiamo José A. C. Mirkin, sono ebreo, circonciso, bis-bisnipote di rabbini. Sebbene fossi stato battezzato nel cattolicesimo, poiché non vedevo “la potenza dello Spirito in piena azione”, ho aderito ai cristiani evangelici. Sono diventato predicatore evangelico. Tuttavia, il Signore Gesù mi ha ricondotto “a casa” poco tempo fa. Voi siete stato una delle persone che ha maggiormente influenzato il mio ritorno alla grande famiglia cattolica con il vostro libro Gesù è vivo.

La testimonianza, piena di pace, di dolcezza e di gioia, è quella di persone che hanno fatto un incontro profondo con il Re dei re e il Leone di Giuda: Gesù. Lodo e benedico il Signore per l'opera che realizza in voi e attraverso di voi. In Cristo Gesù e Mamma Maria.

José A. C. Mirkin

Certo, c'è una parte di croce. Il lavoro aumenta e le ore di sonno ne risultano disturbate. Ogni giorno ricevo lettere in lingue che non conosco, ma le depongo davanti al Tabernacolo e chiedo a Gesù, poiché le comprende, di rispondere a queste intenzioni. Sono spesso svegliato da chiamate telefoniche provenienti dal Giappone o dall'Italia che chiedono la preghiera. Essi mi chiamano di giorno, ma da me è notte o primo mattino.

Un giorno mi chiamarono dall'Arabia Saudita. Non feci che rispondere: “Um, um...”. Dopo ho pensato: Perché la gente spende tanto in chiamate internazionali, dal momento che ha Gesù nel cuore e può chiederglielo direttamente? In verità, il Signore è meraviglioso. Molto più grande di ciò che immaginiamo. A volte mi domando: Com'è possibile che la gente ritrovi la fede, che la sua speranza sia ravvivata e i suoi corpi guariti alla sola lettura di un libro così semplice che dà la testimonianza della potenza salvifica di Gesù? Mi ricordo allora della parola di san Paolo: Dio ha scelto ciò che di folle e di povero c'è in questo mondo per confondere i sapienti (1 Cor 1, 27). E se mi rendo conto che è così, non ho da gloriarmi vanamente, poiché è opera sua e tutta la gloria gli appartiene.

Mi diletto nel Vangelo di san Marco e non trovo racconto più semplice e più bello di queste pagine piene di candore e di semplicità. Se c'è gente che legge il mio libro, io preferisco andare alla fonte originaria, il Vangelo. A dire il vero, farò una confessione che potrà essere presa per audacia. Per il nostro libro, abbiamo preso come schema il Vangelo di Marco. Un giorno che lo dissi a qualcuno, mi fu risposto: Ma che audacia! Voler scrivere qualcosa di simile al Vangelo! Tuttavia, io avrei più paura di provare a scrivere qualcosa che non somigliasse al Vangelo.

Ecco un'altra testimonianza che narra più che guarigioni, perché ha condotto all'azione e all'impegno.

Santiago del Cile, settembre 1986: Padre Emiliano, Prima di tutto rendiamo tutti grazie a Dio per la vostra

venuta nel nostro paese, perché ne ha fortificato più d'uno nella fede. Ogni riunione che abbiamo avuto con voi, ne siamo usciti convertiti in “uomini nuovi”, sicuri che Gesù è vivo nel nostro cuore.

Ecco ciò che mi ha spinto a scrivervi: Lavoro in un'azienda di circa ottocento persone. Avevamo il desiderio di essere portatori del messaggio del Signore, ma non sapevamo come portare la sua Parola. Volevamo evangelizzare ma, a parte il fatto che nessuno ci aveva insegnato in materia, abbiamo incontrato molti problemi e tutti i nostri progetti sono falliti.

Ma poiché Dio è grande e onnipotente, può superare i nostri limiti e si è servito di un dettaglio molto semplice: il dottor Ivan Franjic e Luis Silva mi hanno offerto ciascuno il vostro libro Gesù è vivo. L'ho letto almeno tre volte, rendendomi così conto delle meraviglie che compie il Signore.

Fu l'occasione di avviare un lavoro di evangelizzazione nella mia sezione, dove siamo circa novanta. Ogni volta che qualcuno si ammalava, gli portavamo il libro e pregavamo per lui.

Con il passare del tempo, questo lavoro di buona volontà si sviluppò, sempre più conosciuto, nel silenzio, e un giorno ci vedemmo nell'obbligo di creare la “Casa Santa Maria”, per i malati. Ora, nell'azienda, tutti conoscono il vostro libro e dicono che è il più bello che sia mai passato tra le loro mani. La cosa più magnifica, non è che tutti abbiano ricevuto una guarigione fisica, ma che questo sia servito alla conversione del maggior numero.

Nel corso di un ritiro alla “Casa Caterina Labouré”, sono stato molto felice di ritrovare tanta gente del mio lavoro, che lodava e cantava. È grazie a Dio che si possono contemplare i frutti del Signore. Il nostro gruppo cresce ogni giorno in numero e in fervore. Nel corso delle nostre riunioni di preghiera, intercediamo per voi e la vostra comunità, perché il Signore continui a colmarvi delle sue grazie, delle sue benedizioni e che la luce del Signore vi accompagni sempre, perché possiate così portare il messaggio del Cristo in ogni angolo del mondo.

Eternamente riconoscenti per le meraviglie dell'opera del nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

Patricio Ordonez Gonzalez

Il dottor Marino Ariza scrisse l'articolo “Considerazioni” sul giornale “El Listin”, di Santo Domingo, il 14 aprile 1983, nel quale diceva: Ci siamo deliziati alla lettura del vostro bellissimo libro così tenero, Gesù è vivo, che più che un libro è una testimonianza: “Un grido che si leva, dando speranza a tutti coloro che osano credere che questo Gesù, morto sulla croce, è risuscitato ed è vivo, e che così tutto è possibile”. Questa testimonianza sgorgata dal cuore di un semplice testimone di Gesù deve essere letta da tutti. La nostra anima sarà fortificata nella speranza alla lettura di questa testimonianza così saggia.

Avanti, padre Tardif, anche se a volte sul vostro cammino si frappone la Settimana Santa!

In Repubblica Dominicana apparve un servizio su “Biblioteca” il 13 luglio 1985. L'autore sottolinea che l'aspetto più importante non è la quantità di libri venduti, ma che scopre la ragione per cui la gente li legge: I cattolici, a differenza degli evangelici o di coloro che appartengono ad altre confessioni cristiane, non hanno l'abitudine di essere molto versati nell'acquisto di materiale religioso, a meno che non si tratti di immagini pie, di scapolari (oggetto di devozione composto di due piccoli pezzi di stoffa benedetti, riuniti da nastri che si fissano al collo) o di oggetti di dubbio valore religioso.

Allora, com'è che il libro Gesù è vivo si è venduto come “il pane”, dal momento che non parla che di riunioni, di assemblee e di gruppi di preghiera? Che cosa è successo? In un mondo turbato dall'afflizione, dalle frustrazioni e dalle angosce di ogni sorta; in una società consumata dall'odio, dalla menzogna e dalle false profezie; in un'atmosfera dove si respira tanta ipocrisia e maldicenza; infine, in un mondo semplicemente malato e avido di pace, il padre Tardif testimonia che Dio è l'unica soluzione reale ed efficace ai problemi umani e, di conseguenza, l'unico cammino possibile di guarigione fisica e spirituale.

La storia di questa fede e dell'incontro di Tardif con Gesù Cristo è raccontata in questo libro. Alcuni lo leggono per curiosità, altri per necessità di riaccendere la speranza, ma tutti si rendono conto che Dio agisce nelle nostre vite”.

Conclusione

È il libro che guarisce? Questa domanda equivarrebbe a chiedersi: le vesti di Paolo guarivano? L'ombra di Pietro guariva? In nessun modo. Gesù, che è vivo, è l'unico capace di dare la vita. Attribuire la guarigione a un oggetto, a un luogo, a una formula o anche a una persona, è assai vicino al paganesimo. Questo libro non è che il dito che mostra che Gesù è vivo oggi e che dobbiamo tenere gli occhi fissi su di lui e su nessun altro, né su alcuno strumento di cui Egli si serve per trasmettere la sua salvezza.

https://émilientardif.rcmission.net/2016/index.php?Lng=FR&mod=Publications&fct=Ecrits&pag=JesusEstMessie_II.html