Visione del Cuore di Dio
Alla luce delle promesse bibliche
Sánchez, agosto 2001.
di Marc Plante, MSC
marc_plante@hotmail.com
Centro vocazionale costruito al tempo del padre Émilien Tardif, superiore
Prima di tutto, desidero dare il benvenuto a tutti gli amici e le amiche che si interessano alla spiritualità cristiana. Queste pagine, scritte con lo sguardo rivolto al Cristo, intendono condurre semplicemente verso il cammino della libertà e della felicità fino al Cuore di Dio. La Bibbia presenta, a questo scopo, un Dio che promette di camminare con il suo popolo tutti i giorni della sua vita. Queste promesse, che scopriremo una dopo l'altra studiando la Bibbia, ci serviranno da punti di riferimento lungo tutto il cammino spirituale che conduce alla pienezza della vita.
Le promesse divine hanno sostenuto la fede del popolo di Dio lungo tutta la storia biblica. Basta leggere la storia dei Patriarchi e dei Profeti per convincersene. Dopo di loro, i santi e i credenti dell'era cristiana vi hanno attinto coraggio e ispirazione. Nel XVII secolo, santa Margherita Maria vede il Sacro Cuore rivelarle un cammino di fede attinto dalla Bibbia e secondo la mentalità del suo tempo. Queste dodici promesse, proiettate sullo sfondo del testo e reinterpretate in un linguaggio nuovo, ci guideranno sulla via della vita spirituale.
Ricordiamo che la spiritualità si adatta, secondo le epoche, alla mentalità del tempo e delle culture. In quest'epoca di globalizzazione, le sfide e la fede sono ben diverse da quelle del XVII secolo, quando Margherita Maria riceveva le promesse del Sacro Cuore. L'adattamento di queste dodici promesse ai tempi presenti esige una nuova lettura, allo scopo di rivelare il Cuore di Dio all'umanità del terzo millennio.
È importante anche tenere presenti le raccomandazioni del Vaticano II riguardo a un ritorno più marcato alla Sacra Scrittura e a un impegno sociale della fede nella costruzione del mondo moderno. Ecco perché, pur conservando l'essenziale delle antiche promesse, la versione nuova le presenta in un linguaggio più biblico e sociale. Se talvolta si trovano nel testo parole scientifiche come « lo strutturalismo », evocato nel prossimo paragrafo, nell'insieme queste parole compaiono di rado e le idee espresse sono sempre abbastanza semplici.
Potrete sempre sorvolare sulle prossime sette righe se il metodo strutturale non vi dice gran che. In sé, esso serve come semplice strumento per organizzare la vita cristiana su un itinerario spirituale. Lo strutturalismo favorisce lo studio della linguistica o anche dell'esegesi, ma credo che la spiritualità sia la disciplina che può trarne maggiore profitto, poiché questo metodo ci permette di collocarci sul percorso della vita spirituale.
Alcuni elementi sono ritenuti come fondamenti della spiritualità; in seguito, vengono i rudimenti che compongono il cammino del credente verso la libertà e la felicità; e, in fondo alla strada, appare l'obiettivo o il coronamento dell'itinerario spirituale, che è la pienezza della felicità o la gloria di Dio. L'interdipendenza degli elementi della spiritualità ci sorprenderà spesso nell'insieme di tutto il processo.
Monsignor Cuskelly definisce la spiritualità come « una visione di fede cristiana che sfocia in una risposta ». Il credente struttura il suo cammino a partire da questa visione, che suscita in lui un impegno verso Dio e verso il mondo. Nel presente saggio, la visione che ci guida è quella del Cuore di Dio, come traspare nelle promesse bibliche. Monsignor Cuskelly prosegue la sua definizione dicendo: « Per spiritualità intendo la somma totale dei comportamenti e delle azioni di una persona che crede nella Trinità, come sorgente del nostro essere. Essa ci ha creati per la felicità eterna e ci chiama, in questa vita, a credere in Gesù Cristo, a seguire i suoi insegnamenti, a apprezzare i suoi doni, ad amare il prossimo e a lavorare per il regno ».
Le dodici promesse del Sacro Cuore, che abbiamo scelto come cornice di questo studio, tracciano un itinerario di spiritualità che ci permette di individuare in ordine le tappe della nostra vita spirituale. La nostra sfida personale consiste nell'assimilarle e nel viverle nella vita quotidiana. In ciascuna delle promesse, la menzione delle « persone consacrate al suo Cuore » è interpretata e accolta come « persone consacrate all'amore divino ». Questa consacrazione affonda le radici nell'unzione dello Spirito Santo al battesimo e si realizza secondo la risposta del battezzato all'amore di Dio.
Il doppio movimento — dell'accoglienza dell'amore divino in noi e della risposta amorosa del cuore umano verso Dio e il mondo — costituisce la dinamica della consacrazione. Nella sua formulazione antica, la prima promessa assicura « alle persone consacrate al Cuore del Cristo le grazie necessarie al loro stato di vita »; la traduzione nuova fa dire al Cristo: « Scoprirò, alle persone consacrate al mio Cuore, l'amore divino all'opera nella loro vita quotidiana ». L'amore di Dio è rivelato come il dono primordiale fatto al genere umano fin dall'origine.
La seconda promessa conserva la versione originale: « Accorderò la pace alle famiglie e alle comunità consacrate al mio Cuore. » La pace promessa si richiama alla persona del Cristo, il Figlio incarnato nella razza umana, nostra pace definitiva. Viene poi la terza promessa, quella della « consolazione agli afflitti ». La nuova versione identifica la consolazione con il Consolatore, lo Spirito Santo, cinque volte promesso dal Cristo nel vangelo di san Giovanni (14,16; 14,26; 15,26; 16,7; 16,12-15). « Se me ne vado, vi invierò il Consolatore. » Gv 16,7.
La quarta promessa, che tratta del « rifugio durante la vita e al momento della morte », raggiunge quella della salvezza nelle prove della vita, una salvezza ratificata dalla morte e dalla risurrezione di Gesù Cristo. « La benedizione abbondante sulle imprese » della quinta promessa diventa « la benedizione per una vita libera e felice », che scaturisce dal progetto di Dio sulla sua creazione. Egli desidera per tutte le sue creature la libertà e la felicità lungo la grande impresa della vita umana.
La sesta promessa conserva lo stesso vocabolario della « misericordia del Cuore di Dio », descritta come un oceano immenso o una sorgente inesauribile di misericordia.
L'espressione della settima promessa, « le persone tiepide diventeranno ferventi », acquista un senso più sociale e più radicale. In questi tempi postconciliari, si considera tiepido nella fede la persona indifferente di fronte ai problemi umanitari. Al contrario, la persona fervente è quella che si impegna per la giustizia.
L'ottava promessa assicura la perfezione o la santità alle anime ferventi. Il dono prezioso della vita divina, che genera la santità, diventa la ricchezza delle persone impegnate per l'avvento del regno di Dio. La santità si acquisisce, in effetti, nella preghiera e nella dedizione al regno divino.
I focolari uniti in matrimonio e le comunità ecclesiali di base ricevono, nella nona promessa, la benedizione dell'alleanza divina concessa a Mosè sul Sinai e, in seguito, a Gesù Cristo, nella Pasqua. Il matrimonio cristiano si richiama specialmente a questa alleanza, poiché ne è il segno e la realtà. La decima promessa valorizza il sacerdozio laicale e ministeriale del Popolo di Dio. Con il suo servizio, come sacerdote, profeta e re, il credente riceve la grazia di toccare i cuori più induriti e, soprattutto, di lottare contro le strutture sociali ingiuste.
Nella dinamica dell'undicesima promessa, la persona consacrata all'amore di Dio iscrive il suo nome nel Cuore del Cristo: infatti, la gloria divina accompagna i suoi sforzi nell'evoluzione spirituale che sostiene la pienezza della gioia. Infine, la dodicesima promessa è quella della perseveranza finale accordata a coloro che comunicano al pane di vita, poiché il Cristo eleva in essi la sua dimora permanente. Dopo aver studiato questo cammino spirituale, oso dire che le promesse del Sacro Cuore formano una sintesi meravigliosa o un condensato di spiritualità adatto a strutturare la vita spirituale dei credenti.
L'abate Yves Rancourt insieme a Marc Plante, confratello del padre Émilien Tardif
PRIMA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Scoprirò alle persone che mi sono consacrate
l'amore divino che agisce nella loro vita. La prima promessa del Sacro Cuore supera e sostiene tutte le altre, nel senso che rivela un Dio che ci ama con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze e con tutto il suo spirito. « Dio è amore », ripete san Giovanni nella sua prima lettera. Il maestro spirituale François Varillon scrive: « Un vertice della rivelazione divina è la rivelazione del suo amore. Dio è amore deve intendersi: Dio è puro amore e soltanto amore. Sappiamo tutti, da sempre, che Dio è amore. Ma non è altrettanto certo che siamo convinti che egli non sia altro che amore. » Monsignor Cuskelly ci dice: « Di tutto ciò che fa parte della nostra fede, nulla trova la sua spiegazione al di fuori dell'amore di Dio. »
L'amore divino è tale da costituire l'essenza della santa Trinità. Le tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, manifestano tre aspetti dello stesso amore. Possiamo intravedere il mistero trinitario prendendo un paragone dalla natura: l'acqua si ritrova in tre stati distinti l'uno dall'altro, secondo che sia liquida, ghiaccio o vapore. Ma l'acqua conserva la stessa composizione nei tre stati; rimane sempre H²O. Allo stesso modo, l'amore divino si rivela in tre persone e rimane sempre lo stesso amore.
La Trinità può raffigurarsi come un grande Cuore in cui le tre persone vivono l'amore in pienezza, ciascuna secondo la propria relazione trinitaria sempre aperta alla creazione. L'amore che traspare nel Cuore del Padre rivela la sua immensa misericordia, che non ha uguale se non nella bontà del padre della parabola che attende con impazienza il ritorno di un figlio che ha abusato della sua fiducia. Lc 15,11-32. Un padre che lascia completa libertà ai suoi figli, con tutto il rischio che ciò comporta. Egli vuole figli che possano considerare la vita in piena libertà e iniziativa.
Al cadetto concede la sua parte di eredità senza altra condizione che la sua richiesta, peraltro sconveniente. Sospettando la disgrazia facilmente prevedibile, il suo cuore paterno soffre per la partenza di questo figlio. Egli spera nel suo ritorno e, tutte le sere, esce sulla strada per scrutare se lo vede arrivare in lontananza. Quando infine lo scorge, corre incontro a lui per abbracciarlo e riconciliarlo con la famiglia. Dio Padre vive un amore dato come la madre, che si dedica per i suoi figli, tutta attenta alla felicità dei suoi.
Nel cuore di questo Padre-Madre brilla un amore sempre offerto e un grande rispetto per la libertà delle sue creature. Come se al Padre importasse poco che queste siano giuste o ingiuste, Gesù dichiara: « Il vostro Padre, che è nei cieli, fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e cadere la pioggia sui giusti e sugli ingiusti » Mt 5,45. Il Figlio condivide lo stesso amore divino da tutta l'eternità, ma, compiuti finalmente i tempi, si incarna in un cuore umano. Lo preghiamo come tale: « Amato sia ovunque il Sacro Cuore di Gesù! » Egli è la benedizione del Cuore di Dio all'umanità.
La prima rivelazione del Cuore del Cristo nel vangelo si colloca al battesimo nel Giordano, quando la voce del cielo proclama: « Ecco il mio Figlio diletto, in cui contemplo tutto il mio amore » Mc 1,11. L'ultima parola di questa frase, spesso tradotta con « il mio diletto » o « colui che ha tutto il mio favore », si scrive nel testo greco « o agaphtoV », che significa « il portatore o il possessore dell'amore ». Egli è il Cuore di Dio in un cuore umano.
Giovanni afferma nel prologo del vangelo: « Il Verbo si è fatto carne e ha abitato fra noi; noi abbiamo contemplato la sua gloria, la gloria che egli tiene dal suo Padre come Figlio unico, pieno di grazia e di verità. » Gv 1,14. Per Giovanni, la gloria del Figlio è l'amore e la verità del suo Padre che traspaiono nel suo cuore umano. Le manifestazioni di grandezza e di umiltà del Cuore di Gesù nel vangelo sono i riflessi dell'amore divino. « Allora Gesù pregò: Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, per aver nascosto questo mistero ai sapienti e agli intelligenti e per averlo rivelato agli umili.
Sì, Padre, perché tale è stato il tuo beneplacito. Tutto mi è stato rimesso da mio Padre, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale egli lo rivela. Imparate da me che sono dolce e umile di cuore. » Mt 11,25-27.29b. Dal Cuore del Padre e del Figlio procede lo Spirito Santo, che è come l'alito o il soffio del Cuore di Dio. Il soffio divino, « ruah » in ebraico, agisce a favore dell'umanità nel cuore dei credenti. Il salmista descrive l'azione dello Spirito come datore di vita: « Se tu ritiri il tuo soffio, essi spiramo e ritornano alla polvere.
Tu invii il tuo soffio, li crei e rinnovi la faccia della terra. » Sal 104,29-30. « La sapienza è un soffio del potere di Dio, un'emanazione pura della gloria dell'Onnipotente; ecco perché nulla di adulterato entra in essa. Essa è un'irradiazione della luce eterna, uno specchio senza macchia dell'attività divina, un'immagine della sua bontà. » Sap 7,25-26. La sapienza e lo Spirito si raccolgono in questo poema dello Pseudo-Salomone, poiché lo Spirito ispira la sapienza. Gesù crocifisso possiede questo soffio dello Spirito e, prima di morire, lo comunica ai suoi: « Egli consegnò lo Spirito. » Gv 19,30.
Il giorno di Pasqua, egli appare ai discepoli e conferma lo stesso dono: « Soffiò su di loro e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. » Gv 20,22. Se il figlio è rivelato come la Parola di Dio, possiamo dire che lo Spirito si presenta come l'Azione di Dio o l'Azione d'amore che procede dal Padre e dal Figlio. Questa azione dello Spirito anima e sostiene la presenza del Cuore di Dio presso i fedeli. L'angelo Gabriele risponde a Maria: « Lo Spirito Santo verrà su di te e il potere dell'Altissimo ti prenderà sotto la sua ombra. » Lc 1,35.
Allo stesso modo, ogni credente che accetta lo Spirito nella sua vita riceve la forza dell'Altissimo per realizzare la sua vocazione e la sua missione sulla terra.
Abbiamo contemplato le tre persone divine che formano un solo Cuore, immenso come il mare e pieno di vita. Un Cuore che si manifesta triplicemente: sia come sorgente d'amore che scaturisce dal cuore del Padre; sia come rivelazione e incarnazione dello stesso amore nel Figlio; sia come soffio o forza della bontà divina nello Spirito.
Notre-Dame [Nostra Signora] del Sacro Cuore, un'altra amica del padre Émilien Tardif
Questo Cuore trinitario non può restare imprigionato, in qualsivoglia limite, perché l'amore è espansivo. Esso trabocca e si dona all'universo che crea, fino alla fine del mondo, congiuntamente con l'umanità associata alla sua opera. La formazione dell'universo e i suoi miliardi di galassie è cominciata più di quattordici miliardi di anni fa. In questa creazione preparata con tanta cura, la Trinità plasma con amore l'uomo e la donna a sua immagine. A immagine del suo Cuore. « Dio disse: Ora facciamo l'uomo e la donna a nostra immagine. » Gn 1,26.
Questo plurale « nostro », invece di « a mia immagine », sorprende gli esegeti. Sarebbe forse una rivelazione lontana di un Dio in tre persone nell'ambiente monoteista dell'Antico Testamento? In effetti, è la Trinità che, all'inizio, crea l'uomo e la donna a sua somiglianza. Il Creatore fece tutto con la sua Parola e non fece nulla senza di essa, cfr. Gv 1,2, mentre lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque iniziali. Cfr. Gn 1,2. Se Dio è Amore o Cuore in tre persone e se ci plasma a sua immagine, noi siamo, in certo qual modo, degli embrioni di questo Cuore. In noi, come nel suo Figlio, il Padre riconosce il suo amore riversato.
Il cuore umano ritrova la radice del suo essere nel cuore trinitario di Dio e, per questo, si esprime naturalmente nell'atto di amare. Tale è la risposta autentica all'amore divino che ci dona l'essere e la vita. La famiglia, in questo senso, riflette meravigliosamente bene l'amore divino. Il padre e la madre, nel loro amore reciproco, si rispettano, si valorizzano e si rendono felici l'un l'altro. Il loro amore genera una discendenza che considerano parte del loro essere e che educano alla libertà della vita. Ovunque nel mondo, la famiglia costituisce un'espressione dell'amore divino.
Ho potuto verificarlo durante la mia missione africana, a Tambaga, in Burkina Faso, dove il cristianesimo è poco conosciuto. Nell'ambiente della religione tradizionale, la famiglia rivela l'amore divino. Ricordo una conversazione con un giovane protestante del villaggio di Tambaga. Era solito venire a conversare di Bibbia con me; forse voleva la mia conversione! Una sera, parlando della fede che salva, mi diceva: « Voi, cattolici, non potete salvarvi con il vostro culto alle immagini e alla Vergine.
Non è pregando la Vergine o adorando le immagini che ci si salva. » Gli replicai: « Allora, coloro che non sono protestanti si condannano. » Mi rispose: « È certo, solo Gesù può salvare. » - « Dimmi, Raymond, quelli della religione tradizionale non si salvano neppure loro? Tua madre, che offre i sacrifici di polli ai feticci, non potrà salvarsi. » – « Non può salvarsi; per questo voglio che si converta. » Allora gli feci notare: « Pensa bene a ciò che sto per dirti.
Tua madre, che ti ha dato il tuo corpo e si dà da fare perché tu possa studiare, avrà un posto migliore del tuo, presso Dio. » Il giovane chinò il capo e mi disse: « Credo che abbiate ragione, avrà un posto migliore. Perché non si insegna questo negli studi biblici? » - « Probabilmente perché non li si studia a fondo. » La famiglia diventa educatrice nell'amore, in virtù dell'affetto di cui i membri si colmano l'un l'altro. In realtà, la persona che ama i suoi e si dedica per loro, diventa la prediletta nella casa di Dio.
Là si trova l'essenziale della fede: amare. Allo stesso modo, la comunità umana diffonde l'amore quando i fratelli e le sorelle si amano gli uni gli altri semplicemente per appartenere alla stessa sorgente divina. Siamo chiamati a diventare in comunità i riflessi del Cuore di Dio, cioè a creare insieme con Dio un mondo migliore, la terra nuova e il cielo nuovo che la Bibbia augura all'umanità (Ap 21,1; Is 65,17; 2 Pt 3,13). Facciamo parte integrante dell'attività amorosa della Trinità che, desiderando una sorte migliore per la creazione, la rinnova ogni giorno.
In effetti, Dio crea il mondo con il concorso dell'umanità che ha posto a capo della creazione: « Dio li benedisse dicendo: Crescete e moltiplicatevi; riempite e sottomettete la terra; dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra. » Gn 1,28.
Dio completa la grande promessa del suo amore verso le sue creature integrandoci nella sua opera. Con l'apostolo Giovanni, possiamo rendere testimonianza: « Abbiamo conosciuto e creduto all'amore che Dio ci riserva. » 1 Gv 4,16. La nostra risposta consiste nell'accettare l'amore di Dio se realmente lo conosciamo e nel farlo conoscere a tutta la creazione se vi crediamo davvero.
Rappresentazione del culto di Nostra Signora del Sacro Cuore e del Sacro Cuore di Gesù sul muro della casa parrocchiale
SECONDA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Accorderò la pace alle famiglie e alle comunità che mi sono consacrate.
Con tutte le sue forze, l'umanità cerca la pace. Da Caino e Abele, il mondo subisce la violenza, le guerre, gli olocausti, l'esilio e i campi di rifugiati. Ogni giorno, i giornali raccontano le sofferenze delle vittime dell'odio. L'umanità reclama una pace che tarda a venire. Dio rimprovera a Caino: « Perché sei così furioso? Perché cammini a testa bassa? Se facessi il bene, porteresti il capo ben alto; ma, se fai il male, il peccato resta alla tua porta come una bestia in agguato che ti cova; tuttavia, puoi sempre dominarla. » Gn 4,6-7. La pace è sempre possibile. Essa dipende dalla conversione personale e anche dalla giustizia sociale che garantisce la libertà e la felicità della comunità umana.
I nostri metodi per ottenere la pace sono fuori moda? Celebri sono rimaste le parole di Cesare, l'imperatore romano del primo secolo a.C.: « Se vuoi la pace, prepara la guerra. » Purtroppo, le grandi potenze mondiali proclamano ancora questo dogma empio che favorisce la corsa agli armamenti. Oggi, anche i paesi più poveri del pianeta partecipano alla stessa corsa. Tutti cercano di possedere la bomba nucleare per ostentare un vergognoso potere. La pace non può conquistarsi con le armi. Esse non possono che popolare i cimiteri. La storia umana lo dimostra a sazietà a chiunque voglia aprire gli occhi. La pace non verrà se non con la giustizia sociale, quando l'umanità abbatte le divisioni tra ricchi e poveri e colma l'abisso che li separa.
In realtà, da dove affonda le radici la pace? La vera pace è un frutto dello Spirito Santo; un dono dell'amore divino. Tale è la promessa di Gesù. Nel giorno di Pasqua, il Risorto ripete per tre volte: « La pace sia con voi. » Gv 20,19.21.26.
La pace che promette il Cuore del Cristo alle famiglie e alle nazioni sorge dall'amore stesso della Trinità. Il profeta Geremia avverte che la pace può perdersi se non cambiamo il nostro modo di fare e se non accogliamo l'amore di Dio nei nostri cuori: « Ritiro da questo popolo, oracolo del Signore, la mia pace, la misericordia e la compassione » Ger 16,5. Il peccato ha colmato tutto e non resta più posto per la pace. In effetti, le armi, le ingiustizie e le violenze cancellano la misericordia e la compassione nel cuore umano.
Nella lettera ai Romani, Paolo rivela la sua fede nella provvidenza di Dio, autore della pace. « Che il Dio della speranza vi dia in pienezza la gioia e la pace! Che il Dio della pace sia con voi! Amen. » Rm 15,13.33. Secondo Paolo, la pace nasce dall'amore di Dio e genera la speranza quando ogni speranza muore. Il documento conciliare sulla Chiesa nel mondo ci dice: « La pace non è la semplice assenza di guerra, essa è, più esattamente, l'opera della giustizia.
Essa è il frutto dell'ordine impiantato nella società umana dal suo divino fondatore, e che gli uomini, assetati sempre di una più perfetta giustizia, portano a maturità. Questa pace non può ottenersi senza assicurare la dignità delle persone e la distribuzione equa delle ricchezze di ordine materiale e spirituale. Il fermo proposito di rispettare i diritti dell'uomo e dei popoli, come pure la loro dignità, è assolutamente necessario. Bisogna promuovere l'appassionante esercizio della fraternità in vista della pace. Così la pace è il frutto dell'amore che supera il disegno primordiale della giustizia. » EM 78a.
« La pace sulla terra, nata dall'amore per il prossimo, è l'immagine e l'effetto della pace del Cristo che procede dal Padre. In effetti, il Figlio incarnato, Principe della pace, ha riconciliato con Dio tutti gli uomini mediante la croce. Riformando in un solo popolo e in un solo corpo l'unità del genere umano, ha dato la morte all'odio nella sua carne e, dopo la risurrezione, ha infuso il suo Spirito d'amore nel cuore dell'umanità. » EM 78b.
Nella profezia di Michea sulla venuta del re messianico, il Messia è presentato come la pace promessa al genere umano, lo « shalom »: « Egli si manterrà saldo e condurrà il gregge con la forza del Signore e con la maestà del nome del Signore vostro Dio. Il gregge vivrà in sicurezza perché il suo potere si estenderà fino alle estremità del paese. Egli stesso sarà lo « shalom ». Ci libererà. » Mi 5,3-4a.5c. Secondo il profeta, lo « shalom » comporta la libertà da ogni servitù e il vivere felici.
La promessa di pace si concretizza in Gesù, il Figlio incarnato, morto e risorto. La sua presenza nelle nostre vite suscita la pace. A Natale, gli angeli cantano in mezzo ai pastori: « Gloria a Dio nell'alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che egli ama. » Lc 2,14. La nascita del Figlio di Dio porta la pace ai peccatori, agli ossessi, ai lebbrosi, a tutti coloro che soffrono. Alla sua risurrezione, egli offre il suo Spirito di pace all'umanità. La pace dei focolari nasce dall'accoglienza del Signore. « Vieni, Signore, Gesù! » « Maran atha! » La pace delle nazioni dipende dalla giustizia del regno di Dio che si offre a noi nella persona del Cristo risorto. Nel suo discorso di addio, Gesù promette ai discepoli: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Una pace che il mondo non può darvi. » Gv 14,27.
Allora, come offre il Signore la pace, « lo shalom », che il mondo non può trasmettere? « Il Cristo stesso è la nostra pace. Ha fatto dei due popoli una sola nazione, distruggendo il muro dell'inimicizia che li separava. Ha riconciliato i due popoli con Dio, unendoli in un solo corpo per mezzo della croce e distruggendo l'inimicizia. La sua venuta ha portato la buona notizia della pace: pace per coloro che sono lontani e pace, anche, per coloro che sono vicini; perché, grazie a lui, abbiamo tutti, mediante lo Spirito, libero accesso al Padre.
Così, non siete più degli stranieri né degli ospiti, ma dei concittadini con coloro che formano il popolo di Dio; siete della casa di Dio. » Ef 2,14-19. Lo « shalom » è la pace tra fratelli e sorelle della grande famiglia universale riconciliata con il Padre. Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, proclama il Messia, luce delle nazioni, una luce sul cammino della pace: « Il nostro Dio, nella sua grande misericordia, ci porta dall'alto del cielo il sole di un giorno nuovo, per illuminare coloro che dimorano nelle tenebre e dirigere i nostri passi sul cammino della pace. » Lc 1,78-79.
La luce che rifulge in Gesù illumina la nostra strada; egli è il Sole che viene dall'alto. Il Cristo illumina della sua pace la comunità di fede che abita. Ogni battezzato incarna il Cristo in quanto lo Spirito Santo è riversato nel suo cuore. Lo Spirito del Cristo, ricevuto al battesimo, genera in noi la pace. La stessa voce del cielo ripete su ciascuno e ciascuna: « Questa è la mia figlia cara, questi è il mio figlio ben amato in cui ritrovo il mio amore. » La prima incarnazione del Cristo si è realizzata nel grembo della Vergine Maria; la seconda si compie nel cuore o nello spirito di colui che riceve il battesimo.
A Natale amano cantare in spagnolo: « El niño Dios ha nacido en Belén y quiere nacer en nosotros también. » « Il bambino Dio è nato a Betlemme e vuole nascere anche in noi. » Nella fede, noi siamo l'incarnazione di Gesù Cristo se, in verità, accogliamo il suo Spirito di pace. Il Dalai Lama è l'incarnazione del Buddha nella regione del Tibet. I fedeli del buddhismo lo venerano grandemente per questa alta dignità. È notevole che, nel cristianesimo, ogni battezzato sia incarnazione del Cristo. Quale dignità sublime del cristiano!
Non è il privilegio di pochi, al contrario, è il destino di ogni battezzato. Colui che crede e si fa battezzare diventa figlio o figlia della famiglia di Dio attraverso l'incarnazione del Cristo. Questa incarnazione comporta una sfida. Incarnare il Cuore del Cristo equivale a incarnare la sua pace, lo « shalom » nel mondo. Il ruolo del cristiano che vuole incarnare il Cuore del Cristo nella sua vita è di lavorare per la pace del mondo. Il Cuore del Signore lo sostiene nel suo compito e lo spinge a trasformare una società violenta e ingiusta in un mondo pacifico ed equo per tutti.
Come Gesù si impegna per la pace e incarna la pace di Dio venendo nel mondo, allo stesso modo, il cristiano ispira e stimola la pace. Quest'ultima diventa la nostra risposta all'incarnazione del Cristo risorto nelle nostre vite mortali. Il Signore ci appoggia nelle lotte quotidiane e, nello stesso tempo, ci dona la pace grazie alla sua presenza dinamica e vivificante. « Beati coloro che costruiscono la pace perché Dio li chiamerà suoi figli. » Mt 5,9. Figli della pace alla sequela del Figlio unico. Parlando di promessa di pace, bisogna menzionare la provvidenza.
Questa viene anche dalla Trinità che, nel suo amore, ci assiste nel lavoro quotidiano e lungo tutta la nostra esistenza. Tuttavia, alcuni si affidano troppo ciecamente alla provvidenza del Signore e non vedono la necessità della partecipazione umana al compimento della pace nel mondo. È importante riporre la propria fiducia nella provvidenza divina, ma è ancora più saggio cercare il rimedio che la provvidenza ha deposto o custodisce ancora nascosto nel potere della natura.
Dio dà una certa autonomia all'universo creato ma, nello stesso tempo, lo accompagna nella sua evoluzione, grazie al genere umano presente nel cuore del suo sviluppo quotidiano. Il fatto di costruire il mondo con il creatore esalta la dignità umana. Il salmista canta il suo stupore: « Signore, nostro Dio, com'è ammirabile il tuo nome su tutta la terra! Chi è l'uomo perché tu ti ricordi di lui, l'essere umano perché tu ti prenda cura di lui? L'hai fatto appena inferiore a un dio, lo coroni di gloria e di splendore; gli hai dato potere sulle opere delle tue mani. » Sal 8,2-7.
Artigiani nell'opera della creazione, a noi incombe di essere provvidenza instaurando la pace. Insieme con il Signore, lavoriamo all'evoluzione materiale e spirituale di un mondo nuovo.
La Trinità agisce con noi. Dapprima, nell'atto di provvidenza traspare l'amore di un Padre che ci ama come una madre attenta ai suoi; poi, il Figlio si incarna sulla terra, il Principe della pace che attualizza in noi l'amore divino con i suoi gesti e le sue parole. Sulla scia del Padre e del Figlio, lo Spirito Santo interviene nelle nostre vite: Egli è la corrente d'amore ricevuta al battesimo per affrontare con determinazione le prove della vita. La pace e la provvidenza di Dio sono promesse dell'amore trinitario per « una terra nuova e un cielo nuovo ». Il Cuore del Cristo, dimora della Trinità, diventa la nostra pace e la nostra provvidenza. Pace per le famiglie! Pace per le nazioni!
TERZA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Consolerò, nelle loro afflizioni, le persone che mi sono consacrate.
Il nostro mondo è pieno di contraddizioni. Quando si pensa di riposare in pace, ecco che arriva la perturbazione e il turbamento. È allora che la tristezza o la depressione colpisce la sua vita a seguito di un conflitto familiare, di un periodo di disoccupazione o di una cattiva gestione politica. Poche persone sfuggono all'afflizione in un momento o nell'altro. Tutti cercano la consolazione: gli uni nella fede, gli altri nella vita mondana. Gesù ci invita: « Venite a me, voi tutti che penate e piegate sotto il fardello, e io vi solleverò.
Portate il mio giogo e imparate da me perché sono umile e dolce di cuore, e voi troverete la consolazione nella vostra vita. » Mt 11,28-29. All'ultima cena, egli promette lo Spirito Santo come consolazione di coloro che credono in lui: « Se mi amate, custodirete i miei comandamenti; allora, pregherò il Padre ed egli vi invierà l'altro Consolatore perché sia sempre con voi. Egli è lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo riconosce; voi, tuttavia, lo conoscete perché dimora presso di voi. » Gv 14,15-17.
Lo Spirito è la promessa per eccellenza; è presenza attiva del Cristo in coloro che egli ama. « Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Secondo la parola della Scrittura: Dal suo seno scaturiranno sorgenti di acqua viva. Parlava dello Spirito che dovevano ricevere coloro che credevano in lui. » Gv 7,37-39. Nella Bibbia, lo Spirito è presentato come il dono meraviglioso, il fiume della visione di Ezechiele, che esce dal lato destro del tempio, che risana ogni cosa sul suo passaggio e produce i frutti degli alberi piantati sulle sue rive.
Nel libro dell'Apocalisse, lo stesso fiume esce dal lato destro dell'Agnello: « Mi mostrò un fiume d'acqua che dà la vita, trasparente come il cristallo, che usciva dal trono di Dio e dell'Agnello. Nel bel mezzo della piazza della città, da ciascun lato del fiume, un albero di vita dava un raccolto al mese e le sue foglie servivano da rimedio alle nazioni. » Ap 22,1-2. Questo rimedio simboleggia la consolazione che lo Spirito porta al genere umano. La sua azione sulle persone si apparenta all'acqua della piscina miracolosa che guarisce coloro che soffrono l'afflizione.
Lo Spirito vuol essere una brezza leggera che rinfresca gli agitati, o un fuoco ardente che riscalda gli assetati di giustizia e di pace, o ancora un vento violento che fortifica i deboli dando loro il coraggio di lavorare all'avvento del regno di Dio. È nei cuori che nasce il desiderio di possedere lo Spirito Santo che dà la vita in abbondanza. Gesù ci motiva a desiderare questo dono. Egli insiste presso la Samaritana: « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere; saresti tu che l'avresti pregato ed egli ti avrebbe dato dell'acqua viva.
L'acqua che gli darò diventerà in lui sorgente d'acqua che zampilla in vita eterna. » Gv 4,10.14b. Gli afflitti trovano in lui il loro appoggio. « Quando verrà lo Spirito della verità, li illuminerà nella verità tutta intera, perché non parlerà di sé stesso, ma vi svelerà ciò che ha ricevuto da me. Tutto ciò che ha il Padre è mio. Ecco perché ho detto che lo Spirito vi svelerà ciò che ha ricevuto da me. » Gv 16,13-15. Lo studio personale o comunitario della Parola di Dio ci aiuta a percepire l'azione amorosa dello Spirito Santo.
Possiamo definire lo Spirito divino come l'Azione personalizzata di Dio nella creazione. La sua azione primordiale è di consacrarci figli e figlie di Dio nel sacramento del battesimo. Per intermedio dello Spirito, il Cuore di Dio agisce in noi e ci costituisce figli della sua stessa famiglia. « La prova che siete dei figli è che Dio ha inviato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abba, Padre! Così non sei più schiavo ma figlio; figlio, e quindi erede per volontà di Dio. » Gal 4,6-7.
Paolo richiama lo stesso tema in un'altra lettera: « Voi non siete più dati agli appetiti carnali, ma allo Spirito, poiché lo Spirito divino abita in voi. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù abita in voi, colui che ha risuscitato il Cristo Gesù darà anche la vita ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. In effetti, tutti coloro che sono animati dallo Spirito di Dio sono figli e figlie di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito di schiavi per ricadere nella paura; avete ricevuto uno spirito di figli adottivi che ci fa esclamare: Abba! Padre!
Lo Spirito in persona si unisce al nostro spirito per attestare che siamo figli e figlie di Dio. E anche eredi di Dio e coeredi del Cristo, poiché soffriamo con lui per essere anche glorificati con lui. » Rm 8,9.11.14-17. Spesso le paure invadono lo spirito umano; in certi casi, la disperazione provoca la follia. Importa ricordare questa presenza attiva dello Spirito nelle nostre vite.
Egli ci riconosce con tutti i nostri diritti filiali in quanto eredi di Dio che acclamiamo « Abba, cioè Padre », allo stesso titolo di Gesù Cristo, poiché siamo coeredi con lui della gloria del Padre. Possiamo dire con Maria: « Il Signore compie in noi delle meraviglie ». Non conosciamo in tutto il mondo meraviglia più grande di quella di essere riconosciuti figli o figlie di Dio.
Monsignor Cuskelly attesta: « La vera spiritualità comincia quando Dio entra nella nostra vita e quando ci rallegriamo di essere figli. » Per la nostra condizione di figli e figlie, lo Spirito ci accorda, oltre la semplice consolazione, l'appoggio diversificato dei sette doni: la sapienza, la scienza, l'intelligenza, il consiglio, la fortezza, la pietà e il timore di Dio, che aprono nuove prospettive di vita. I doni come i carismi, ricevuti gratuitamente dal Signore, ci sono dati per il buon ordine temporale e spirituale del nostro ambiente di vita.
I doni dello Spirito sono gli strumenti spirituali di cui abbiamo bisogno per edificare la vita personale e quella della società con intelligenza illuminata, volontà ferma e libertà autentica. Lavorando all'edificazione del regno di Dio, lo Spirito divino agisce come il Maestro che insegna la verità delle Scritture, come il Consigliere che ispira le nostre azioni, o come l'Avvocato che ci difende dalle insidie del male; in sintesi, interviene come l'Anima del Corpo del Cristo, corpo formato dall'insieme dei credenti.
L'azione amorosa dello Spirito Consolatore non si limita ai doni; egli vuole rinnovare l'esistenza umana nella famiglia e nella società, con tutti i beni della convivialità fraterna. Là dove spesso si incontrano gli appetiti disordinati che enumera san Paolo in Galati 5,19-21, lo Spirito Santo produce i frutti più meravigliosi, gratificazioni del Cuore di Dio: « Amore, gioia, pace, tolleranza, amabilità, disponibilità, fiducia negli altri, dolcezza e padronanza di sé. » Gal 5,22-23. L'albero di vita prodiga nei suoi sette rami abbondanti frutti di consolazione e di pace.
La preghiera ci porta a sperimentare la presenza dello Spirito che trasforma il cuore, illuminandolo di gioia e di speranza. Gli angosciati e i disperati vi attingono la forza per vincere la loro paura. I grandi mistici vivono, in presenza dello Spirito, uno stato sublime che si apparenta a quello della gloria divina. Tra le virtù dello Spirito si trova il rispetto della libertà dei credenti. Lo Spirito non ci obbliga mai, nemmeno alla preghiera. Egli lascia il cuore della persona sempre libero di fronte alla sua ispirazione.
In Africa, dovevo fare attenzione a parlare dello Spirito perché, nella cultura gourmanchée di Tambaga, esiste un certo culto ai « geni » che agiscono come esseri spirituali o come spiriti. I geni coprono tutta la boscaglia. Si localizzano in molti luoghi, nei fiumi o nelle pozze, negli alberi, soprattutto i baobab, e persino nelle rocce. Gli animali e gli esseri umani subiscono la loro influenza continua. Talvolta gli spiriti sono benefici, altre volte portano la sfortuna. Esigono sempre rispetto e possono giocare brutti scherzi.
In ogni caso, è meglio tenerli a distanza perché possono assoggettare coloro che affidano loro dei lavori. In generale, l'essere umano perde qualcosa della sua libertà al loro contatto. Lo Spirito Santo, al contrario, lascia la persona sempre libera e non le reclama mai nulla. Lo Spirito consola, difende e ispira la persona che lo invoca; rispetta scrupolosamente la libertà dei suoi protetti anche se è ignorato. Li lascia liberi come i velieri che, sul mare, si lasciano trascinare dalle correnti marine.
Benché, quando soffia la brezza dello Spirito, l'imbarcazione navighi più allegramente. A sua volta, Paolo presenta lo Spirito Santo, sorgente di consolazione, come legame di comunione. In conclusione della seconda lettera ai Corinzi, saluta dicendo: « La grazia di Gesù Cristo, il Signore, l'amore di Dio, il Padre, e la comunione dello Spirito Santo, siano con voi tutti. » 2 Cor 13,13. La comunione dello Spirito si presenta sotto tre dimensioni. La prima è la comunione divina, l'unità trinitaria. Lo Spirito è la corrente d'amore che unisce il Padre e il Figlio.
La seconda dimensione è la comunione ricercata da Dio, nel suo cuore pieno di misericordia e d'amore, con la creazione che egli colma di benedizioni. La terza dimensione si riferisce all'unione, tra la moltitudine dei credenti, animata dallo Spirito Consolatore. Questa comunione è essenziale alla vita della Chiesa, che deve trasparire come segno di fraternità e di pace, in un'umanità divisa dalle liti bellicose e ideologiche. Questa comunione tra i credenti non raggiunge mai la pienezza. Solo lo Spirito può darle la sua piena dimensione.
Se la comunione dello Spirito invade il cuore del credente per il solo godimento interiore, questo è soltanto un primo passo dell'azione divina. Un secondo passo imprescindibile risiede nell'impegno per la trasformazione della società. La forza o l'energia, che scaturisce dal Cuore di Dio, ci spinge a perfezionare la creazione in vista di una terra migliore, conformemente alla volontà del Padre. « La manifestazione dello Spirito è data a ciascuno per il bene comune. » 1 Cor 12,7. Il mio apporto alla comunità umana è indispensabile.
« L'occhio non può dire alla mano: Non ho bisogno di te; né la testa può dire ai piedi: Non ho bisogno di voi. » 1 Cor 12,21. Ogni membro del Corpo del Cristo, secondo il dono ricevuto dallo Spirito, lavora alla costruzione di una società in cui tutti gli individui sono accolti e rispettati. Alcuni credenti compiono meraviglie nella comunità umana, perché fanno il bene, guidati dallo Spirito. Questo trascina la persona lontano dal peccato e la fa vivere conformemente alla volontà di Dio.
Per la sua ispirazione, i credenti si applicano a smantellare le strutture di ingiustizia e di esclusione che avvolgono la società in una rete di miseria. Concludiamo tenendo gli occhi fissi sulla scena del fianco aperto di Gesù crocifisso da cui scorrono il sangue e l'acqua. Questa scena illustra la testimonianza del vangelo sulla consolazione dello Spirito alla Chiesa universale: « Uno dei soldati gli trafisse il fianco con la sua lancia e, subito, scorre dal cuore il sangue e l'acqua. Colui che ha visto queste cose rende testimonianza e la sua testimonianza è vera. » Gv 19,34-35.
Con l'acqua e il sangue, sorge lo Spirito dal Cuore del Crocifisso per l'edificazione del popolo di Dio. Allo stesso modo, dal mio cuore o dal cuore della comunità cristiana deve scorrere il sangue e l'acqua per la salvezza del mondo. Accogliendo questa testimonianza, dispensiamo la consolazione dello Spirito.
« Beati gli afflitti, perché saranno consolati. » Mt 5,4.
[1] E.J. Cuskelly, Caminando el camino de Jesús, p.2.
[2] E.J. Cuskelly, idem, p.2.
[3] François Varillon, Vivre le Christianisme, Editions du Centurion, 1992, p.35.
[4] E.J. Cuskelly, idem p.6.
[5] E.J. Cuskelly, idem p.1
QUARTA PROMESSA DEL SACRO CUORE
A causa della loro consacrazione al mio Cuore,
sarò il loro rifugio durante la vita e nell'ora della morte.
La quarta promessa, che tratta del rifugio assicurato durante la vita e nell'ora della morte, ci porta a contemplare il mistero di salvezza realizzato nella morte e nella risurrezione del Signore.
Con la sua croce e la sua risurrezione, il Cristo ha bevuto il calice di ogni situazione penosa e l'ha riscattata. Egli ci interroga, a nostra volta, come fa per Giovanni e Giacomo: « Potete bere il calice che sto per bere? » Mt 20,22. La salvezza consiste nel liberare il genere umano da ogni oppressione e da ogni male affinché ottenga una vita degna della sua condizione filiale divina. La salvezza è, prima di tutto, un passaggio di morte a risurrezione nelle nostre situazioni di vita mortale. L'esito è la felicità eterna al di là della risurrezione.
Lo Stato organizza la sicurezza sociale secondo leggi definite e con l'aiuto di organismi che lottano contro la fame, la malattia, la violenza, le guerre, i cataclismi e gli incidenti. Queste diverse organizzazioni assicurano all'umanità una vita più sicura e decente. Potrebbe accadere che un giorno l'essere umano, liberato da ogni avversità, raggiunga una vita perfettamente degna?
Gesù si presenta come il salvatore incarnato nelle nostre situazioni di vita e di morte. Egli inaugura la lotta contro i mali dell'umanità con la sua attività miracolosa e la difesa dei più deboli. « Andate a riferire a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, la buona notizia è annunciata ai poveri. » Lc 7,22. Da notare che la sua attività liberatrice lo condurrà alla morte sulla croce. Da allora, la croce è diventata il simbolo e lo strumento di salvezza per il mondo.
La croce riscatta perché mette in opera l'amore infinito di Dio che libera dal male. In effetti, Gesù non ha rifiutato la morte per dare la vita al suo popolo. Monsignor Romero predicava così: « Se il Cristo è il rappresentante di tutto il popolo nelle sue sofferenze, nella sua umiliazione, nelle sue membra inchiodate su una croce, dobbiamo scoprire la sofferenza del nostro popolo.
È il nostro popolo torturato, il nostro popolo crocifisso, schernito, umiliato che Gesù Cristo rappresenta al fine di dare alle nostre situazioni di sventura un senso di redenzione. » Come il Cristo inchiodato alla croce, Monsignor Romero è stato assassinato a causa della sua attività liberatrice. Il suo esempio invita a integrarci nel piano di salvezza intrapreso da Gesù.
La prima predicazione di Gesù, dopo il suo battesimo nel Giordano, si condensa in tre brevi proposizioni che riassumono il piano di salvezza: due avvertimenti e un'esortazione: « Il tempo è compiuto. Il regno di Dio è vicinissimo. Convertitevi e credete al vangelo. » Mc 1,15. Analizziamo il primo avvertimento: « Il tempo è compiuto. » Il tempo messianico tanto atteso sta per cominciare. La porta della speranza si apre su un mondo nuovo.
« Lo Spirito del Signore è su di me, perché mi ha consacrato con l'unzione, per portare la buona notizia ai poveri; mi ha inviato ad annunciare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi il ritorno alla vista, a rimandare in libertà gli oppressi, a proclamare un anno di grazia del Signore » Lc 4,18. Gesù vede nell'aiuto portato ai poveri e agli oppressi il compimento della volontà amorosa del suo Padre, il tempo segnato per il suo compito messianico. La sua morte sulla croce riassume una vita totalmente donata nell'obbedienza alla volontà di Dio. Le sue ultime parole ne rendono testimonianza: « Tutto è compiuto. » Gv 19,30a.
Gesù sa di compiere sulla croce la volontà del suo Padre per la salvezza del mondo e, affinché essa si realizzi pienamente, il crocifisso comunica il suo Spirito: « Inclinando la testa, consegnò lo Spirito. » Gv 19,30b. Lo Spirito continua il compito di salvezza intrapreso da Gesù e conduce il credente ad accettare la volontà di Dio per la salvezza del mondo. Gesù aveva detto agli apostoli dopo il suo incontro messianico con la Samaritana: « Il mio nutrimento è fare la volontà di colui che mi ha inviato finché non compia la sua opera di salvezza. » Gv 4,34.
Gesù ci avverte: « Il regno di Dio è vicinissimo. » La missione di Gesù consiste nell'istituire un regno in cui Dio possa regnare come sovrano del mondo. Il regno di Dio, nel pensiero di Gesù, differisce dal concetto dei Giudei. Essi speravano un regno di pace per Israele, ma, nello stesso tempo, un regno di dominio sulle nazioni, un impero politico vittorioso. Gesù rinuncia a questo modo di regnare che assomiglia troppo alle tentazioni del maligno. Lc 4,1-13 o Mt 4,1-11. Prima di tutto, Gesù annuncia un regno di giustizia, di gioia e di pace.
Un regno dispiegato nei cuori e caratterizzato dal servizio del prossimo. Ciò significa che Dio regna nei cuori degli individui e delle comunità come nella sua dimora, là dove ogni servizio si compie in un atto d'amore conformemente alla volontà divina. A Pilato che lo interroga, Gesù replica: « Il mio regno non è di questo mondo. » Gv 18,36. È un regno ben diverso, la cui ambizione non è il potere ma la gloria di un popolo libero e felice.
Come il granello di senape, questo regno cresce nelle piccole azioni di salvezza compiute ogni giorno e si trasforma in un albero in cui si riparano gli indigenti. Cfr. Mt 13,32. Il regno di Dio opera all'interno delle coscienze e diventa lievito di giustizia nella comunità umana. Cfr. Mt 13,33.
Gesù prosegue la sua missione liberatrice con tutti coloro che credono in lui. Per fare ciò, dona loro lo Spirito Santo: con esso, la croce si fa meno pesante ed è più facile seguire Gesù per salvare il mondo nelle situazioni avverse.
L'esortazione seguente riassume l'esigenza del regno: « Convertitevi e credete al vangelo. » Il salvatore non avviene a nostra insaputa. Pentirsi e credere al vangelo significa morire con Gesù sulla croce per risorgere con lui. Morendo con Gesù ci offriamo come lui per la vita del mondo. « Bere il calice che beve Gesù » implica portare la croce dell'umanità e lavorare al suo riscatto.
Non è mai facile abbeverarsi al calice di Gesù. Durante i miei anni di missione a Tambaga, ho avuto occasione di frequentare gente che soffre di tante necessità che non si possono scrivere tutte. Su sette anni vissuti in missione, quattro di essi furono segnati dalla carestia. Talvolta il raccolto si perdeva a causa della siccità, altre volte, fenomeni naturali seccavano le spighe prima del tempo. Erano tempi di angoscia in cui la gente cercava il proprio cibo. Bisognava sollecitare l'aiuto di organismi internazionali. Un anno, tra gli altri, abbiamo ricevuto sessanta tonnellate di sorgo.
A prima vista, abbiamo pensato: queste sessanta tonnellate ci salveranno. Tuttavia, bisognava dividerle tra i sessanta villaggi della parrocchia. Man mano che i cereali erano distribuiti, la parte di ogni famiglia si riduceva a dieci o dodici chilogrammi. Era una goccia d'acqua nell'oceano della carestia, e bisognava continuare a cercare il cibo... È questa la sorte dei poveri!
Tuttavia, al di là della sofferenza e della morte, c'è la Pasqua che condividiamo con il Risorto, una Pasqua che si realizza anche in questa vita mortale. Alla fame deve succedere il benessere. È la speranza che anima ogni oppresso. Gesù, risorto alla vita eterna, vive in mezzo a noi e raduna tutti i credenti in vista di un'esistenza nuova. Tutta la vita si svolge in presenza di Gesù risorto che ci dona il suo Spirito, forza vitale in tutte le nostre sfide quotidiane.
Queste tre frasi del vangelo – « Il tempo è compiuto. Il regno di Dio è vicinissimo. Convertitevi e credete al vangelo. » – sono le chiavi della missione di Gesù ed esse illuminano il mistero della salvezza per un mondo migliore.
Parafrasando le parole di san Giovanni: « Tre sono i testimoni della venuta di Gesù nel mondo: l'acqua, il sangue e lo Spirito. » 1 Gv 5,6-8. Possiamo dire: « Tre sono i testimoni della salvezza di Gesù Cristo nel mondo: il servizio, l'obbedienza e lo Spirito. » Il primo testimone, il servizio, caratterizza l'attività permanente di Gesù nel vangelo. Egli dice ai suoi discepoli: « Colui che vuole essere il primo dovrà essere l'ultimo di tutti e colui che serve tutti gli altri. » Mc 9,35. Egli stesso si presenta come servitore dell'umanità.
« Non sono venuto per essere servito ma per servire e dare la mia vita in riscatto per una moltitudine. » Mc 10,35. Tutta la vita di Gesù è assegnata al servizio del regno di Dio. Il suo sforzo è totale, fino a dare la sua vita e l'ultima goccia del suo sangue per la salvezza di tutti. Egli ci invita alla stessa rinuncia: « Colui che vuole venire al mio seguito, rinneghi se stesso, si carichi della sua croce e mi segua. » Mc 8,34. In questo senso, ogni servizio reso ai fratelli e alle sorelle diventa esercizio del sacerdozio comune dei fedeli perché, fatto per amore, questo servizio salva il genere umano.
Le nostre disponibilità verso la famiglia, la comunità umana e il popolo di Dio costituiscono la nostra risposta di fede come sacerdoti del Signore.
L'obbedienza alla volontà del Padre, il secondo testimone della salvezza, è anche una consegna del Cristo: « Il mio nutrimento è fare la volontà di colui che mi ha inviato, finché non si compia l'opera della salvezza. » Gv 4,34. La lettera agli Ebrei commenta l'obbedienza di Gesù: « Ecco, vengo per fare la tua volontà. Ed è in virtù di questa volontà che siamo santificati dall'oblazione del corpo del Cristo, una volta per tutte. » Eb 10,9-10.
« Il Cristo, per quanto fosse Figlio, imparò, da ciò che soffriva, l'obbedienza; dopo essere stato reso perfetto, è diventato, per tutti coloro che gli obbediscono, principio di salvezza eterna. » Eb 5,8-9. L'obbedienza del Cristo salva il mondo; allo stesso modo, la nostra obbedienza alla volontà del Padre è principio di salvezza per il nostro prossimo. La spiritualità del voto di obbedienza affonda le radici in questa sottomissione alla volontà divina.
Il padre fondatore degli MSC, Jules Chevalier, diceva ai suoi religiosi: « Coloro che entrano nella nostra Congregazione possono accettare che gli altri li superino in scienza, in mortificazione, in povertà, ma non si lasceranno vincere in obbedienza e in carità reciproca. » Lo Spirito, sempre fedele, è il terzo testimone. Egli sta alla porta e opera la salvezza in tutti coloro che si affidano a lui. L'azione dello Spirito è liberatrice; essa appare ben diversa da quella degli spiriti di stregoneria o degli altri spiritismi moderni che assoggettano coloro che gli rendono un culto.
La nostra epoca ha rinnovato queste dottrine « spiritiste » e persino sataniche. I film che hanno per tema l'esorcismo possono convincercene. Bisogna ben rinunciare a tutte queste pratiche demoniache. Il credente, che si lascia guidare dallo Spirito Santo, cammina in piena libertà su sentieri di giustizia e di pace. « Alla persona che segue il diritto cammino, farò vedere la salvezza di Dio. » Sal 50,23. « Lo Spirito – che dà la vita – abita in voi. » Rm 8,9.
« Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù vive in voi, colui che ha risuscitato il Cristo darà anche la vita ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi » Rm 8,11. È lo Spirito che conferma in noi la salvezza. « L'inabitazione dello Spirito Santo », secondo l'espressione di san Basilio, è la garanzia della gloria che Dio ci riserva. Prendendo la croce al seguito di Gesù Cristo Salvatore, lo seguiamo nel suo mistero pasquale, nella sua morte e nella sua risurrezione.
« Se contempliamo la croce di Gesù unita alla risurrezione, essa ci comunica una grande forza per accettare il dolore inevitabile e unirlo alle sofferenze di Gesù che lo rendono fecondo. » Ci associamo alla sua opera di redenzione a favore del popolo di Dio. Sappiamo di salvarci in Chiesa, cioè, in comunità con i fratelli e le sorelle che intercedono per noi e vivono con noi la vita dello Spirito. L'esempio di intercessione dell'incantevole Marthe Robin è degno di menzione: essa trascorse diversi anni della sua vita con l'Eucaristia come unico nutrimento.
Ogni venerdì, sopportava i dolori della crocifissione di Gesù e li offriva per la santità dei sacerdoti della Chiesa. Un'anima offerta alla croce. Che Dio la colmi di gloria! Come lei, tutti i nostri servizi offerti in sacrificio riscattano il mondo. Questi tre testimoni, il servizio, l'obbedienza e lo Spirito, sono segni del mistero pasquale, cioè, simboli di morte e risurrezione dell'umanità. Il servizio che è atto sincero d'amore è la croce che portiamo sulle spalle e che salva. Questa croce consolida la felicità di molti matrimoni e fa fiorire la vita dei figli.
Il lavoro, atto di solidarietà verso la comunità umana, aiuta il popolo a liberarsi per gustare la gioia.
« Beati coloro che hanno fame e sete di fare la volontà di Dio, perché saranno saziati. » Mt 5,6.
QUINTA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Benedirò con la libertà e la felicità coloro che si consacrano al mio Cuore.
Questa promessa corrisponde al progetto di Dio di convertire la discendenza di Abramo in un popolo libero e felice: « Farò di te un grande popolo, ti benedirò, e renderò famoso il tuo nome che sarà una benedizione. » Gn 12,2. Questa benedizione è, semplicemente, quella della libertà e della felicità promesse a tutte le nazioni: « Per te saranno benedetti tutti i clan della terra. » Gn 12,3b.
Il genere umano ricerca la felicità, elemento indispensabile nel programma di spiritualità del credente. Senza la felicità, diventiamo tutti inaspriti e insopportabili. Ecco perché dobbiamo privilegiare, come obiettivo di vita, la nostra felicità personale e quella altrui. In spiritualità, gioia e felicità sono valori essenziali. Monsignor Cuskelly afferma: « Entriamo, davvero, nell'intimità del Signore e lasciamo che il Signore penetri nelle nostre vite, se la gioia entra nei nostri cuori. » Ora, possiamo dire che solo la persona realmente libera è felice.
Senza libertà, siamo puri schiavi. Subiamo la servitù. Molte cose possono asservirci: la bevanda, i vizi, l'ingiustizia, la nostra e quella degli altri. Talvolta, il nostro stesso carattere ci rende prigionieri di noi stessi. Parimenti, le gelosie, l'orgoglio e la dominazione incatenano gli altri. Ci si ricorda la triste esperienza della schiavitù nella storia dell'umanità: un passato, non molto lontano, ancora pieno di rimpianti. La società moderna alimenta anche le sue pratiche schiaviste. Le dittature politiche e i monopoli economici le suscitano costantemente.
Che Dio liberi l'umanità!
Per essere davvero felici, bisogna conquistare la libertà dello spirito, quella che rende liberi da ogni attaccamento e da ogni egoismo fino a poter dare la propria vita per i fratelli e le sorelle.
È il cammino insegnato da Gesù nelle beatitudini. Mt 5,3-12. Beati i poveri, liberi da ogni attaccamento materiale, perché possono darsi interamente per il regno. Beati gli afflitti, liberi da ogni indifferenza, perché sanno lottare per il regno, nonostante il sacrificio che si impone. Beati gli umili, liberi da ogni orgoglio e da ogni dominazione, perché non sono impediti di servire l'umanità. Beati coloro che hanno fame e sete di fare la volontà di Dio, perché si rendono liberi per il riscatto del mondo.
Beati i misericordiosi che, liberati da vendette e rancori, possono riconciliare l'umanità. Beati i cuori puri perché cercano il bene comune, essi stessi liberi da corruzione e vizi. Beati coloro che costruiscono la pace perché, liberi da razzismo, nazionalismo ed egoismo, possono consacrarsi alla riconciliazione universale. Beati i perseguitati per fare la volontà di Dio perché, liberati da interessi unicamente propri, si danno per la giustizia sociale.
« Le quattro prime beatitudini riguardano le libertà della persona di fronte a se stessa e le quattro ultime si riferiscono alle stesse libertà di fronte alla società ».
Troppo spesso, le vie che il mondo ci propone per raggiungere la felicità si oppongono alle beatitudini. L'opinione più diffusa sulla felicità consiste nel fatto che solo la ricchezza può permettere di costruire castelli e di soddisfare tutti i desideri che rendono felici. Tuttavia, la felicità non si ottiene con la ricchezza, il potere, il prestigio o i piaceri, ma piuttosto con la libertà di fronte agli appetiti disordinati. Gesù ci ridice: « Vi assicuro: è difficile per un uomo ricco entrare nel regno dei cieli. » Mt 19,23.
In questo senso, si propone l'ascetismo, lo spogliamento di ogni desiderio materiale per essere liberi come il vento. È la felicità che promettono molte filosofie orientali. Il guru, maestro spirituale in India, conduce abitualmente i suoi discepoli sulla cima delle montagne e propone loro la ricerca della libertà. Con la meditazione, essi devono ottenere il completo dominio dei desideri materiali per accontentarsi di ciò che Dio procura nella povertà. Alcuni arrivano a vivere la continua azione di grazie verso il Creatore; per loro, è l'illuminazione.
Essi sono ben vicini alla beatitudine della povertà per il regno dei cieli. Altre filosofie propongono l'amore come unica via per la felicità. Anche qui sorgono sentieri erronei, come l'amore libero o l'edonismo, la soddisfazione degli istinti che rende l'individuo schiavo di se stesso. Noi scartiamo questi sentieri di pretesa felicità, semplicemente perché non conducono da nessuna parte. Dove si colloca, allora, la vera felicità? La felicità affonda le radici nell'amore vissuto come impegno di vita.
Operando per amore, si acquista la libertà personale e quella altrui e, di conseguenza, la felicità. L'amore conduce alla libertà dello spirito e alla felicità come su un pendio a gradini che bisogna salire uno per uno. « Le tre tappe della crescita dell'amore umano sono: la passione o il desiderio, l'affezione o l'amicizia, l'elezione o l'impegno all'evoluzione spirituale. » La prima tappa della scalata della felicità è la passione amorosa, il colpo di fulmine.
Lo psicologo Scott Peck ci dice a questo riguardo: « Di tutte le false idee sull'amore, la più diffusa è la credenza che innamorarsi equivalga ad amare. Si tratta di un falso concetto perché il fatto di innamorarsi è una forte esperienza soggettiva. » Dagli innamorati nasce l'amore comunemente chiamato romantico. Gli innamorati si convincono facilmente di aver incontrato l'essere unico e perfetto che il cielo aveva loro riservato e predestinato. Per loro, è la felicità suprema, l'estasi.
Purtroppo, questo amore così dolce dura abitualmente soltanto lo spazio di una primavera, appena il tempo sufficiente per affrontare con coraggio l'avventura della vita matrimoniale. Alcuni psicologi affermano che è meglio che questo primo tempo non duri a lungo perché la passione amorosa debilita la libertà degli innamorati. Essi si rendono piuttosto dipendenti gli uni dagli altri. Anthony de Mello commenta a questo proposito: « La passione è l'opposto dell'amore. È una malattia contagiosa che tenta tutti.
Ho visto un film in cui una giovane ragazza diceva a un giovane: Ti amo così tanto che non posso vivere senza di te! È questo l'amore? No, è semplicemente avere fame. Quando mi sento appassionato per te, non ti vedo più davvero. Là dove l'emozione positiva o negativa è così potente, non posso vedere chiaramente. Amare significa, almeno, vedere l'altro chiaramente come è. » Parallelamente alla passione d'amore, c'è la tappa di dipendenza amorosa del bambino verso i suoi genitori. Il bambino ha bisogno di sua madre per vivere e dipende totalmente dalla sua attenzione materna.
Appena potrà, il bambino supererà questo primo gradino della scala amorosa e cercherà la sua libertà personale. Che dramma incontrare giovani ancora totalmente dipendenti dai loro genitori o che cercano nel marito o nella moglie la protezione che trova il bambino presso sua madre o suo padre! Sono persone limitate nella vita normale in società.
Con il tempo, l'adolescente accede al secondo gradino della scalata amorosa e si prepara a conquistare la sua libertà aprendosi al suo prossimo. Continuava ad amare i suoi genitori, ma in un modo diverso: non vuole più ricevere tutto già preparato in bocca, al contrario porta loro la sua collaborazione spontanea e il suo aiuto. Allo stesso modo, nella coppia unita per la vita, si sviluppa una grande amicizia che consolida l'amore iniziale, troppo idilliaco per essere duraturo. Al risveglio, dopo il sonno romantico, sorge, di fronte a loro, l'impegno del lavoro per guadagnare la vita del focolare e quello dell'educazione dei figli da guidare sul cammino della vita. Il migliore appoggio dell'uomo e della donna resterà sempre l'affezione e l'amicizia radicate nei loro cuori. Uniti da questo legame d'amore, collaborano in vista del benessere della famiglia.
Questa amicizia benedetta apre il loro cuore ai bisogni della comunità circostante. Gli Atti degli Apostoli raccontano l'esperienza vissuta nella comunità dei primi cristiani, modello delle nostre comunità ecclesiali di base: « Tra loro, tutto era in comune. » At 4,32c. La felicità del cristiano si ottiene condividendo l'amicizia di Gesù Cristo, legame sublime della comunità dei credenti. Per la vocazione cristiana, siamo chiamati a vivere questa amicizia tra fratelli e sorelle di una grande famiglia. Gesù, per primo, ci dice: « Non vi chiamo più servitori ma miei amici perché vi condivido i segreti del mio Padre. » Gv 15,15.
L'amicizia favorisce la libertà. Il poeta libanese Khalil Gibran scrive: « Lasciate spazi di libertà nella vostra mutua vicinanza e che i venti del cielo danzino tra voi. Amatevi l'uno e l'altro, ma non fate dell'amore un legame; che vi sia, piuttosto, un mare mobile tra le rive delle vostre anime. Riempite la coppa l'uno dell'altro, ma non bevete dalla stessa coppa. Condividete il vostro pane, ma non mangiate la stessa fetta. »
È vitale, infine, salire un ultimo gradino per raggiungere la piena libertà che garantisce la felicità; quest'ultima tappa della scalata amorosa si chiama evoluzione o perfezione spirituale della persona umana e del suo prossimo. Questa pienezza spirituale esige dal credente libertà e disponibilità, di modo che gli altri si formino con lui, liberi e solidali.
L'essere umano raggiunge la libertà dello spirito come valore culminante della sua vita, a immagine della cima della montagna scalata con sforzo e perseveranza. Coloro che raggiungono le alte vette sanno quanto il respiro sia necessario per vincere i picchi troppo scoscesi e, tuttavia, là si trova la libertà che rende felice il cuore.
La perfezione consiste nell'amare come Dio, alla maniera del Cuore del Cristo, impegnato nell'evoluzione materiale e spirituale del genere umano. « Quando amiamo qualcuno, è soltanto attraverso gli atti che possiamo dimostrarlo; come, ad esempio, quando siamo capaci, a beneficio dell'altro, di camminare un chilometro in più o di fare un passo in più. L'amore non può essere esente da sforzi e, anche, bisogna dire che essi sono indispensabili. » Soltanto coloro che si liberano mediante questo amore attento all'altro ottengono di essere davvero felici.
È la vittoria dell'evoluzione o della pienezza spirituale. Paolo ci dice: « Che il Cristo abiti nei vostri cuori! Che siate radicati e fondati nell'amore! Così riceverete la forza di comprendere, con tutti i santi, quale ne sia la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, conoscerete l'amore del Cristo che supera ogni conoscenza, e entrerete con la vostra pienezza in tutta la Pienezza di Dio. » Ef 3,17-19.
Ecco le esigenze dell'amore divino che il cuore umano sperimenta progressivamente. Gli sposi, impegnati nell'ideale matrimoniale, lottano tutta la loro vita per la felicità del coniuge fino a renderlo totalmente libero. Nello stesso tempo, è la lotta contro ogni desiderio disordinato, ogni egoismo, ogni violenza, per darsi interamente al bene comune del focolare e all'evoluzione spirituale della coppia. La libertà è anche il progetto dei genitori verso i loro figli. Vedere i figli capaci di affrontare la vita con serenità, gioia e libertà, diventa la grande consolazione dei genitori.
Questi hanno l'abitudine di darsi senza risparmio affinché i figli riescano nella vita e possano, a loro volta, guidare la loro prole alla libertà. Il compito pastorale del popolo di Dio si apparenta a quello dei genitori che abbeverano i loro figli alla fonte della vera libertà. Amare i figli della comunità umana consiste nell'aprire loro spazi di libertà materiale e spirituale. L'apostolato della carità e della speranza forgia la felicità che Dio riserva alla sua creazione.
Nell'ambiente sociale, la comunità si impegna verso i suoi fratelli e le sue sorelle affinché siano liberi dinanzi alla vita, senza alcun ostacolo. Monsignor Romero diceva: « È necessario che l'uomo e la donna, che vivono sotto il segno di tante oppressioni e schiavitù, la paura che minaccia i cuori, la malattia che opprime la libertà e la vita, spezzino tutte queste catene. Bisogna cominciare da lì. » L'obiettivo della comunità ecclesiale è di rendere i cristiani liberi e felici coltivando la concordia, la solidarietà e la pace.
La libertà interiore diventa anche l'ideale del credente che prende Gesù Cristo come modello, di fronte all'incomprensione, alle accuse di ogni genere e di fronte alla morte stessa. « Beati sarete se vi ingiuriano e perseguitano e se dicono contro di voi ogni sorta di calunnie a causa mia. » Mt 5,11-12. In effetti, sappiamo bene che la felicità non riserva soltanto momenti di tranquillità, ma anche periodi di lotta intensa contro il male che avvilisce l'essere umano.
Questo cammino, propugnato nelle beatitudini evangeliche, rappresenta una grande sfida, ma è di certo la sorgente della felicità. Esso consiste essenzialmente nel superare la situazione penosa, fino a ottenere la liberazione il cui punto culminante è la vittoria spirituale.
SESTA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Aprirò la sorgente inesauribile della misericordia a coloro che si consacrano al mio Cuore.
Lo riconosciamo con il Pubblicano del vangelo, Lc 18,9-14, siamo peccatori. Che colui che è senza peccato getti la prima pietra! Il Cristo continua a scrivere nella sabbia la sua misericordia. Non è vano implorare all'inizio della messa: « Signore, abbi pietà di noi. » Questo primo rito liturgico è un rito di purificazione dei peccati. Confessiamo di essere peccatori, ma, nello stesso tempo, riconosciamo che la misericordia divina ci perdona.
A ogni Eucaristia, il fedele partecipa all'assemblea come il Pubblicano che Gesù dichiara purificato: « Vi dico che questi è ritornato a casa sua riconciliato con Dio » Lc 18,14. La Bibbia proclama la misericordia di Dio. Tutta la storia della salvezza descrive l'attività misericordiosa del Signore verso il suo popolo, che egli libera dalla servitù ed educa alla libertà del deserto, per dargli, in fondo al percorso, la terra promessa al suo padre Abramo. I salmi lo ridicono: « Si sono contaminati con le loro azioni e si sono prostituiti imitando le azioni dei pagani.
Per questo, il Signore li ha consegnati nelle mani dei nemici che li oppressero e li asservirono al loro potere. Ma Dio ebbe uno sguardo per la loro sventura mentre ne udiva il grido. Si ricordò della sua alleanza con loro, si commosse secondo il suo grande amore. » Sal 106,39.41.44-45.
Il salmo 103 loda la misericordia di Dio: « Benedici il Signore, anima mia; lui che perdona tutte le tue offese, che ti incorona d'amore e di tenerezza. Il Signore è tenerezza e pietà, lento all'ira e pieno d'amore. Egli non ci tratta secondo le nostre colpe; non ci rende secondo le nostre offese. Benedici il Signore, anima mia. » Sal 103,2.3.8.10. La preghiera dei salmi educa il cuore umano alla pazienza di cui trabocca il cuore di Dio.
Durante il suo ministero, Gesù propugna due atteggiamenti imprescindibili: la misericordia e il perdono. I peccatori e i pubblicani accorrono a lui per ascoltarlo ed egli mangia con loro. « Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e i peccatori? Ma egli, che aveva udito, disse loro: Non sono le persone sane ad aver bisogno del medico, ma i malati. Andate quindi a imparare ciò che significa: È la misericordia che voglio, e non il sacrificio. In effetti, non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. » Mt 9,11-13.
« Gesù si presenta come l'uomo che accetta ogni persona, così com'è, e la rende capace di uscire dai suoi impacci e dai suoi limiti concedendole, attraverso una valorizzazione che alleggerisce i pesi e procura riposo, la forza e il valore di vivere e di lavorare per un mondo nuovo. » Nella sua misericordia, il Signore assicura la riconciliazione ai peccatori. I sacramenti sono i canali che lasciano scorrere quest'acqua inesauribile di misericordia che prende la sua sorgente nel Cuore del Cristo.
Uno a uno, dal battesimo al viatico portato al morente, i sacramenti forgiano la riconciliazione dell'umanità con sé stessa e con il suo Dio. Il sacramento della riconciliazione merita una menzione speciale. Si dice che l'amore si rivela nel perdono, poiché colui che ama perdona senza riserve. Gesù visse intensamente il perdono sulla croce: « Padre, perdonali, non sanno ciò che fanno. » Questo sacramento della riconciliazione è raffigurato nella parabola del Padre misericordioso che accorda piena libertà ai suoi due figli. Lc 15,11-32. I gesti di questo padre di famiglia rivelano il suo spirito di riconciliazione.
Ogni sera, egli esce sulla strada per scrutare il ritorno di suo figlio. Il figlio maggiore, rimasto fedele alla casa, interpreta male questo gesto del padre, e soprattutto il suo affrettarsi ad accogliere un individuo che ha dilapidato i suoi beni. Il furfante non tornerà forse a reclamare ancora di più? Il padre agisce così perché ama questo furfante di figlio, con tutte le sue viscere.
Ritrovando il figlio perduto, il padre gli dà il bacio del perdono e, addirittura, lo ristabilisce nella sua dignità di figlio con tutti i diritti familiari a cui aveva volontariamente rinunciato reclamando una falsa libertà. Il padre gli compra un vestito nuovo, gli mette un anello al dito e dei sandali ai piedi. Egli non vuole il ritorno di uno schiavo ma quello di un figlio. Tutti questi oggetti simboleggiano la dignità del figlio legittimo. Quasi dando ragione al figlio maggiore che giudica il suo comportamento esagerato, il padre considera di aver fatto ancora troppo poco e organizza un banchetto con invitati e musicisti. È proprio una riconciliazione che va più lontano del semplice perdono.
Tuttavia, il maggiore non la pensa così. Tutto questo gli sembra troppe considerazioni per qualcuno che ha abusato dei beni familiari. Troppo interessato ai propri affari, egli rifiuta una nuova spartizione con questo fratello che ha dilapidato i beni di suo padre e quindi un poco anche i suoi propri beni. La condizione finale del maggiore si rivela peggiore di quella del cadetto. Egli si mostra egoista ed esclusivo, di fronte al suo fratello, riguardo ai diritti di famiglia. Non comprende nulla della riconciliazione che il padre celebra con quest'altro figlio.
A dir la verità, non è forse questa la storia dell'umanità nella maggior parte delle guerre civili? Bisogna augurarsi che il maggiore si penta, un giorno, del suo egocentrismo e comprenda l'amore di suo padre che non dimentica nessuno. Egli gli perdona anche la sua intolleranza verso il suo fratello minore. La riconciliazione non è forse il sacramento della convivialità umana? Gesù ci dice: « Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano. » Mt 5,44. Egli sa bene che il perdono e l'amore dei nemici costituiscono il prezzo da pagare per la riconciliazione universale.
I popoli della terra si paragonano facilmente ai due figli della parabola che si disprezzano e rifiutano la convivenza nella stessa casa paterna. Il maggiore nega al cadetto i suoi diritti di figlio e di fratello. Di qui a dichiararsi la guerra, c'è solo un passo, poiché tutto sembra loro abuso e disprezzo da parte dell'altro. Non è forse questo il ritratto della situazione di guerra dei Balcani o dell'Etiopia, o ancora delle guerriglie latino-americane in cui l'amore dei nemici sembra impossibile?
Gesù consiglia a colui che sta per presentare la sua offerta all'altare: « Se ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta e va' prima a riconciliarti con tuo fratello. Allora, potrai ritornare all'altare a presentare la tua offerta. » Mt 5,23-24. L'adorazione di Dio e l'amore del fratello non possono separarsi. Se il Padre eterno è così misericordioso verso di noi, che siamo riflessi della sua immagine, accade che vivere la misericordia deve essere la qualità spirituale di coloro che lo adorano.
San Paolo esorta i Colossesi a vivere questo atteggiamento: « Come eletti di Dio, suoi santi e suoi dilette, rivestitevi di sentimenti di compassione, di benevolenza, di umiltà, di dolcezza, di pazienza; sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi reciprocamente, se l'uno ha contro l'altro qualche motivo di lamento. Il Signore vi ha perdonato, fate lo stesso a vostra volta. E, soprattutto, rivestitevi dell'amore che è il legame della perfezione. » Col 3,12-14. La riconciliazione ci spinge ad andare più lontano della semplice tolleranza, essa suppone la convivialità in un'atmosfera di pace e di gioia.
La riconciliazione include il gesto di accoglienza di un fratello o di una sorella dello stesso pianeta. La globalizzazione ci avvicina abolendo le frontiere; sappiamo comportarci come fratelli della terra. I conflitti razziali non possono risolversi con la sola tolleranza perché sono ferite dell'umanità i cui unici rimedi sono l'amore dei nemici, la misericordia e la riconciliazione.
A esempio del samaritano che, scoprendo un Giudeo ferito sul bordo della strada, lo carica sulla sua cavalcatura, cura le sue ferite e lo conduce all'osteria, così ogni uomo è chiamato a raccogliere il suo nemico ferito o disprezzato dalla cattiva sorte. Egli riconosce nel suo fratello nemico lo stesso sangue delle sue vene. Gesù conclude la sua parabola dicendo: « Va', e anche tu fa' lo stesso. » Lc 10,30-37.
La conversione non consiste soltanto nel dire: « Amo Dio con tutto il cuore e il prossimo come me stesso »; ma nell'essere misericordiosi e nel riparare il male fatto al prossimo con l'ingiustizia. « Se la vostra giustizia non supera quella dei farisei e degli scribi, non erediterete il regno dei cieli. » Mt 5,20.
La riconciliazione, che ingloba l'amore dei nemici, vuol essere l'unico rimedio ai mali del nostro tempo. La violenza, onnipresente sul pianeta, non potrà mai regolare i conflitti. Le stragi generano la vendetta e questa trascina nuovi delitti. Dall'alto della croce, Gesù ci grida: « Guardate dove conduce la violenza: alla croce e alla morte. » « Padre, perdonali perché non sanno ciò che fanno. » Ho avuto la stessa visione quando mi è stato raccontato l'assassinio del compagno e amico, il padre José Tineo, MSC, e come lo si è ritrovato sul tavolo dell'autopsia a ventre aperto: « Guardate ciò che produce la violenza: massacro, dolore e morte. » La riconciliazione universale e la convivialità umana diventeranno una realtà quando l'amore dei nemici e la misericordia sostituiranno le vendette, l'indifferenza, gli interessi personali di ciascuno a scapito di quelli della comunità umana.
La parabola dell'impiegato perdonato dal suo padrone di un debito importante, e che non vuole rendere il favore al compagno che gli deve una somma insignificante, è la replica di ciò che vive la nostra società. Mt 18,21-35. Colui che sperimenta la misericordia del Signore non può lesinare sul perdono da accordare al suo fratello o al suo nemico. Grazie al sacramento della riconciliazione, il peccatore perdonato permette alla sua comunità umana di vivere meglio la fraternità. La riconciliazione forgia una nuova convivenza dell'umanità che il Cristo inaugura con la sua morte sulla croce e con la sua risurrezione.
« Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia. » Mt 5,7.
SETTIMA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Grazie alla loro consacrazione al mio Cuore, le persone tiepide diventeranno ferventi.
Il fervore promesso alla persona consacrata al Cuore di Gesù scaturisce dall'impegno in vista del regno di Dio. Questa promessa coincide con l'annuncio del regno di Dio dei vangeli sinottici, il regno tanto atteso nell'Antico Testamento. Ora, nel Nuovo Testamento, questo regno reclama persone impegnate nell'edificazione di un mondo migliore in cui regnano la giustizia e il diritto. « Dopo la reclusione di Giovanni, Gesù si recò in Galilea proclamando la buona notizia del regno. Diceva: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicinissimo. Convertitevi e credete al vangelo. » Mc 1,14.
I tiepidi non fanno nulla per erigere il regno di Dio. Non si sono convertiti ai valori del regno, vivono incuranti di fronte alla situazione sociale di miseria e di esclusione che colpisce i loro simili. Contemplando l'abnegazione del Cuore del Cristo che ha dato la sua vita per il regno di Dio, queste persone tiepide diventano ferventi poiché constatano che il Cristo ha versato il suo sangue per loro stesse.
« Oggi, è poco frequente parlare di cristiano fervente; preferiamo dire cristiano impegnato. Tuttavia, per lungo tempo si adoperava l'aggettivo « fervente » che significa « calore intenso ». Ecco perché l'espressione « cristiano fervente » potrebbe riferirsi alla fede calda, alla fede che non si colloca soltanto nella testa ma proprio nel cuore. » [13]
Il regno di Dio è un regno d'amore che si edifica sulla giustizia e sulla pace. I Giudei del tempo di Gesù attendevano un Messia, un re discendente di Davide che ristabilisse Israele come nazione indipendente e potente. Speravano persino di instaurare un impero sulle altre nazioni che, fino ad allora, li dominavano inesorabilmente. Sembrava loro giusto attendere l'appoggio del loro Dio per stabilire questo potere politico sulle nazioni. Ecco delle idee correnti ascoltate più volte da Gesù. I dottori della legge le propagavano tra coloro che adoravano il Dio di Abramo.
Gesù sarà tentato di rispondere alle speranze del popolo in modo spettacolare. Tutto questo danzava nella sua testa. Il miglior metodo di dominazione potrebbe essere quello di usare la sua forza miracolosa cambiando le pietre in pani. Tutti applaudirebbero il suo gesto perché il popolo ha più bisogno di pane che di qualsiasi altra cosa. Secondo l'adagio romano, con il pane e i giochi i problemi della popolazione scompaiono. Ma, sotto l'ispirazione dello Spirito, Gesù risponde al diavolo: « L'uomo non vive solo di pane. » Lc 4,4. L'umanità deve liberarsi da ogni schiavitù.
Allora il diavolo raccomanda a Gesù di presentarsi davanti al popolo come un re potente che può riunire un grande esercito e intraprendere la conquista delle nazioni. In questo modo, con la dominazione, egli potrebbe fondare un impero totalmente sottomesso alla volontà divina. Gesù rifiuta di nuovo questo metodo violento, poiché esso non ha valore di vera liberazione. Fare la volontà di Dio è questione di libertà personale. Il contrario è adorare e legittimare le tattiche di Satana. Gesù gli risponde: « Adorerai il Signore tuo Dio e a lui solo renderai il culto. » Lc 4,8.
Il diavolo lo conduce, ancora, a Gerusalemme, sulla parte più alta del tempio e gli propone di gettarsi giù. « Dio darà ordini ai suoi angeli perché ti proteggano. » Lc 4,10. Gesù apparirebbe, così, come il grande profeta sceso dal cielo, con l'autorità del profeta Elia salito al cielo su un carro di fuoco. Un messianismo meraviglioso e trionfalista che non rispetta la dignità e l'iniziativa dell'essere umano. Gesù vede che questo comportamento lo trascinerebbe a prendere il posto di Dio escludendolo.
Egli risponde al diavolo citando una frase del Deuteronomio 6,16: « Non tenterai il Signore tuo Dio. » Lc 4,12. In sintesi, Gesù, durante il suo ritiro di quaranta giorni nel deserto, opta per un regno senza potere temporale o militare, che non brami le ricchezze delle nazioni e non usi la celebrità o la rinomanza. Egli si decide a predicare un regno più interiore in cui Dio rispetta la libertà, l'umiltà, la solidarietà dei cittadini. Le beatitudini, tanto quelle di Matteo 5,3-12 quanto quelle di Luca 6,20-26, definiscono i valori del regno.
Luca si lamenta di coloro che scelgono la ricchezza, l'egoismo, l'indifferenza di fronte alle situazioni sociali di miseria. « Guai a voi, ricchi... » Lc 6,24-26. All'inizio della sua predicazione a Nazaret, Gesù cita il profeta Isaia: « Lo Spirito del Signore è su di me, perché mi ha unto per annunciare la buona notizia ai poveri; mi ha inviato a proclamare la liberazione ai prigionieri, a ridare la vista ai ciechi, a liberare gli oppressi e a proclamare un anno di grazia del Signore. » Lc 4,18-19.
Tutto ciò che si oppone alla giustizia, alla dignità umana e alla pace resta escluso dal regno di Dio; questo non può sopportare il male, la tiepidezza o l'indolenza di fronte alle situazioni umane di esclusione dal banchetto della vita. Quando verrà il giudizio finale e il Messia riunirà le nazioni nel regno definitivo, egli dirà a quelli di un lato: « Venite, benedetti del mio Padre, prendete possesso del regno preparato per voi dalla creazione del mondo.
Perché ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e voi mi avete dato da bere; ero straniero e voi mi avete ospitato; ero nudo e voi mi avete vestito; malato e voi mi avete visitato; in prigione e siete venuti a vedermi. » Mt 25,34-36. Nel regno governato dal Signore, dominano la solidarietà, l'amore e la pace. Questo regno è come « il più piccolo dei semi, ma, quando cresce, diventa quasi un albero e, nei suoi rami, gli uccelli del cielo possono fare il loro nido. » Mt 13,32.
Sorge, tra i cittadini del regno, una forza di trasformazione spirituale e temporale che tiene conto degli indigenti. Questi arrivano così a fare il loro nido, in piena fiducia, nei rami dell'albero. Il regno si colloca nel cuore umano. Non si impone con la forza, ma nasce liberamente dalla volontà del credente. Esso è simile al « lievito che una donna prende e getta in tre misure di farina finché tutta la pasta fermenti. » Mt 13,33. Il regno cresce con il tempo e quando si diffonde nella comunità, vi produce i frutti dello Spirito: amore, gioia e pace.
Quando il credente o la comunità cristiana scoprono nella comunione fraterna la forza trasformatrice del regno, la percepiscono come la perla più fine o il tesoro della vera vita: « Pieno di gioia, va a vendere tutto ciò che ha e compra questo campo. » Mt 13,44-45. Una volta inciso nel cuore, il regno dell'amore reclama tutta l'energia del credente. Gesù avverte: « La legge e i profeti arrivano fino a Giovanni; da allora, il regno di Dio è annunciato, e tutti si sforzano di entrarvi con violenza. » Lc 16,16.
Grandi sforzi sono richiesti perché il regno deve affrontare numerosi nemici. Tutte le forze del male si uniscono nell'opposizione alla venuta del regno. Gesù raccomanda la sagacia del credente di fronte alle malizie del nemico, come l'amministratore astuto della parabola. Lc 16,1-8. Nel cuore delle forze avverse, si trovano le oppressioni politiche, le disuguaglianze sociali, le immoralità di ogni genere che rendono l'umanità schiava di se stessa. Sono questi i colpi di lancia che Dio riceve in pieno Cuore, come la lancia piantata nel fianco del Cristo sulla croce.
È imperioso suscitare la solidarietà umana contro il regno del male. Il rimedio al male universale è l'amore dei nemici come propugnato nel regno retto dallo Spirito Santo di Dio. In reazione, la comunità del regno, unita al sacrificio redentore del Cristo, lotta per la salvezza del mondo. È ancora attuale la missione di andare per tutto il mondo a predicare il regno di Dio. Coloro che lo accolgono in verità si salvano.
Ricordo un aneddoto avvenuto dieci anni fa, alla mia partenza per l'Africa con altri due missionari inviati dalla Repubblica Dominicana. Prima di partire, un membro del mio villaggio, che aveva abbandonato la pratica religiosa, ha voluto farmi la lezione: « Perché andare in Africa a dire messa a gente che ha più bisogno di cibo che di ostie? Lasciali nelle loro credenze. Erano felici finché non siete andati a insegnare loro dottrine estranee alla loro cultura. » Gli ho risposto: « Appunto, essi possono vivere più felici.
Ecco perché vado da loro per accompagnarli ». Arrivando a Tambaga, gli anziani di diversi villaggi reclamavano la nostra visita. Soprattutto i giovani non vedevano più alcuna salvezza nel culto ai feticci. Prima che diventassero completamente atei, era urgente che conoscessero il cammino di Gesù. Lui, davvero, parlava loro al cuore.
È dal fianco ferito del Cristo che nasce la solidarietà universale, soprattutto verso i più indigenti. Secondo i Padri della Chiesa, è dal cuore aperto dalla lancia del soldato che nasce la Chiesa impegnata per il regno dell'amore nella giustizia e nella pace. Il testo biblico della morte in croce ci rivela l'impegno profondo del Cristo per l'umanità. « I soldati spezzarono le gambe ai due criminali crocifissi con Gesù.
Venuti a lui, quando videro che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati, con la sua lancia, gli trafisse il fianco e ne uscì subito sangue e acqua. » Gv 19,32-34. L'acqua e il sangue simboleggiano tutta la vita sacramentale che nutre i credenti. Forti della vita dei sacramenti, i battezzati prendono sul serio il loro impegno evangelico e ottengono la promessa di Gesù sulla giustizia del regno. Quest'ultima è forza di salvezza per coloro che si impegnano alla liberazione della comunità umana.
Il padre Manuel Soler scrive a questo proposito: « Lo sguardo verso il Cuore aperto del Cristo può essere un appello alla speranza, affinché, nelle relazioni internazionali, ci sia un po' di cuore umano, che si traduca in finestre di speranza, in questioni così urgenti come il debito esterno o così macabre come il commercio delle armi o così sottili come la coincidenza dei campi di battaglia nei paesi del Terzo mondo. »
OTTAVA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Le persone ferventi si eleveranno alla perfezione della vita di Dio, mediante la loro consacrazione al mio Cuore.
Questa promessa è quella della vita divina che genera la santità nelle persone ferventi. Vivere la santità significa entrare, con la preghiera, nell'intimità della vita trinitaria, come un pesce che nuota nell'oceano immenso dell'amore divino. Importa, nello stesso tempo, non perdersi in un « intimismo » spirituale ma tenere gli occhi fissi sulle necessità di un mondo ansioso di giustizia, di pace e di fraternità. Bisogna lavorare, come ripete spesso Giovanni Paolo II, per costruire la nuova civiltà dell'amore. Il Cuore di Gesù simboleggia la sorgente della vita che nutre lo Spirito.
Nella cultura dell'Antico Testamento, il cuore è riconosciuto come l'organo della vita e si identifica con la vita. Per questo il cuore è spesso menzionato. Il salmista prega il Signore di purificare e dirigere la sua vita: « Scrutami, provami, passa al fuoco i miei reni e il mio cuore. » Sal 26,2. « Sonda me, o Dio, conosci il mio cuore, scrutami, conosci la mia preoccupazione; vedi che la mia via non sia fatale, conducimi sul cammino dell'eternità. » Sal 139,23-24.
San Paolo predica il Cristo come autore della vera vita: « Paolo, apostolo di Gesù Cristo, per annunciare la promessa della vita che ci ha fatto Gesù Cristo. » 1 Tm 1,1. In un'altra lettera, Paolo spiega ai Galati come giungere alla vita di santità: « Sono crocifisso con il Cristo, ma non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me. » Gal 2,20a. Il Cristo ci santifica con la sua presenza nel cuore delle nostre situazioni umane. « Ora, nella mia vita terrena, vivo nella fede nel figlio di Dio che mi ha amato e si è consegnato per me. » Gal 2,20b.
Il Cristo, con la sua presenza spirituale nel cuore del credente, comunica la vita di santità: « Il Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva, sia che io muoia. Per me, certo, la vita è il Cristo e morire rappresenta un guadagno. » Fil 1,20-21. Se il Cristo dimora in noi, egli ci guida fino all'intimità della Trinità, nella sua vita d'amore. San Giovanni evangelista parla molto della vita del Cristo in noi, come base o trampolino della santità del credente. « Ecco la testimonianza: è che Dio ci ha dato la vita eterna e che questa vita è nel Figlio.
Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio non ha la vita. » 1 Gv 5,11-12. Nel vangelo, Gesù si presenta a Marta come la vita stessa. « Io sono la risurrezione e la vita. Colui che crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me non morirà mai. » Gv 11,25-26. Dopo queste parole, Gesù richiama Lazzaro alla vita e lo fa uscire dal sepolcro dove riposa da quattro giorni. La vita nel Cristo è più forte della morte, anche se questa sembra trionfare. Al di là della morte naturale, il Cristo ci procura la vita eterna.
Éloi Leclerc scrive: « In Gesù, la vita è intimamente legata al suo essere. Essa irradia dalla sua persona a tal punto che la si riceve solo se si accoglie Gesù in un atto di fede senza riserve. Di fronte a questo dono, una sola cosa è necessaria: la fede nella sua persona come inviato dal Padre. Credere in lui è accogliere il dono di Dio, è ricevere la vita di Dio. Chi crede in lui, nasce alla vita eterna.
« Tale è la volontà del Padre che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna. » Gv 6,40. » Usando il paragone della vite, di cui suo Padre è il vignaiolo, Gesù ci spiega il mistero della vita che condivide con il credente. È come la linfa che circola nella pianta: « Io sono la vite, voi i tralci. Colui che dimora in me, e io in lui, costui porta molto frutto; perché fuori di me non potete fare nulla. Se qualcuno non dimora in me, è gettato fuori come il tralcio e si secca; li raccolgono e li gettano nel fuoco e bruciano. » Gv 15,5-6.
« Come il Padre ha amato me, anche io vi ho amati. Rimanete nel mio amore. Vi dico questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa. » Gv 15,9.11. Il paragone della vite illustra in modo splendido la vita che conduce all'intimità divina nello Spirito. Essa si ottiene con l'unione al Cuore del Cristo, la sua vita che scorre nelle nostre vene come la linfa che vivifica la pianta. Questa vita del Cristo non è indipendente dalla vita mortale che Dio insuffla nei nostri corpi. La vita mortale è spesso minacciata dalla malattia, dai fenomeni naturali, dai conflitti e dalle guerre.
La vita di Dio, infusa nella vita corporale, sostiene quest'ultima nella speranza e le dà un senso di pienezza. Persino una vita infelice può riprendere il suo senso nella speranza che scaturisce dalla vita divina. Quante disgrazie della nostra società hanno bisogno di essere riscattate da questa speranza! Per esempio, i matrimoni che non riescono a consolidarsi nell'amore e, come vasi di cristallo, si spezzano per mancanza di vigilanza. Ci sono le situazioni di lavoro mal pagato o di disoccupazione cronica che, come la malattia, rovinano la vita familiare.
Bisogna anche combattere le droghe che rovinano la vita, le ingiustizie e i pregiudizi provocati dall'egoismo, dall'ambizione e dagli interessi personali. La vita divina assume queste situazioni e apre la porta alla speranza in colui che soffre. Allora, coloro che lasciano al Signore spazi di fede nella loro esistenza diventano uomini e donne di speranza. Se tengono gli occhi fissi su una vita migliore, il Signore ispirerà le loro azioni, li animerà a non cedere alla depressione, li inciterà a vincere le loro disgrazie e orienterà i loro sforzi per la pace.
La preghiera, permettendo al credente di introdursi nel Cuore di Dio, santuario della Trinità, è l'anima di questa vita di speranza. Il catechismo della Chiesa cattolica ci dice che « la vita di preghiera consiste nell'essere abitualmente alla presenza di Dio, tre volte santo, e in comunione con lui ». « La vita spirituale comincia nella fede fiduciosa in un Dio che ci ama. » La preghiera alimenta questa fede fiduciosa. Possiamo distinguere tre dimensioni della preghiera legate all'incontro con Dio.
La prima si vive quando le parole della preghiera si accendono come un fuoco da campo grazie al cuore credente che le anima. Finché non si accendono i ramoscelli, il fuoco da campo non esiste. Allo stesso modo, le parole recitate restano semplici formule se non vi si mette il fuoco del cuore che dirige la lode o la richiesta al Signore. Il salmo recitato dall'assemblea, durante la liturgia domenicale, può essere molto bello e molto poetico, ma se il cuore non lo prega, gli manca un'anima.
La seconda dimensione della preghiera compie il passaggio dalla preghiera del cuore, come atto puntuale della giornata, a un cuore di preghiera, come stato permanente. Seguendo il consiglio del Signore nella parabola della vedova: « È necessario pregare sempre senza stancarsi mai. » Lc 18,1. L'orante sviluppa nel suo cuore una vita che si nutre della preghiera: sia inginocchiato davanti al santissimo Sacramento, sia che lavori nel suo campo o nel suo ufficio, la sua vita si svolge in intima unione di volontà con il suo Padre. Il maestro spirituale Jean Lafrance ci dice dell'orante: « Passando dall'atto di preghiera allo stato di preghiera, si è reso capace di fare della sua vita, delle sue relazioni e della sua attività un culto spirituale. »
Signore, « siamo stati creati per l'adorazione. È necessario essere sedotti, trascinati e catturati dal volto del Signore, soprattutto lasciarsi possedere da lui ». Egli ci invita a questa unione mistica donandoci il suo Spirito. È in questo senso che Paolo ci dice: « Pregate senza sosta. In ogni occasione, siate nell'azione di grazie. È la volontà di Dio su di voi come cristiani. » 1 Ts 5,17-18.
La terza dimensione della preghiera proietta i bisogni del prossimo, come la luce che illumina la vita della città terrena. Quando Dio ha stabilito la sua dimora nel cuore del credente, non si può più distinguere in lui l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Come Gesù, suo modello, egli vede il volto di Dio in tutti i suoi fratelli e sorelle, peccatori, miserabili, semplicemente fratelli o persino nemici. Il documento di Puebla ci sensibilizza sulla situazione di povertà estrema, indigenza che spesso deriva da ambizioni disoneste e da dominazioni abusive.
« Questa situazione acquisisce, nella vita reale, volti concreti sui quali possiamo riconoscere i lineamenti sofferenti del Signore che ci interpella: volti di bambini, colpiti dalla povertà prima di nascere, che vagano per le strade e sono spesso abusati; volti di giovani, disorientati perché non trovano il loro posto nella società; volti di indigeni o di afroamericani, che possono essere considerati i più poveri a causa della marginalità; volti di gente di campagna sottomessa a sistemi di commercializzazione che la sfruttano e, talvolta, la privano delle sue terre; volti di operai male pagati e incapaci di difendere i loro diritti. » A questa lista, possiamo aggiungere i volti di donne sfruttate, colpite, abusate, e anche quelli di uomini che vivono un simile disprezzo.
Come prossimi di tutti questi fratelli e sorelle, leggiamo sui loro volti la sofferenza causata dalle condizioni penose della loro vita e li offriamo al Signore nella preghiera. In molti casi, il gesto di solidarietà e di aiuto al prossimo seguirà efficacemente la preghiera. Nei vangeli, Gesù si identifica con la causa dei peccatori. « Andate quindi a imparare ciò che significa: È la misericordia che voglio, e non il sacrificio. In effetti, non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. » Mt 9,13. Con il desiderio sincero di essere alla presenza di Dio nella preghiera, apriamo una finestra sulla vita trinitaria, dove scopriamo la santità, e un'altra finestra sulla vita umana che vogliamo decente e degna per tutti, secondo il piano divino. Ecco perché il credente, attento alle necessità dell'umanità, diventa un uomo o una donna di preghiera.
« Lo Spirito che dà la vita » Gv 6,63 è anche colui che ci conduce alla preghiera. In lui si trova la salvezza di tutte le nostre situazioni umane. Al capitolo ottavo della lettera ai Romani, Paolo parla dell'azione dello Spirito nei nostri cuori e conclude dicendo: « Lo Spirito viene in soccorso della nostra debolezza; perché non sappiamo che cosa chiedere per pregare come si conviene; lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti ineffabili, e colui che scruta i cuori sa qual è il desiderio dello Spirito e che la sua intercessione per i santi corrisponde alla volontà di Dio.
E sappiamo che con coloro che lo amano, Dio collabora in tutto per il loro bene, secondo il suo disegno. Poiché coloro che ha conosciuto in anticipo, li ha destinati a riprodurre l'immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito di una moltitudine di fratelli. Coloro che ha predestinati, li ha pure chiamati; coloro che ha chiamati, li ha pure giustificati; coloro che ha giustificati, li ha pure glorificati. » Rm 8,26-30.
Nella grande preghiera sacerdotale dell'ultima cena, Gesù rivela il segreto della santità che è la vita di gloria condivisa: « Padre, l'ora è venuta: glorifica tuo figlio, affinché tuo figlio ti glorifichi e che, secondo il potere che gli hai dato su ogni carne, dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato! Ora, la vita eterna è che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che hai inviato, Gesù Cristo. » Gv 17,1-3. « Padre santo, custodiscili nella tua gloria che mi hai dato, perché siano uno come noi. » Gv 17,11. « Ti prego affinché tutti siano uno.
Come tu, Padre, sei in me e io in te, anch'essi siano in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai inviato. Ho dato loro la gloria che tu mi hai dato, perché siano uno come noi siamo uno: io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell'unità, e il mondo riconosca che tu mi hai inviato e che li hai amati come hai amato me. Padre, coloro che mi hai dato, voglio che là dove sono io, anch'essi siano con me, affinché contemplino la gloria che mi hai dato perché mi hai amato prima della fondazione del mondo. » Gv 17,21-24.
In conclusione, la vita di santità, che ci è promessa, affonda le radici e sfocia nella vita di gloria che il credente condivide con la Trinità. Questa vita divina non mira alla semplice gioia spirituale personale ma alla trasformazione del mondo. Che il mondo conosca anche, per intermedio del credente, la santità divina, il grande amore di Dio verso tutta l'umanità!
Comprendiamo meglio il prologo di san Giovanni riconoscendo la vita e la gloria che Dio ci riserva. « In principio era il Verbo. Il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. In lui era la vita e la vita era la luce del mondo. » Gv 1,1.4. Il Cristo illumina il cammino di ogni essere umano verso la santità di Dio. « La luce ha risplenduto nelle tenebre e le tenebre non l'hanno trattenuta. Abbiamo contemplato la sua gloria, gloria che egli tiene dal suo Padre come Figlio unico, pieno di grazia e di verità. » Gv 1,5.14b.
« Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. » Mt 5,8.
NONA PROMESSA DEL SACRO CUORE
I focolari e le comunità di fede vivranno l'Alleanza in pienezza, grazie alla loro consacrazione al mio Cuore.
Questa promessa rivela una grande benedizione del popolo di Dio, « l'alleanza divina », di cui la famiglia è il simbolo privilegiato. Questa benedizione speciale affonda le radici nell'alleanza biblica, conclusa con il popolo eletto, da Abramo e Mosè, e che infine Gesù Cristo assume con la sua morte e la sua risurrezione.
L'alleanza si vive in modo eccellente nei sacramenti della Chiesa. Tra questi, eccelle il sacramento del matrimonio che fonda e consolida la Chiesa domestica raffigurando l'alleanza del Cristo con la sua Chiesa.
Fin dalle origini, Dio vuole allearsi la creazione per condividere con essa la sua gloria. Nel paradiso terrestre, esisteva un'amicizia profonda tra Dio e l'uomo. Approfittando della brezza della sera, Dio passeggiava con Adamo tra gli alberi del giardino. Quando il peccato venne a spezzare queste buone relazioni, Dio non volle rinunciare all'amicizia con le sue care creature.
Con Abramo, egli fa un patto, un po' sorprendente per noi, nello stile dei re di Canaan. Alla sua partenza dalla Caldea, Dio promette ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo, su una terra dove stava per scorrere latte e miele. Lo invita, in seguito, a sacrificare una giovenca, una capra, un montone, una tortora e un colombino. Abramo divide gli animali per il mezzo e pone ciascuna metà di fronte all'altra.
Per confermare l'alleanza, Abramo passeggia tra gli animali divisi, significando che accetta di essere tagliato in due, per il mezzo, come questi animali immolati se non è fedele al suo Dio. Mancava soltanto la conferma di Dio. « Quando il sole fu tramontato, le tenebre si estesero; ecco, un forno fumante e una fiaccola di fuoco passarono tra gli animali divisi. In quel giorno, il Signore concluse un'alleanza con Abramo. » Gn 15,17-18. « Dio promette alla posterità di Abramo il paese che si estende dal fiume d'Egitto fino al Grande Fiume. » Gn 15,18b.
« Abramo credette al Signore, che glielo contò come giustizia. » Gn 15,6. Più tardi, nel deserto del Sinai, Dio riprende l'alleanza con il suo popolo liberato dall'Egitto per intermedio di Mosè. L'alleanza suppone un impegno da entrambe le parti. Dio offre la sua protezione come padre della nazione; il popolo, da parte sua, si sottomette alla sua autorità e promette di obbedire ai suoi comandamenti. Comandamenti che sono lì soprattutto per favorire la convivenza pacifica tra tutti e la giustizia verso i più deboli.
« Mosè salì incontro a Dio e il Signore lo chiamò dall'alto della montagna e gli disse: Parlerai, così, ai figli d'Israele: Avete visto ciò che ho fatto agli Egiziani, e come vi ho portati su ali d'aquile e condotti verso di me. Ora, se ascoltate la mia voce e custodite la mia alleanza, vi terrò come mio bene proprio tra tutti i popoli, perché tutta la terra è mia. Vi terrò come un regno di sacerdoti, una nazione santa. Ecco le parole che dirai agli Israeliti.
Mosè andò e convocò gli anziani del popolo ed espose loro tutto ciò che il Signore gli aveva ordinato, e tutto il popolo, di comune accordo, rispose: Faremo tutto ciò che il Signore ha detto. » Es 19,3-8. « Da alleanza in alleanza, la relazione tra Dio e l'uomo si approfondisce, e diventa sempre più intima. Questo movimento raggiunge il suo punto culminante nella nuova alleanza con il Cristo.
Allora, la relazione si colloca al livello del mistero divino: « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vuole rivelarlo. » Mt 11,27. Così, la relazione dell'alleanza che struttura tutta la storia della salvezza appare infine come la rivelazione del mistero intimo di Dio: le relazioni eterne tra il Padre e il Figlio. « Ogni anno, il popolo ebraico rinnovava la sua alleanza con il Signore offrendo l'agnello pasquale.
L'agnello che il popolo aveva mangiato uscendo dalla schiavitù d'Egitto e che simboleggiava il passaggio alla libertà guidato dal Signore. Ogni anno Gesù celebrava questa alleanza ebraica ma, all'ultima Pasqua, le diede una svolta nuova grazie alla sua relazione intima con il suo Padre e con l'umanità. In Gesù, l'alleanza si realizza in tutta la sua ampiezza.
« Dio e uomo in un'unica persona, il Cristo rappresenta, da un lato, Dio nelle sue relazioni di amicizia con l'umanità e, dall'altro, l'umanità nella sua riconciliazione con Dio attraverso il suo sacrificio ». Gesù Cristo si offre per i peccati, come nuovo Agnello pasquale, al fine di rendere la libertà al popolo di Dio. « Durante la cena, mentre mangiavano, Gesù prese del pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro dicendo: « Prendete, questo è il mio corpo. » Poi, prendendo una coppa, rese grazie e la diede loro, e tutti ne bevvero.
E disse loro: « Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, che sta per essere versato per una moltitudine » Mc 14,22-24. L'Eucaristia è rimasta da allora il memoriale dell'alleanza tra la Trinità e il suo popolo. L'alleanza conclusa in Gesù Cristo, con il suo corpo immolato e il suo sangue versato sulla croce per il perdono dei peccati, riscatta l'umanità. Il popolo perdonato cammina in una nuova libertà acquisita dal sacrificio del Cristo. È il cammino di una vita umana libera e felice che sfocia nella gloria di Dio. Gesù ci dice: « Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi. » Gv 8,32.
Altrove, dice ancora: « Io sono la Verità. » Gv 14,6. Durante la Preghiera eucaristica, dopo la consacrazione del pane e del vino al corpo e al sangue del Cristo, Gesù aggiunge: « Fate questo in memoria di me. » La Preghiera eucaristica II prosegue dicendo: « Ecco perché, Padre, celebrando questo memoriale della morte e della risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo il pane di vita e la coppa della salvezza. » Un memoriale, cioè, rinnovamento della nuova alleanza, non soltanto quella dell'ultima cena, ma anche quella del tempo presente che si vive in Gesù Cristo.
Egli ci salva e ci libera nelle situazioni concrete delle nostre vite umane. Spetta a noi vivere di nuovo la marcia nel deserto in cui la libertà si acquisisce nella sofferenza a causa delle condizioni difficili del deserto. Ma, con noi, cammina il Signore Gesù Cristo, il Risorto, che perpetua l'alleanza tra Dio e noi. Possiamo affermare che l'alleanza del Signore con noi è il fondamento della provvidenza divina nella vita del popolo. Grazie all'alleanza con il Signore, la famiglia vive la libertà e la felicità nella coppia insieme con i figli.
San Paolo dà la chiave di questa benedizione: « Nessuno ha mai odiato il proprio corpo; al contrario, lo nutre e se ne prende cura. È proprio ciò che il Cristo procura alla Chiesa: Non siamo forse le membra del suo Corpo? Ecco che l'uomo lascerà suo padre e sua madre per legarsi alla sua sposa, e i due non faranno che una sola carne. Questo mistero è di grande portata; voglio dire che si applica al Cristo e alla Chiesa » Ef 5,29-32. Il matrimonio vissuto per la grazia di Dio appare come un segno ammirevole dell'alleanza di Dio con i suoi.
In questa scelta di vita, c'è diversità di persone e ciascuna è chiamata a realizzarsi nella libertà. L'amore che alimenta la vita del focolare impegna ciascuno dei partner a favorire l'evoluzione spirituale del coniuge e della prole. Ecco perché gli sposi si aprono alla felicità percorrendo il cammino della libertà. Questa produce la gioia liberando il cuore da ogni egoismo e rendendolo attento ai bisogni dell'altro. Molte volte, sarà a prezzo di un sacrificio personale.
L'amore vissuto in alleanza matrimoniale resta fedele fino alla morte, perché non si può immaginare un amore così sublime, figura dell'alleanza divina, senza la perseveranza in questa unione. L'amore tra gli sposi si riversa sui figli, frutti del loro amore. Questi, grazie all'atmosfera amorosa del focolare, crescono fisicamente e spiritualmente in armonia con il loro ambiente. Accompagnare i figli nel loro apprendistato e renderli liberi per la vita costituisce nello stesso tempo la gioia e la sfida dei genitori.
Come Gesù, che cresceva in statura e in saggezza davanti a Dio e davanti alla società, i figli sviluppano le loro qualità e si educano per essere utili alla società.
Nella società, gli sposi cristiani che vivono la loro vocazione come segni dell'alleanza divina diventano testimoni eccezionali. In mezzo ai loro concittadini, gli sposi ricordano che Dio, nel suo amore, desidera la libertà di tutti gli individui. Una libertà che valorizza la dignità dell'essere umano, uomo o donna senza servitù, fieri di camminare a testa alta ricercando il bene comune. Manifestamente, nell'alleanza matrimoniale, l'amore di Dio consacra la vita comune e crea un clima favorevole alla felicità. La fiducia reciproca, che l'amore risveglia nei membri della famiglia, permette di raggiungere la felicità e di comunicarla ai concittadini della città. In verità, questa porta in sé una meraviglia di Dio, il focolare cristiano.
DECIMA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Le persone consacrate al mio Cuore avranno il dono di toccare i cuori più induriti.
Questo dono corrisponde alla missione del popolo di Dio come « tempio spirituale dedicato a un sacerdozio consacrato ». La prima lettera di Pietro dichiara a questo proposito: « Avvicinatevi a lui, la pietra viva, rifiutata dagli uomini, ma scelta e preziosa presso Dio. Voi stessi, come pietre vive, prestatevi all'edificazione di un tempio spirituale, per un sacerdozio santo, in vista di offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo » 1 Pt 2,4-5. La funzione sacerdotale include quella di re, di profeta e di sacerdote del popolo di Dio e costituisce il sacrificio spirituale gradito al Signore.
« Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo acquisito, per proclamare le lodi di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce » 1 Pt 2,9. Il Signore lo aveva già promesso sul Sinai: « Ora, se ascoltate la mia voce e custodite la mia alleanza, vi terrò come mio bene proprio tra tutti i popoli, perché tutta la terra è mia. Vi terrò come un regno di sacerdoti, una nazione santa » Es 19,5-6.
Nei corsi di catechesi, la dinamica del battezzato che è unto come re, profeta e sacerdote si ripete per sensibilizzare ai compiti del laico nella comunità. Questa verità, ripresa nella predicazione liturgica, è diventata una convinzione della comunità cristiana. Oggi, ogni laico, consapevole della sua fede, riconosce la sua missione di re o responsabile del popolo di Dio, di profeta nella formazione della comunità umana, e anche di sacerdote per salvare l'umanità con i servizi fatti con amore.
Essere re comporta una grande sfida, poiché significa assicurare alla comunità umana la sua libertà nella giustizia e nella pace. In confronto, la missione di un laico di quartiere non è la stessa di quella del Papa che tocca la Chiesa universale, ma al laico incombe il compito di animare i fedeli della sua comunità cristiana nella giustizia e nella pace. È un'animazione molto diversificata secondo i bisogni degli indigenti in tutta la loro diversità: i malati, i disoccupati, gli irregolari, gli esclusi dalla società e i miserabili di ogni genere.
Nella storia cristiana, molte opere testimoniano il compimento di questa missione: gli ospedali per i malati, le scuole per i bambini e gli analfabeti, i movimenti di carità per i senza tetto. La storia riconoscerà il lavoro di tutti questi laici e religiosi che hanno dato la vita per preservare la salute, la dignità e la libertà di tutti i concittadini. Alcuni laici, per la loro vocazione specifica a promuovere l'ordine temporale, hanno apportato molto all'edificazione della comunità umana con il loro lavoro sociale e umanitario.
Tenendo conto del carattere sociale della loro professione, hanno promosso la giustizia in modo eccellente e hanno valorizzato la dignità umana condividendo i loro beni, le loro abilità e la loro scienza.
La storia biblica ricorda la vocazione di un re secondo il cuore di Dio: il re Davide. Questi e Salomone, suo figlio, furono riconosciuti per la loro saggezza nel governare il regno. La principale funzione del re saggio è di assicurare la giustizia e il diritto tra i governati. La Bibbia loda il lavoro del re Davide che, durante il suo regno, aveva ristabilito la pace su tutto il suo territorio.
Gesù è acclamato: « Figlio di Davide che porta la pace ». Il popolo lo riconosce come re Messia al suo ingresso trionfale a Gerusalemme secondo le parole del profeta Zaccaria: « Ecco che il tuo re viene a te; modesto, monta un'asina, e un asinello, piccolo di una bestia da soma. Allora, la gente, in folla molto numerosa, stese i suoi mantelli sul cammino; altri tagliavano rami dagli alberi e ne cospargevano il cammino. Le folle che camminavano davanti a lui e quelle che seguivano gridavano: « Osanna al figlio di Davide! » Mt 21,5.8-9.
Dinanzi a Pilato, Gesù accetta il titolo di re perché viene a lavorare, effettivamente, nella scia dei grandi re, per la pace e la dignità dell'umanità, ma aggiunge: « Il mio regno non è di questo mondo » Gv 18,36-37. Come discepoli del Cristo, condividiamo il suo titolo di re; un titolo che comporta l'immenso compito di servire o lavorare per la giustizia e la pace. Bisogna riconoscere che, mediante il battesimo e la confermazione, siamo stati unti dello Spirito, in qualità di re, come Gesù, il Messia, per la salvezza del mondo.
Oltre a essere re, sempre sotto l'unzione dello Spirito Santo, siamo chiamati a essere profeti del popolo di Dio. Essere profeta, nel mondo di oggi, si rivela una missione ad alto rischio. Conosciamo grandi profeti moderni, come Gandhi in India, Martin Luther King negli Stati Uniti d'America, Madre Teresa tra i poveri delle baraccopoli indiane, Monsignor Romero al Salvador. Alcuni vivono ancora, come Nelson Mandela in Sudafrica, Rigoberta Menchú e il vescovo Samuel Ruiz tra gli indigeni, così come molti altri più umili, i cui nomi non sono menzionati e che danno la vita per gli emarginati.
Il profeta, ispirato dallo Spirito di Dio, denuncia le situazioni di violenza, di egoismo, di lotta di classe, di marginalità sociale a livello nazionale o mondiale. In realtà, il profeta non denuncia soltanto l'ingiustizia; annuncia soprattutto una speranza. La speranza del regno di Dio che favorisce i più umili e i più sprovvisti. A costoro è annunciato un Salvatore, Gesù, la grande Speranza, che, con la sua morte sulla croce, abolisce ogni egoismo, violenza e ingiustizia, aprendo un cammino di libertà e di felicità per tutti.
Un giorno, nella sua preghiera di lode, Gesù si rallegrava del fatto che i poveri accoglievano il suo messaggio di speranza meglio dei sapienti. Mt 11,25-30. L'Antico Testamento racconta la vocazione dei profeti che hanno sensibilizzato il loro popolo all'urgenza di fare la volontà di Dio. Si conosce il coraggio di Elia che si fa coscienza del suo popolo ricordandogli il culto del vero Dio. Egli rimprovera al re Acab, che si pretende padrone del paese e perfino della vita dei suoi sudditi, di essere ingiusto e idolatra. Questi chiede a Nabot di cedergli la sua proprietà, adiacente al palazzo reale, per ingrandire il suo giardino.
Dinanzi alla risposta negativa di Nabot, il re diventa triste e irritato. La regina Gezabele risolve il conflitto; fa uccidere Nabot e consegna la vigna al re Acab. Il giorno in cui Acab scende a prendere possesso della vigna, il profeta Elia lo affronta dicendo: « Hai assassinato, e, in più, espropri. Ecco ciò che dice il Signore: « Là dove i cani hanno leccato il sangue di Nabot, leccheranno anche il tuo. » 1 Re 21,18b-19. A rischio della loro vita, i profeti denunciano il peccato e favoriscono il ritorno al vero Dio, l'unica speranza che non inganna.
Gesù appare, sulla scia dei grandi profeti, come il profeta per eccellenza, denunciando ogni servitù e annunciando il regno di Dio, grazie alla presenza dello Spirito nel cuore di tutti gli sforzi umani. Egli stimola la nostra speranza allo scopo di creare una terra nuova e un cielo nuovo. Nella stessa linea, l'ufficio sacerdotale del laico consiste nell'offrire i suoi servizi, la sua vita, per la salvezza della comunità umana. Il Cristo, nella lettera agli Ebrei, prega il suo Padre in questo senso: « Padre, non hai voluto né sacrificio né offerta, ma mi hai plasmato un corpo.
Non hai gradito né olocausto né sacrifici per i peccati. Allora ho detto: Ecco, vengo per fare, o Dio, la tua volontà » Eb 10,5-7. Non sono tanto le cose sacre o gli animali offerti in sacrificio che Dio attende da noi, ma piuttosto che diciamo come Gesù: « Padre, ti offro la mia vita facendo la tua volontà. » Fare la volontà di Dio è il cammino di salvezza tracciato da Gesù sulla croce, l'unico cammino da percorrere per vincere ogni male. « Se qualcuno vuole venire dopo di me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua » Mt 16,24.
Poiché la volontà di Dio è amare e servire i più umili, ogni servizio amoroso, ogni carità diventa un atto sacerdotale del discepolo di Gesù, il suo sacrificio spirituale, la sua eucaristia. Gesù ce lo insegna così, il Giovedì santo, lavando i piedi dei suoi discepoli. « Capite ciò che vi ho fatto? È un esempio che vi ho dato, affinché facciate, anche voi, come io ho fatto per voi » Gv 13,12b.15. Le azioni sacerdotali del popolo battezzato risiedono nei piccoli e nei grandi servizi amorosamente offerti.
Una madre o un padre, che si prende cura dei suoi figli, li nutre e li educa, realizza un compito sacerdotale; un operaio, guadagnando la vita della sua famiglia o rendendo servizio alla comunità umana con il suo lavoro, compie anche il suo sacerdozio. Altri esercitano il loro sacerdozio con la loro professione messa al servizio dell'umanità. La pastorale sociale stimola l'esercizio del sacerdozio comune dei fedeli che trova in essa la sua piena realizzazione. Sono questi i sacrifici che il popolo sacerdotale offre al Padre unendosi al sacrificio eucaristico di Gesù Cristo. Sono la vita offerta per la redenzione universale.
Essere re o profeta esige un carisma particolare, ma il sacerdozio del laico con i suoi umili servizi è accessibile a tutti. A questo proposito, la lettera agli Ebrei ci illumina: « Quanto a voi, diletti, siamo persuasi che vi troviate in una situazione migliore e favorevole alla salvezza. Perché Dio non è ingiusto, da dimenticare ciò che avete fatto e la carità che avete mostrata per il suo nome, voi che avete servito e che servite i santi.
Desideriamo soltanto che ciascuno di voi mostri lo stesso zelo per il pieno fiorire della speranza fino alla fine; di modo che imitiate coloro che, con la fede e la perseveranza, ereditano le promesse » Eb 6,9-12. La speranza cristiana si manifesta in Gesù, unico sacerdote, profeta e re per il mondo.
In conclusione, la nostra dignità sacerdotale ci rende simili al Cristo, Servo di Dio e dell'umanità. Con lui, unti dello Spirito Santo, siamo una speranza di salvezza per un mondo desideroso di libertà e di felicità.
UNDICESIMA PROMESSA DEL SACRO CUORE
I fedeli consacrati al mio Cuore avranno il loro nome iscritto nel mio Cuore.
La piena evoluzione spirituale personale e comunitaria costituisce il fine ultimo dell'amore e coincide con l'obiettivo della spiritualità cristiana, che risiede nella pienezza della felicità in questa vita e nella gloria di Dio. La Bibbia traduce talvolta la pienezza della felicità con la gioia completa. Questa pienezza di gioia ci viene dall'incarnazione del Cristo nella nostra vita personale o comunitaria: « Il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi; e abbiamo contemplato la sua gloria, la gloria che il Cristo tiene dal suo Padre come Figlio unico, pieno di grazia e di verità.
Sì, dalla sua pienezza tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia. » Gv 1,14.16. L'amore che abita il Cuore di Gesù lo conduce, nella sua vita mortale, alla più alta perfezione spirituale. Così, persino inchiodato alla croce, sente che la gloria del suo Padre lo accompagna e non lo abbandona nel supplizio. Il Cristo riserva la stessa gloria per la pienezza di vita a tutti coloro che credono in lui. Questa pienezza gioiosa viene dal Cuore di Dio, dalla sua gloria condivisa.
A ragione, la persona consacrata all'amore del Cristo vede il suo nome iscritto nel Cuore divino e non sarà mai cancellato poiché partecipa della pienezza divina. Nella quinta promessa, precisavamo che l'amore conduce alla libertà dello spirito, alla gioia completa o alla pienezza della felicità. Lo psicologo Scott Peck scrive: « Gli sforzi per spiegare l'amore hanno condotto a dividere l'amore in diverse categorie: èros, philia, agape, amore perfetto, amore imperfetto, ecc.
Io mi propongo di dare, piuttosto, un'unica definizione dell'amore, senza lasciare, per questo, di essere pienamente consapevole che, probabilmente, non sarà la più appropriata. Definisco l'amore come la volontà di estendere i limiti dell'ego, al fine di promuovere l'evoluzione spirituale della persona. » Lo stesso autore dice ancora: « Possiamo definire lo sviluppo spirituale come la piena evoluzione della coscienza. La coscienza si sviluppa quando il nostro conscio percepisce una conoscenza che l'inconscio possiede già. Si tratta di un procedimento per rendere conscio ciò che si trova nell'inconscio.
Ma, ciò non spiega ancora come l'inconscio possegga tutte queste conoscenze che il conscio ignora. Non possiamo dare una risposta scientifica, possiamo soltanto piantare delle ipotesi e non conosco alcuna ipotesi così soddisfacente come quella di un Dio così intimamente associato a noi da far parte del nostro essere. »
Che ipotesi seducente per colui che crede in un Dio d'amore che ci ha creati a sua immagine e a sua somiglianza! Dio è amore, un amore che si distende nella creazione dell'universo. Sappiamo che, mediante il battesimo, il Padre ci immerge nell'acqua del Giordano, un bagno d'amore e dello Spirito del Cristo, il dono promesso alla Samaritana al pozzo di Giacobbe. Il Padre riconosce, nel battezzato, l'amore che contempla nel suo Figlio. Sono le parole di Paolo: « Per la fede in Gesù Cristo, abbiamo accesso a questa grazia nella quale siamo stabiliti e ci glorifichiamo nella speranza della gloria di Dio. E la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci fu dato. » Rm 5,2.5.
Riconosciamo con Scott Peck che l'amore divino è stato deposto nella nostra coscienza come un tesoro nascosto. Come psicologo, egli divide la coscienza in due parti estreme: una parte in cui la conoscenza si fa a poco a poco conscia del tesoro che possiede, e l'altra parte che possiede tutta la conoscenza di questo tesoro ma in maniera ancora inconsapevole. L'amore, che Dio ha deposto nei nostri cuori, si ritrova sepolto dapprima in quella parte chiamata inconscia. Il nostro compito quotidiano è recuperare questo tesoro dell'amore divino nella parte conscia della coscienza o del cuore.
Paolo ci invita a riflettere l'immagine del Cristo come in uno specchio: « Noi tutti che, a viso scoperto, riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati in quella stessa immagine, sempre più gloriosa, sotto l'azione dello Spirito. » 2 Cor 3,18. Per tutta la mia missione in Africa, mi sono interessato molto alla cultura gourmanchée del Burkina Faso. Secondo la saggezza di questa etnia africana, l'essere umano non è composto soltanto di corpo e di anima, ammette addirittura sei componenti.
« Tutto ciò che l'essere umano può possedere è contenuto in queste sei nozioni. » Oltre al corpo « ti gbannandi » e all'anima « o naano », l'individuo riceve uno spirito-guida « ke ciciliga » che lo caratterizza nelle sue relazioni sociali. Una quarta componente è lo stampo « li haali » ereditato da uno degli antenati, che gli comunica, insieme con la somiglianza fisica, le sue abilità personali. Fa anche parte del suo essere la coscienza di Dio, « u yienu » suo creatore, che è come il desiderio di Dio e i suoi benefizi.
Infine, appare nell'essere umano il destino « li cabili » che Dio ha deposto nell'anima del bambino alla sua nascita. Un destino che influenzerà tutta la sua vita. Volendo imitare san Paolo, che parlava agli Ateniesi del dio sconosciuto, ho voluto rivelare loro la provenienza di questo destino. Esso viene, in effetti, da Dio o più precisamente dalla sua immagine impressa nel cuore del bambino, immagine che questi deve riprodurre nella sua vita.
Se il bambino adegua la sua vita all'immagine di Dio deposta nella sua coscienza, il suo destino sarà la gloria divina; se si allontana dalla volontà dell'Altissimo, il suo destino subirà le conseguenze nefaste di questa scelta. Invitati a riprodurre, come in uno specchio, la gloria del Signore, che è partecipazione piena della gioia o della felicità trinitaria, questo ideale esige di essere consapevoli dell'amore che Dio ha deposto nel nostro inconscio forgiando il nostro destino. Il vangelo di Giovanni svela il dinamismo dell'amore divino che suscita in noi la gioia traboccante del possesso di Dio.
Il discorso di addio dell'ultima cena parla della gioia che Gesù vuole comunicare ai discepoli: « Io sono la vite; voi, i tralci. Colui che dimora in me, e io in lui, costui porta molto frutto, perché fuori di me non potete fare nulla. Come il Padre ha amato me, anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa. » Gv 15,5.9.11.
L'itinerario verso la pienezza della felicità esige, in cambio, tutto lo sforzo del credente. Gesù, per esperienza personale, paragona questo tempo di sforzo alla sofferenza e alla gioia del parto: « In verità, ve lo dico, piangerete e vi lamenterete, e il mondo si rallegrerà; sarete tristi, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, sul punto di partorire, si rattrista perché la sua ora è venuta; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dei dolori, nella gioia che un uomo sia venuto al mondo.
Anche voi, ora, eccovi tristi; ma vi rivedrò e il vostro cuore sarà nella gioia, e la vostra gioia, nessuno ve la porterà via. Finora non avete chiesto nulla in mio nome; chiedete e riceverete, perché la vostra gioia sia completa. » Gv 16,20-22.24. « Se dico queste cose ora che sono nel mondo, è perché partecipiate pienamente della mia gioia. » Gv 17,13b.
Gesù Cristo desidera che siamo interamente felici, non soltanto nell'eternità gloriosa, ma anche nella vita quotidiana. Il salvatore comincia dalla felicità vissuta in famiglia e nella comunità umana. Paolo e Giovanni ci invitano a conquistare la pienezza spirituale in Gesù Cristo. Questa comporta benedizioni in abbondanza e riflette la felicità e la gloria di Dio. In questi tempi carismatici, predichiamo che la gloria di Dio abita nei nostri cuori per l'azione dello Spirito divino.
Questa gloria si trasforma in presenza attiva che ci anima e ci riconforta con i suoi molteplici doni, ogni volta che reclamiamo la sua azione. Non possiamo dimenticare che la gloria di Dio si condivide, in comunità, con i più piccoli e le vittime dell'ingiustizia, formando con loro un popolo solidale. Come la gloria del Signore accompagnava il popolo ebreo nel deserto del Sinai, Es 16,10, e in seguito in esilio a Babilonia, Is 35,2, lo Spirito Santo va davanti a noi in questa impresa gloriosa di pienezza della gioia.
Piet van Breemen dice: « Colui che ricerca la gloria di Dio può incontrarla soltanto camminando con e verso i poveri; in essi Dio rivela il suo « Kabod », cioè, la sua gloria e con ancora più chiarezza, nel suo Figlio che si fa uno di loro. » La stessa presenza di gloria ci accompagna in maniera permanente quando attraversiamo le difficoltà o quando affrontiamo le contraddizioni della vita. Importa renderci attenti a questa presenza gloriosa. Gesù, inchiodato sulla croce, attinge la sua forza nella gloria divina che lo accompagna fino nel suo sacrificio ultimo.
Non possiamo presentare questa promessa della pienezza di vita e della gloria di Dio che l'accompagna, senza menzionare i santi che la vivono con eccellenza nella loro esistenza mortale. Grazie alla loro fede, sentono fortemente la presenza gloriosa di Dio che li porta come l'aquila, sulle sue ali, nella gioia e nella pace. La madre di Gesù, alla quale attribuiamo il titolo di Nostra Signora del Sacro Cuore, resta il modello di coloro che raggiungono la pienezza della felicità.
Fin dall'inizio, la Vergine Maria resta attenta alla volontà divina. Quando l'angelo Gabriele le propone di diventare la madre del Salvatore e le rivela che « lo Spirito del Signore verrà su di lei e il potere dell'Altissimo la coprirà della sua ombra », ella gli risponde: « Ecco la serva del Signore; che mi accada secondo la tua volontà! » Due disposizioni permanenti che traspaiono durante tutta la sua vita. Maria si dona tutta intera in sacrificio come Gesù: « Eccomi »; e proclama la sua obbedienza: « Che la tua volontà si faccia in me! » La giovane Maria si offre essa stessa per la salvezza del genere umano.
Ella offre il suo corpo che sarà la prima incarnazione del figlio di Dio, rendendolo presente all'umanità. Afferma la sua sottomissione alla volontà divina. Il vecchio Simeone la avverte che una « spada le trafiggerà il cuore, perché suo Figlio sarà un segno bersaglio della contraddizione. » Lc 2,34-35.
Tutta la sua vita, Maria accompagnerà Gesù come madre e crescerà nella fede al suo contatto intimo. Ai piedi della croce, potrà sopportare in piedi quel momento penoso con la convinzione che la gloria di Dio accompagna entrambi nel loro dolore. Per aver attraversato la dura prova, canterà per sempre il Magnificat: « La mia anima glorifica il Signore, perché l'Onnipotente in amore ha fatto per me delle meraviglie. » Lc 1,47.49. Con Gesù, Maria vive il mistero della salvezza, la sua fede adeguata alla gloria di Dio che la protegge.
Al momento della morte di Gesù in croce, Nostra Signora del Sacro Cuore appare nella pienezza della fede: la gloria divina, che la copre della sua ombra dall'Annunciazione, le procura la serenità rivelandole che il suo Figlio suppliziato, ancora sospeso alla croce, è risorto alla vita eterna. Maria è, in verità, il modello dato all'umanità che soffre e lotta per la giustizia e la pace della famiglia e del popolo oppresso. Essa porta la speranza nelle cause difficili. Lei, la prima con Gesù, ha vinto la morte e le sue conseguenze per aprire il cuore dell'umanità alla speranza della gloria divina.
DODICESIMA PROMESSA DEL SACRO CUORE
Concederò la grazia della perseveranza finale a tutti coloro che comunicano al pane di vita.
Tutte le promesse bibliche, dall'amore promesso all'origine fino alla gloria dell'eredità divina, si concentrano in quest'ultima promessa che fa menzione dell'Eucaristia. Questa promessa, nella sua versione originale, mette l'accento sul numero nove. Nello spirito della novena, se il cristiano comunica per nove primi venerdì di seguito, si assicura la perseveranza finale. Tuttavia, la perseveranza non è legata al numero delle comunioni, ma alla qualità della comunione con il Cristo. Se ho l'abitudine di comunicare al pane di vita, non devo temere di mancare l'appuntamento della gloria di Dio, poiché il Signore dimora in me e mi apre la porta della casa del Padre. Gesù stesso lo dice: « Io sono la porta delle pecore. » Gv 10,7b.
L'atto di comunione chiude il rito dell'Eucaristia e, in questo gesto, si ricapitola tutta la ricchezza del sacramento del corpo e del sangue del Cristo. Prima di offrire la sua vita sulla croce per la salvezza del mondo, all'ultima cena, Gesù prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo condivise con i discepoli dicendo: « Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Poi, prendendo la coppa, rese grazie e la diede dicendo, bevetene tutti; perché questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, che sta per essere versato per la moltitudine in remissione dei peccati. » Mt 26,26-28. Aggiunse poi: « Fate questo in memoria di me. »
Comunicare significa seguire o allearsi a Gesù nella sua morte sulla croce. « Colui che vuole venire dopo di me, prenda la sua croce e mi segua. » Mt 16,24. Prendere la croce ogni giorno significa la nostra implicazione nel processo di salvezza del mondo. Così, comunicare al corpo del Cristo ci stimola alla lotta contro la violenza, l'egoismo, l'ingiustizia, il disprezzo e l'odio, tutte queste abominazioni che generano la miseria e l'esclusione di molti esseri umani. Bisogna che questa lotta contro il male e le strutture di peccato sfoci nella nuova civiltà dell'amore.
La lettera agli Ebrei ci dice: « Pensate a colui che ha sopportato da parte dei peccatori una tale contraddizione, per non venir meno per stanchezza. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato. » Eb 12,3-4. Comunicare è, anche, allearsi a Gesù nella sua risurrezione. Il Cristo risorto vive tra i credenti. Egli continua la sua incarnazione in noi, comunicando il suo Spirito.
Prima della sua morte, Gesù esortava i suoi discepoli: « Per il momento, siete tristi; ma ritornerò a vedervi e di nuovo vi rallegrerete con una gioia che nessuno potrà sottrarvi. » Gv 16,22.
Al momento della comunione, prendiamo coscienza della presenza del Risorto che riceviamo come pane di vita, pane per la vita. L'Eucaristia ci permette di vivere in Dio, poiché il Cristo risorto vive in noi.
Il sacrificio eucaristico rende il Signore presente nell'assemblea cristiana che gli grida: « Vieni, Signore Gesù! » Questo grido vuole risvegliarci alla presenza del Risorto nelle nostre vite umane. Ecco perché, l'assemblea proclama il kerygma: « Annunciamo la tua morte; proclamiamo la tua risurrezione. Vieni, Signore, vieni, Signore Gesù! » Esiste per il cristiano una prova più grande della presenza del Signore in lui di quella della sua presenza eucaristica? Consapevole della realtà del Cristo risorto, il cristiano non ha alcun bisogno di apparizione fisica per convincersene.
Se Gesù appare ai discepoli dopo la risurrezione, è perché essi sono frustrati a causa della sua morte e non si ricordano delle sue parole « che sarebbe stato ucciso e che, il terzo giorno, sarebbe risorto. » Mt 16,21b. Bisogna notare che Gesù non appare a sua madre nei vangeli, perché essa non ha mai dubitato, nonostante la sua morte in croce, che sarebbe risorto. Aveva creduto alla profezia fatta agli apostoli. Dopo la sepoltura di Gesù, la Vergine Maria ritorna a casa e, con gli occhi della fede, vede il Figlio risorto, che vive con lei la sua nuova presenza spirituale.
Per il resto della sua esistenza, lo terrà più presente nella sua vita di quanto lo fosse fisicamente. Anche noi, come Maria, vediamo, con gli occhi della fede, Gesù risorto che lotta con noi per la dignità di tutti gli esseri umani. Con Gesù risorto, partecipiamo al banchetto del Signore. L'Eucaristia rappresenta il sacrificio di comunione che condividiamo con il Risorto e con tutta l'assemblea ecclesiale. Il sacrificio di comunione è frequente nell'Antico Testamento.
Il più memorabile è il sacrificio dell'agnello pasquale: « Dite a tutta l'assemblea d'Israele: Il dieci di questo mese, che ciascuno prenda una testa di piccolo bestiame per famiglia. Se la famiglia è troppo poco numerosa per mangiarla intera, ci si assocerà con il vicino più prossimo della casa, secondo il numero delle persone. » Es 12,3-4.
L'Eucaristia conserva molto del simbolismo di questo sacrificio pasquale, di modo che il pane offerto significa il corpo immolato del Cristo, nuovo Agnello pasquale.
Dio condivide con noi due tavole: quella della Parola e quella del nuovo Agnello pasquale. Dapprima l'assemblea ascolta e gusta il messaggio del Signore apportando la sua risposta comunitaria con la preghiera e i canti. Ecco perché, la regola liturgica dell'assemblea richiede la partecipazione di tutti al canto e alla preghiera. Nessuno può accontentarsi di essere semplice spettatore; ogni membro dell'assemblea partecipa all'azione liturgica con tutta la fede che porta nel suo cuore.
In seguito, colui che presiede l'assemblea prepara la tavola dell'Eucaristia con l'offerta del pane e del vino alla quale tutti sono invitati a partecipare. Si separa volontariamente dalla comunione eucaristica colui che rifiuta l'unione con il Signore risorto o con l'assemblea dei credenti. Il bacio di pace che i partecipanti si scambiano diventa un bel gesto di comunione fraterna, proprio prima di ricevere la comunione al corpo del Cristo. Vivendo realmente il sacrificio di comunione che è l'Eucaristia, incoraggiamo la solidarietà e la pace del regno di Dio.
Il banchetto eucaristico attualizza le parole di Gesù: « È mio Padre che vi dà il vero pane del cielo. Il pane di Dio viene dal cielo e dà la vita al mondo. Io sono il pane di vita. Chi viene a me non avrà mai fame; chi crede in me non avrà mai sete. » Gv 6,32-35. Come coronamento dell'insieme delle promesse, il Cristo celebra con i suoi la nuova Pasqua, memoriale della liberazione del popolo che cammina verso la casa del Padre. Egli è il nuovo Agnello pasquale offerto per il perdono dei peccati, facendo così allusione all'agnello pasquale che i Giudei offrivano ogni anno.
Prima di partecipare alla comunione, l'assemblea prega: « Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, abbi pietà di noi. » Grazie all'Agnello, rinnoviamo l'alleanza sigillata sulla croce; la condividiamo unendoci alla grande Azione di Grazie del Cristo fatta al Padre, che ci perdona e ci accoglie nel suo amore eterno. Con Gesù, ringraziamo il Padre per tutte le sue benedizioni e per il privilegio di condividere la sua vita divina.
Accettare l'alleanza nuova è accettare di viverla alla maniera di Gesù, essendo decisi a lavorare per l'avvento del regno d'amore che non può edificarsi se non sulla giustizia e sulla pace. L'Eucaristia è il memoriale della Pasqua e della nuova Alleanza perché le attualizza nella storia del popolo di Dio. L'Eucaristia condivisa ci risveglia alla missione del popolo sacerdotale, del regno di sacerdoti consacrati alla creazione di una terra nuova. Tutto questo insieme di grazie fonda la perseveranza finale di colui che resta fedele al Cuore di Dio in vista di condividere la sua gloria.
CONCLUSIONE
La spiritualità del cuore comporta il desiderio di conformare il nostro cuore a quello del Cristo e, con l'aiuto dello Spirito, di trasformare il mondo secondo il Cuore di Dio. La consegna ci impegna a: « Essere sulla Terra il Cuore di Dio ».
Questo saggio fa risaltare le nozioni della spiritualità cristiana che si intrecciano ed entrano in relazione con l'amore o il Cuore di Dio. Esse ruotano attorno alla presenza attiva dell'amore di Dio nella creazione o alla pienezza spirituale del cuore umano che riproduce l'immagine del Cuore divino nella sua coscienza.
Se studiamo la spiritualità personalmente o comunitariamente, ritroviamo nelle promesse del Sacro Cuore una certa distribuzione di tutti i fondamenti della spiritualità cristiana. L'elemento di base consiste nel riconoscere l'amore di Dio e nel lasciarsi soggiogare da esso. Sappiamo che Dio ci amava fin dall'origine, anche prima che lo conoscessimo. Lasciandoci amare da lui, scopriamo di fare parte del suo piano d'amore. Dalla creazione dell'universo, ci aveva predestinati come creature formate a sua immagine, a creare con lui un mondo libero e felice.
Un mondo che, purtroppo, si è visto sfigurato nel corso della storia. Il peccato vi è entrato e, con esso, le inimicizie, gli abusi e i conflitti sociali. Importa ritrovare la libertà e la felicità del mondo come erano concepite all'origine. Nel suo piano iniziale, Dio desiderava un mondo senza servitù e senza miseria. Vedendo il suo progetto oscurato dalle violenze, dalle gelosie, dalle ingiustizie e dalla miseria del suo popolo, Dio decide di impegnarsi con l'umanità peccatrice. L'amore divino si è incarnato nella natura umana nella persona di Gesù di Nazaret.
Il mistero sublime dell'incarnazione che san Paolo descrive nel celebre inno della comunità primitiva: « Lui, di condizione divina, non trattenne gelosamente il rango che lo uguagliava a Dio. Ma si annientò lui stesso, prendendo la condizione di schiavo e diventando simile a ogni essere umano. » Fil 2,6-7. Al di là della sua morte sulla croce, l'incarnazione di Gesù prosegue in coloro che egli ama. « Non vi lascerò orfani, ritornerò verso di voi. » Gv 14,18. Una volta risorto, il Cristo vive per sempre e ci comunica il suo Spirito. Così, ogni cristiano, mediante lo Spirito, rivive l'incarnazione di Gesù Cristo.
Incarnandosi in noi, Gesù ci arruola nell'opera della salvezza. Il credente si impegna a salvare il mondo con lui, rendendo effettivo e attuale il mistero della sua morte sulla croce e della sua risurrezione di tra i morti. Quando proclamiamo il kérygma – « Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione. Vieni, Signore Gesù! » – ci coinvolgiamo nel suo mistero pasquale. Annunciamo che Gesù è morto per noi sulla croce e che noi moriamo con lui, ogni volta che offriamo la nostra vita per la redenzione del mondo.
Moriamo al peccato in noi e battagliamo contro le strutture di peccato che asserviscono l'umanità. Proclamiamo che il Cristo è risorto, che vive e si incarna in tutti coloro che accettano la sua presenza spirituale. Il Risorto si rende presente nel cuore delle nostre pene e delle nostre gioie. Egli appoggia tutti gli sforzi dispiegati per un mondo migliore. Preghiamolo: « Vieni, Signore Gesù! Contiamo sul tuo Spirito, Signore, per la salvezza di questo popolo. » Apriamo la porta di tutti i cuori al Salvatore!
I mezzi efficaci di salvezza restano l'obbedienza alla volontà di Dio e il nostro servizio amoroso all'umanità. Gesù ci invita quando dice: « Se qualcuno vuole venire dopo di me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. » Mt 16,24. È così che lo accompagniamo nella sua morte e nella sua risurrezione, « completando nella nostra carne ciò che manca alle prove del Cristo » come dice san Paolo. Col 1,24. O non è piuttosto il Cristo stesso che completa in noi ciò che manca alla nostra morte e alla nostra risurrezione come genere umano?
Lo Spirito conferma, con la sua potenza, il nostro servizio e la nostra obbedienza alla volontà di Dio. Ecco perché, il Cristo diventa la nostra pace definitiva e, grazie alla sua provvidenza, ci impegniamo al compimento di una terra nuova.
Su tutto il percorso di salvezza che conduce alla santità, cioè, alla gioia piena in Dio, la preghiera resta indispensabile. Non c'è liberazione effettiva senza l'unione intima e la comunicazione con la sorgente della vita. La preghiera stabilisce questa comunione con la Trinità. La preghiera si rivolge a Dio Padre, nel nome del figlio e in unione dello Spirito che prega in noi.
L'Eucaristia resta la preghiera più compiuta riguardo ai tre gradi di comunione del battezzato con il suo Dio: All'inizio della celebrazione liturgica, il credente implora il perdono per la purificazione del popolo riunito in assemblea; poi, viene l'illuminazione grazie alla proclamazione della Parola accolta nei cuori; infine, la celebrazione eucaristica raggiunge il suo apogeo nell'unione intima di Dio con coloro che comunicano al banchetto dell'Eucaristia. Celebrare l'Eucaristia significa il progresso nella comunione personale con la santa Trinità: la purificazione, l'illuminazione e l'unione perfetta.
« Che tutti siano uno, come tu, Padre, sei in me e io in te. Che anch'essi siano in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai inviato. Ho dato loro la gloria che tu mi hai dato, perché siano uno come noi siamo uno: io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell'unità. Padre, voglio che là dove sono io, anch'essi siano con me, affinché contemplino la gloria che mi hai dato. » Gv 17,21-23a.24. La Trinità ci apre alla speranza quando tutte le speranze svaniscono.
In un mondo pieno di contraddizioni, è necessario tenere gli occhi fissi sulla gloria eterna che ci è riservata: a essa si ricollegano tutti gli sforzi di redenzione. Sant'Ireneo ci dice: la gloria di Dio è l'essere umano in piedi, cioè, libero e felice; la gloria dell'essere umano è la comunione con Dio. Ecco il cammino che siamo chiamati a percorrere per la grazia di Dio. Possiamo strutturare o tracciare questo percorso nella nostra vita personale o nella vita della comunità cristiana.
Alcuni vedono l'importanza di percorrere il cammino di Gesù per dare un senso alla vita umana nelle sue lotte e nelle sue contraddizioni; altri vogliono situarsi lungo tutto il percorso segnato dalla gloria di Dio. Non è soltanto un cammino personale, ma un itinerario da percorrere insieme con l'umanità. In effetti, se siamo solidali per il bene, lo siamo anche nel male da eliminare. Vieni, Signore Gesù! Questo cammino è tuo e anche nostro. È arduo, ma pieno di luce e di speranza. Sei morto su una croce, ma sei risorto il terzo giorno.
Con te, noi moriamo; con te, noi risorgiamo. Viva Gesù, nostra Pasqua!
BIBLIOGRAFIA
E. J. Cuskelly, MSC, Caminando el camino de Jesús, Ediciones Amigo del Hogar, 2000. François Varillon, Vivre el Christianisme, Éditions du Centurion, 1992. Jan G. Bovenmars, MSC, Una Espiritualidad Bíblica del Corazón, Ediciones MSC, Amigo del Hogar, Sto. Domingo, 1992. Carlos Ignacio Gonzalez, S.J. El Espíritu del Señor que santifica. Ante el Tercer Milenio. Yves Saint Arnaud, J'aime, Éditions de l'Homme, Montréal, 1975. Plinio Valentín Reynoso, MSC, Experiencia de Jesús, Ediciones MSC, Amigo del Hogar, Sto. Domingo, 1993. Piet van Breemen, Transparentar su gloria, Sal Terrae, 1994.
Scott Peck, La nueva psicología del amor, Emecé, Editores España, 1997. Anthony de Mello, ¿Es posible el amor? Editorial Lumen, Argentina. Khalil Gibrán, El Profeta, Éditions Casterman. Joaquín Herrera, MSC, La Iniciativa de Dios y la Respuesta del Hombre, Narcea, S.A. de Ediciones, 1994. Patxi Loidi, Cristiano comprometido, Cuadernos Fe y Justicia, Ediciones EGA, Bilbao, 1987. Manuel Soler, MSSCC, Mirarán al que traspasaron, Ediciones MSC, 1990, Sto. Domingo, R. D. Eloi Leclerc, Le Maître du désir, Desclée de Brouwer, 1997. Jean Lafrance, La Oración del Corazón, Narcea, N.A. de Ediciones, Madrid.
Jean Richard, MSC, Dieu, Éditions Novalis, Québec, 1990. Richard Alan Swanson, Gourmantche Ethnoanthropology, University Press of America.
TABELLA DELLE PROMESSE BIBLICHE
Introduzione ............................................................................................. Prima Promessa
L'Amore divino ......................................... Seconda Promessa
La Pace ..................................................... Terza Promessa
Lo Spirito Consolatore ................................ Quarta Promessa
La Salvezza del mondo .................................... Quinta Promessa
La Libertà e la Felicità ........................... Sesta Promessa
La Misericordia .......................................... Settima Promessa
Il Regno di Dio .................................. Ottava Promessa
La Vita divina .............................................. Nona Promessa
L'Alleanza nuova ..................................... Decima Promessa
Il Sacerdozio del Popolo di Dio ................ Undicesima Promessa
La Gloria di Dio ....................................... Dodicesima Promessa
La Perseveranza finale ................................
Conclusione ...............................................................................................
In fondo alla lettura, voglio ringraziare sinceramente i confratelli MSC Pierre Brault e Paul Eugène Chabot. Pierre mi ha suggerito diversi autori di spiritualità che lo avevano segnato, e Paul Eugène ha fatto l'ultima correzione dell'opera. Voglio anche ringraziare mia cognata Carole Lavallée e mio fratello Réal Plante che hanno voluto collaborare gratuitamente alla correzione dello stile e della grammatica del testo dapprima redatto in spagnolo.
Che Dio vi colmi di tutte le sue benedizioni!
[1] Omelia di Monsignor Romero del 24 marzo 1978.
[2] Jules Chevalier, Formule dell'Istituto, 1869.
[3] Piet van Breemen, Transparentar su gloria, Sal Terrae, 1994, p.199.
[4] E.J. Cuskelly, idem, p.
[5] Marcel Dumais, OMI, Corso all'Università Saint-Paul di Ottawa. Note personali.
[6] Yves Saint Arnaud, J'aime, Éditions de l'Homme, Montréal, 1975, p.20.
[7] Scott Peck, La nueva psicología del amor, Emecé Editores España, 1997, p.84.
[8] Anthony de Mello, ¿Es posible el amor? Editorial Lumen, Argentina, p.13.
[9] Khalil Gibran, Le Prophète, Editons Casterman, p.17.
[10] Scott Peck, idem, p.83.
[11] Monsignor Romero, Omelia del 9 settembre 1979.
[12] Joaquín Herrera, La Iniciativa de Dios y la Respuesta del Hombre, Narcea, S.A. de Editores, 1994, p.109.
[13] Patxi Loidi, Cristianos Comprometidos, p.
[14] Manuel Soler, MSSCC, Mirarán al que traspasaron, Ediciones MSC, -Santo Domingo. 1990, p.139.
[15] Eloi Leclerc, Le Maître du Désir, Desclée de Brouwer, 1997, p.115.
[16] Monsignor Cuskelly, idem, p.
[17] Jean Lafrance, La oración del corazón, Narcea, S.A. de Ediciones, Madrid, p.35.
[18] Jean Lafrance, idem, p.35.
[19] Terza Conferenza dell'Episcopato Latinoamericano di Puebla, #31-36.
[20] Jean Richard, MSC, Dieu, Editions Novalis, Québec 1990, p.178.
[21] Eucaristía, Sacramento de vida Nueva, Comité per il Giubileo dell'anno 2000, Biblioteca de autores cristianos, Madrid, 1999 p.52
[22] Scott Peck, La nueva psicología del amor, Emecé, Editores España, S.A. 1997, p.81.
[23] Scott Peck, idem, p.279-280.
[24] Richard Alan Swanson, Gourmantche Ethnoanthropology, University Press of America, p.38.
[25] Piet van Breemen, Transparentar la gloria de Dios, Santander, 1994, p.187.
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